di GIORGIO FABRETTI

C’è un dilemma amletico nella nostra “specie”, che dopo Darwin, la quantistica ed il DNA, è la parola che meglio identifica noi Homo Sapiens.

Non c’è una teoria più potente, che dia ragione all’Uomo, finalmente realisticamente percepito come “animale”, geneticamente prodotto vivente di un insieme inorganico orbitante in un cosmo perlopiù sconosciuto.

Non c’è teoria fisica o matematica che non sia stata precaria nella sua comparsa nella “storia” naturale ed umana, in modo tale che la unica possibile visione della realtà non fosse che un empirismo funzionale come quello esemplificato da Darwin, in ultima analisi il più filosofo dei filosofi.

Affacciati alla finestra della vita, i nostri 5 sensi non ci dicono cosa esista veramente, ma solo cosa ci appare, e in ultima analisi, perché funzionale alla impresa di vivere secondo natura, come siamo costretti.

La “realtà” è dunque “funzionale biologica, storica”, secondo un processo detto “cognitivo”, per cui “esiste”

ciò che ne consente l’esperienza qualsivoglia, che passi l’esame del tempo, detto “selezione naturale, sessuale, artificiale”.

I fenomeni e gli eventi che formano il puzzle cognitivo del nostro essere al mondo, non possono darwinianamente che apparirci per quel che serve a mantenerci vivi sul Pianeta Terra.

Dunque sia l’esistere che il conoscere si riducono a due funzioni fisiologiche di una bestia tra le più feroci, sterminatrice ed autosterminatrice, che si “inventa un mondo” a propria misura funzionale di ciò che gli appare biologico in un ambiente inorganico planetario.

Questa è la spiegazione delle spiegazioni, per come che possono servire e funzionare, ed è perciò al centro di tutte le altre spiegazioni, teorie, visioni, ontologie, ecc., che ne derivano, e sono la bussola ed il punto di arrivo di ogni scienza, conoscenza e sapienza del Sapiens.

Tutto ciò in sintesi premesso, ogni filosofia prima di questa viene assorbita in una dimensione ultima attuale, da Terzo Millennio; il quale con i progressi conoscitivi del 20mo secolo, quali relatività, quantistica, informatica e genetica, ha conseguito i 4 punti cardinali per orientarsi su ciò che esiste e ciò che è utile, senza più ricadere nei dilemmi arcaici della soggettività/oggettività, fede/scienza, teismo/ateismo, ecc., tutti assorbiti da un empirismo funzionale post-darwiniano, per cui “esiste ciò che funziona, per come appare espressione di automatismi biologici in una natura retrostante, caoticamente stocasticamente determinante quanto altrimenti inconoscibile”.

Sembra una definizione complicata del “reale”, ma lo è solo se si rimane superstiziosi nel mito di una realtà vista in finestra, che si vuol credere esistente a prescindere da noi che la stiamo osservando. Le montagne esistono se le si devono scalare, così come il cielo è rosa se indossiamo gli occhiali rosa, e Dio esiste perché ci serve pensarlo, e tutto questo perché è conseguenza di un flusso biochimico genetico codificato cogente, oltre al quale c’è appunto l’immaginazione ad esso funzionale. Il circolo del reale si genera e chiude così, giustificando ogni altra visione ed ipotesi, che appare ad esso inesorabilmente conseguente.

Toltoci questo peso “ontologico” dalla mente, che ci pesa dalla preistoria e ci rende ancora più bestie di quanto siamo, possiamo finalmente librarci come uccelli su ciò che ci appare dentro e fuori di noi, affrontando realisticamente la funzione fisiologica di prevedere per comportarci funzionalmente alla sopravvivenza come specie sul Pianeta.

Diventa così importante il concetto di “un pianeta, una specie, una nazione”, perché non possiamo fare a meno di percepire che essere bipedi, senza zoccoli e zanne, senza pelliccia e artigli, senza fiuto e forza

fisica, senza velocità o ali per fuggire, non poteva accadere altro che scomparire dalla faccia della Terra, oppure sterminare tutti gli ostacoli viventi o ambientali che si frapponevano alla diffusione del nostro particolare codice DNA.

Essendo dei molluschi fragili e sognanti, non potevamo che essere macchine biologiche infestanti molto più di batteri, muschi, insetti, topi, proprio perché grandi di dimensioni e fragili biologicamente. Abbiamo

quindi evoluto una corazza mentale collettiva, detta “civiltà”, spietata con tutto e con noi stessi,

inesorabilmente tendente a colonizzare in modo autoreferenziale l’intero Pianeta, appunto in propria

funzione.

Questa è la ragione per cui è emersa la rete internet, i cellulari e l’intelligenza artificiale, sulla via di fare

dell’intera specie Sapiens sul Pianeta Terra, “una sola cosa”.

Dunque le differenze individuali, di culture, popoli, nazioni, sono state solo una transizione per differenziarci e meglio aggirare certe difficoltà ambientali climatiche e biologiche, per approdare infine ad un solo blocco Sapiens/Pianeta, del tutto transitorio perché insostenibile ecobiologicamente, eppure necessario e terminale in un processo di involuzione ed estinzione mutante, regolato da un equilibrio in natura, di cui non possiamo tenere conto, e dobbiamo subirlo, perché carenti del senso lungimirante del tempo, perché semplicemente siamo usciti così dalla selezione in natura, di cui siamo un esperimento effimero, come più o meno sono tutte le specie viventi, e ancorpiù se infestanti come la nostra.

Quindi geologicamente l’Antropocene attuale è una fase necessaria e transeunte in quanto espediente terminale di specie in via di estinzione mutante per eccesso di diffusione infestante.

In altre parole il Sapiens è il più feroce porco dei porci che non può fare a meno di razzolare su tutto il

Pianeta e farne un “mondo mondezza” in cui ammalarsi e sbranarsi a vicenda, come appare agli occhi di tutti quanti non siano accecati dalla istintiva perfidia di un buonismo immaginario, che in realtà funziona solo da anestetico verso il precipizio della rovina di specie, accelerata appunto dal mito dell’umano educabile, fondato sull’equivoco di una “evoluzione” che non ha altri mezzi velleitari che

“l’ammaestramento” di bambini, orsetti e serpenti da fiera paesana, in una civiltà che nel film sulla guerra Apocalypse Now, portava il protagonista ad affermare che si trattava di un circo diretto da generali a 4 stelle, che avrebbero finito con il venderlo per 4 soldi o mandarlo al macello.

Non si può confondere la selezione genetica che ammansisce stabilmente il lupo in cucciolo da compagnia, con le tecniche usate nelle nostre scuole, che insegnano ai bimbi per decenni ad essere buoni, per poi

mettergli un’arma in mano e mandarli a fare strage di simili solo perché parlano un’altra lingua.

In questa deriva genetica di specie Sapiens, non si poteva dunque evitare la planetarizzazione della specie, ed il superamento delle differenze individuali, di popoli e nazioni, verso una sorta di Nazioni Unite in un’unica Nazione federativa, ovviamente velleitaria ma necessaria, per arrivare prima alle decisioni finali di autoestinguerci per mezzo dell’ingegneria genetica, verso organismi postumani geneticamente modificati in senso più sostenibile al Pianeta ed a noi stessi transumani verso un postumano di specie aliena nel senso che le differenze indotte sono simili a quelle divaricanti della selezione naturale, ma molto più rapide perché artificiali, fino al risultato che l’organismo modificato non può più accoppiarsi e riprodursi con

quello originario, dando così vita ad una nuova specie detta “postumana” solo perché ci somiglierà più o

meno come gli scimpanzé somigliano ai Sapiens, senza però potersi accoppiare e riprodursi.

Si tratta dell’inesorabile processo di domesticazione dell’uomo selvatico, intuita da Darwin ma non accettabile per i suoi contemporanei. La “civiltà” altro non è che le basi demografiche e culturali tali da rendere inevitabile tale domesticazione genetica, appunto attraverso una crisi profonda della civiltà che sfoci in una ingegneria dell’ominazione con obiettivo mutazioni migliorative adattive, fino a modifiche produttive di una nuova specie non più riproducibile accoppiandola a quella di provenienza.

Arriviamo così al dilemma inizialedi questa conversazione, che non abbiamo ancora enunciato tra una premessa e l’altra. Il dilemma è quello implicito nel titolo “un pianeta, una specie, una nazione”, e cossisponde alla domanda: “Ma se i nazionalismi hanno portato a tante guerre ed alle rovine fumanti di questa civiltà, perché dovremmo unificarci planetariamente proprio nel concetto di “ nazione”, divenuto negativo?”

La risposta è contenuta nelle analisi non a caso premesse alla esplicitazione del dilemma quesito. La forma “nazione” è in effetti una forma statuale, politica, di artificiosa unione di popoli e paesi, funzionale al funerale della specie Sapiens, proprio come in fin di vita, tutte le malefatte e prodezze del caro estinto, vengono riassunte nella composizione del cadavere con i suoi oggetti più cari, per affidarlo al tempo che tutto divora in forma di pira indù o piramide egizia o necropoli etrusca o cimitero burocratico. Restano i resti ad imperitura memoria dei successori, che ritorneranno alle loro funzioni fisiologiche sciamando ed ammazzandosi, così come scolpito nei loro DNA che finalmente hanno fatto una certa chiarezza su cosa siano le anime ed il destino dei grumi proteici dei corpi umani, irrimediabilmente e bestialmente sognanti di essere dei dell’eternità.

Ogni bestia ha la sua tecnica feroce e difensiva. Quella del Sapiens è appunto “l’umanità”, ovvero un

prodotto ormonale endocrino che eccita la fantasia verso i più feroci istinti stragisti e suicidi.

Capiamo da scienziati, come questa realtà osservata sia incompatibile con quella fantasticata più funzionale ad una involuzione estintiva mutante, di quanto non sia la scienza perdente proprio perché stabilizzerebbe una specie che deve invece morire.

Vorremmo in tanti vivere per sempre, e sappiamo che l’unico rimedio è l’imbalsamazione in mummie orribili. Eppure non sappiamo resistere e ci facciamo costruire piramidi immense ed insensate a tal fine, come insensata è tutta la civiltà ed anche questa fase progressive dell’ “E pluribus unum”, in cui dobbiamo costruire la piramide della “Nazione Unita federativa planetaria” in cui seppellire a futura memoria postumana l’effimero antropocenico “un Pianeta una Specie”.

Le teorie complottiste delle destre autocratiche e sovraniste, per cui si farebbero paladine delle nazioni contro un fantomatico reset della grande finanza trasversale, si sono pertanto dimostrate del tutto infondate come lo erano i paranoici razzisti e nazifascisti Protocolli di Sion. La verità dei fatti e della scienza è che le tecnologie della rete e dei cellulari hanno già fatto dell’intero pianeta un Villaggio Globale, dove la mia donna ad ore parla in video gratis due ore ogni sera dall’Italia alle Filippine, facendo ogni tipo di paragone. Perciò le Primavere Arabe sono ormai a decine in tutto il Pianeta, destabilizzando e smantellando praticamente tutti regimi nazionali, compresi gli USA, e generando antagonismo contro i grandi capitali.

I nazionalismi e gli Stati cadono a pezzi per ragioni tecnologiche epocali automatiche, e con essi i sovranismi locali, semplicemente perché troppo piccoli, come lo erano i feudi o le signorie travolte secoli fa dal formarsi dei mercati nazionali in Spagna, Francia, Britannia.

Oggi le nazioni sono troppo piccole per esercitare una sovranità efficiente, ed una nazione planetaria è inevitabile per restaurare proprio i vantaggi di un sano sovrano contratto sociale tra uno Stato mondiale, federativo degli Stati locali, ed i cittadini del mondo, uniti nel Pianeta.

Dunque nessun complotto, ma solo restauro di una sovranità collassante e frantumata, fin dentro le famiglie e la stessa personalità individuale. Un processo unitario di specie umana è necessario biologicamente alla sua sopravvivenza, perché attenua la conflittualità diffusa dagli eccessi egoistici ed identitari consentiti da libertà e consumismi abusati dagli istinti umani diffusi, su cui secondariamente tendono a speculare i capitali; che dunque sono opportunisti piuttosto che complottisti.

1 pianeta 1 specie 1 nazione è un processo biostorico inevitabile con la crescita demografica, metropolitana e consumistica. Società, Politica, Poteri, non potevano non seguire il trend biostorico darwiniano.

In conclusione ci vuole un sorriso ironico, sul fatto che per quanto la modesta condizione del Sapiens sia semplice da capire per un darwiniano, sia poi impossibile da accettare in una dimensione coscienziale del tutto funzionale non al capire, ma al sopravvivere. Così funziona la specie Homo Sapiens.

(come la Prima Guerra Mondiale, primo fenomeno di globalizzazione epocale dei conflitti, 1.914 parole qui, del Prof. Giorgio Fabretti il 2/8/22 in occasione del commento al viaggio di Nancy Pelosi, speaker del Congresso Usa, a Taiwan, mentre il gigante della Cina soffia su questa fragile anziana tutti i più tonanti venti di guerra.)