di FRANCO RAIMONDO BARBABELLA

Ci sono città-gioiello che sono come schiacciate dal peso della loro storia. Se le visiti non hai questa sensazione, ché anzi è proprio questo stare dentro o sotto il peso della storia che ti piace, preso dalla ricchezza e dalla varietà del bello che ti appare ad ogni giro di via e di viuzza. Ma se ci vivi è diverso, senti che quel condensato di storia millenaria non solo si impone nella tua come nelle altre vite con la sua potente e incombente fisicità, ma condiziona la vita collettiva, il modo di essere della città e il suo modo di essere governata.

Quel patrimonio, che viene dal passato per essere trasmesso al futuro, mentre richiede attenzione e cura, rappresenta infatti anche un potenziale di sviluppo che può prendere direzioni diverse. Può essere ispirazione di una progettualità che fa dei beni culturali e ambientali una risorsa per la crescita economica, culturale e civile della comunità, oppure può ridursi a elemento di pura attrazione per un turismo di giornata che ingurgita allo stesso modo panini, Coca-Cola e genio di Maitani e Signorelli. La scelta o la non-scelta è importante, ne va del destino della comunità. La lotta politica non ne è solo influenzata, anzi spesso ne vengono determinate le modalità e condizionati gli esiti.

In troppi casi quel patrimonio sta lì come pietrificato, con parti importanti lasciate appunto senza cura e attenzione. Respiri allora decadenza e questo ti fa male. Pensi alla sapienza di coloro che ti hanno preceduto, al loro “pensiero cattedrale”, pensiero del lungo periodo, che nel tempo lungo ha consentito di costruire case, chiese e monumenti, e di tenerli in vita fino a noi. Un pensiero che ha costruito civiltà. Ma ti senti anche il cuore stretto in una morsa di impotenza, oltre che per il degrado di quei pezzi di storia, per l’uso improprio e l’assaggio sfrontato e sciatto che ne viene concesso in allegria a masse anonime e distratte. Un degrado non inferiore a quello fisico.

Ti chiedi allora se lì c’è quella che un tempo si diceva classe dirigente, l’élite che ha una visione non strumentale del potere e si preoccupa perciò della condivisione di un orizzonte politico, di un’idea di città, di un modo di intendere il governo della cosa pubblica come risposta ai problemi di oggi avendo in mente già il domani. Ti chiedi se c’è, e nel caso quale è, l’etica di comunità, se si è, o fino a che punto si è, consapevoli che i gioielli della storia hanno un valore multiplo, prima che economico, affettivo e culturale, essendo segni della civiltà umana. E meritano di essere considerati investimento produttivo a tutto tondo, investimento economico e nel contempo spirituale.

Parlo di Orvieto, la città di tufo che Fazio degli Uberti nel suo Dittamondo definì “città alta e strana”, che Gabriele d’Annunzio inserì in Elettra tra le “Città del silenzio”, che Folco Quilici esaltò come “Gioiello di pietra” in un bel documentario commissionato dalla Regione dell’Umbria all’inizio degli anni ottanta del secolo scorso a sostegno dell’iniziativa per la legge speciale pluriennale per fermare le frane della rupe su cui sorge la città. Sono definizioni tutte valide, che emblematizzano le particolari sensazioni del visitatore e ne comunicano il tipo di approccio.

Non dicono invece molto sulle costanti delle dinamiche umane, culturali e politiche, che eventualmente si possono riscontrare quasi fossero consustanziali al peso che la storia della città-gioiello esercita sui suoi abitanti. Per questo ci può soccorrere invece Dante, che nel canto VI° del Purgatorio, quello dell’invettiva contro l’Italia (Ahi serva Italia …) per lo stato di guerra intestina che non risparmiava nemmeno i comuni, descrive la perenne vocazione autodistruttiva delle fazioni: “Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,/ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:/ color già tristi, e questi con sospetti!”

In Orvieto il riscontro va dal Medioevo al nostro presente. I segni delle lotte di Monaldeschi e Filippeschi sono le torri distrutte e l’ostilità permanente nei confronti di personaggi storici di rilievo come ad esempio Ermanno Monaldeschi della Cervara detto Manno, quelli dei tempi recenti il deperimento del patrimonio storico e ambientale.

Orvieto è stata sede del “Fanum Voltumnae”, il centro religioso delle città etrusche; è stata  partecipe attiva delle battaglie che a metà del Duecento coinvolsero le città toscane; è stata dominatrice di vasti territori fino ad Orbetello; è stata punto nevralgico dello stato pontificio; poi è decaduta per lungo tempo, perdendo abitanti, ruolo territoriale e influenza politica fino ai tentativi di rinascita della seconda metà del secolo scorso.

Come detto, in ogni fase la vocazione autodistruttiva delle fazioni ha avuto manifestazioni che hanno lasciato il segno. Le ultime in ordine di tempo sono datate anni ottanta del Novecento e prima decade di questo secolo. Si trattò, nel primo caso, della furiosa lotta per la gestione post legge speciale; nel secondo, della lotta altrettanto furiosa intorno alla rifunzionalizzazione del grande complesso dell’ex Caserma Piave.

Entrambi i casi sono modellizzabili come pezzi di storia italiana. Parlerò qui soprattutto del primo, in cui la lotta si è svolta sul terreno del come fare, mentre del secondo farò solo un cenno riservandomi di farne oggetto di trattazione distinta in altro momento appartenendo questo alla fase più recente dell’impedimento al fare.

Andiamo dunque indietro fino alla fine degli anni settanta del Novecento. Tra il ’77 e il ’79 alcune frane della rocca di tufo misero in allarme tutti per la manifesta fragilità del masso e della città sovrastante che così veniva messa clamorosamente in evidenza. Iniziò perciò subito un’opera straordinaria di sensibilizzazione che trasformò in breve tempo una questione che poteva essere vissuta come ordinaria in una questione straordinaria che premeva a tutti: salvare una città che era di per sé un “gioiello di pietra” e custodiva però nel suo seno un altro gioiello del tutto speciale, il Duomo. L’esito alla fine fu la legge speciale 230/78.

Il problema non era solo il dissesto idrogeologico della rupe. C’era una questione di degrado generale, di crisi strutturale, e insieme però per converso una forte domanda di futuro. Orvieto reimpostò allora la sua identità e il suo ruolo. Lo fece inventandosi un’ambiziosa operazione progettuale, al fondo della quale c’era la convinzione che l’emergenza rupe, la sua manifesta fragilità, latente ed esplosa all’improvviso, poteva e doveva essere rovesciata in occasione per la rinascita.

Accadde perciò che le leggi speciali furono utilizzate non solo per risanare il masso e mettere in sicurezza il centro storico ma per un’operazione di restauro generale funzionale ad un’idea di futuro che nel frattempo era maturata. Per arrivare a questo risultato, di fatto un ripensamento dell’idea di città e una sua nuova collocazione funzionale nel contesto territoriale e regionale, era stata essenziale la svolta culturale strategica maturata nel dibattito sulla Variante Satolli-Benevolo al PRG Piccinato e la sua successiva contrastata approvazione, avvenuta nel 1976.

Un dibattito lungo e drammatico. Uno scontro politico duro dentro il PCI e in Cc tra maggioranza socialcomunista e opposizione democristiana e missina. Uno scontro tra concezioni culturali e strategie politiche diverse. In quel momento vinse l’innovazione: si passava dal primato delle lottizzazioni al primato del risanamento del centro storico; diventava centrale la cultura come asse strategico e la cura dei beni culturali e ambientali come investimento produttivo.

Il frutto di questo percorso fu il “Progetto Orvieto”, il nome con cui fu indicato il complesso degli interventi mediante i quali in concreto si intendeva mettere in condizione la città di poter utilizzare le sue potenzialità endogene e acquisire così di nuovo quel ruolo trainante dello sviluppo di una vasta area territoriale che per diverse ragioni da molto tempo aveva perso. Questo nome fu coniato nel corso delle iniziative facenti parte del convegno “Orvieto: i luoghi della cultura” svoltosi al Teatro Mancinelli nel gennaio-febbraio 1981 e divenne politica progettuale dell’Amministrazione (di cui nel frattempo, nel 1980, ero diventato sindaco) con il documento “Proposte per un nuovo ruolo della città antica nell’ambito urbano” approvato dal Consiglio comunale all’unanimità il 2 luglio del 1982.

Fu una sfida per noi stessi e nel contesto della politica di allora. L’idea prevalente che si aveva delle leggi speciali era infatti che esse servissero solo a trovare soldi e a consentire a regione e comuni di sostenere altre incombenze. In effetti era così, ma nel nostro caso non era solo così. Anche in Umbria la cosa fu vissuta per larga parte in questo modo, per cui il Progetto Orvieto fu visto al massimo come un ottimo espediente. Invece non lo era affatto. Era una vera sfida di cambiamento e si sarebbe visto con la lotta politica che il suo successo avrebbe poi innescato.

Di fatto stavamo proponendo nel concreto, insieme ad una strategia di sviluppo territoriale, anche un’idea di regione policentrica che certamente all’epoca (ma sarebbe stato così anche dopo) non produceva nel corpo politico il massimo indice di gradimento. Insomma disturbavamo più che un po’ e sapevamo di farlo. Ne abbiamo pagate ovviamente tutte le conseguenze.

L’idea per allora in effetti era rivoluzionaria per diverse ragioni:

  • la città storica veniva concepita come un unicum che lega insieme cultura e natura, città storica con masso tufaceo, pendici e territorio;
  • i beni e le attività culturali venivano intesi come fonte di ricchezza e l’investimento su di essi come investimento produttivo;
  • il futuro veniva immaginato come proiezione internazionale di una città dotata di forte capacità attrattiva che per questo doveva essere capace di attrezzarsi con infrastrutture adeguate, servizi moderni e funzionali, offerte competitive, qualità generalizzata;
  • il suo ruolo territoriale veniva concepito come passaggio da area marginale a cerniera interregionale.

Quell’idea, seppure l’interruzione del suo percorso non ne abbia consentito tutti gli sviluppi allora ipotizzati, complessivamente per aspetti importanti fino ad un certo punto ha funzionato, come dimostra la realtà. Infatti, il programma di opere che dava concreta attuazione a quel vasto disegno fu attuato senza sprechi, con aggiustamenti progressivi ma senza ripensamenti sostanziali e in tempi piuttosto brevi, ragione non secondaria del fatto che il “Progetto Orvieto” fu visto in Europa come modello di salvaguardia e valorizzazione dei centri storici. Fu valutato così dal Consiglio d’Europa e così fu visto dall’UNESCO attraverso la mostra dei progetti presentata, insieme a Todi, in rappresentanza dell’Italia a Belgrado in occasione dell’assemblea generale organizzata lì da questa organizzazione.

Fu un’operazione durata un decennio, quello che va dalla prima legge speciale, la 230/78 già citata, alla prima legge di finanziamento pluriennale, la 227/84, fino alla legge finalizzata al completamento dei lavori, la 545/87. Un pacco di miliardi: 8 con la prima, 43 con la seconda, 300 con la terza, che comprendeva però interventi sia per Orvieto che per Todi finalizzati alla sicurezza sia del masso che del colle e del sistema dei beni culturali della due città.

Bisogna dirlo, senza il Progetto Orvieto, senza quella strategia di ampio respiro, le leggi speciali pluriennali con l’inclusione del restauro dei beni culturali, cioè un intervento storico-ambientale globale, probabilmente non ci sarebbero state. Ed è questo che aveva convinto anche i 100 intellettuali ed esponenti di primo piano del Made in Italy a firmare un appello per la salvezza di Orvieto che fu molto importante anche per il sostegno del Parlamento europeo all’iniziativa per l’approvazione della legge 545 da parte del Parlamento italiano. Ci allineavamo così alle città che già godevano di leggi speciali (Venezia, Siena, Matera), ma sulla base di una strategia di sviluppo organico città-territorio che l’Europa aveva elevato a modello di messa in sicurezza e valorizzazione dei siti di valore storico-artistico-ambientale.

All’inizio la battaglia per affrontare in modo organico il problema delle frane fu condotta da Orvieto, ma poi, quando si rese evidente che la dimensione dei problemi era tale da richiedere necessariamente un intervento dello Stato e che ciò comportava la presentazione di una proposta di legge speciale da parte della Regione, allora, anche per la logica in essere in quel periodo del bilanciamento tra le due Province di Terni e Perugia, fu deciso di inserire nell’iniziativa Todi, il cui colle aveva problemi analoghi a quelli della rupe. Una scelta che si sarebbe rivelata non solo opportuna ma utile e lungimirante.

Ma non c’è vicenda umana in cui il successo possa durare a lungo e in cui chi lo ha ottenuto, soprattutto se in rappresentanza di una comunità, possa esserne in qualche modo beneficiario o almeno averne un qualche riconoscimento. Così accadde, dopo l’approvazione della legge 545, anche a chi aveva amministrato Orvieto e aveva lottato per ottenerla. Si trattava ora di stabilire come gestire gli interventi previsti, con quali procedure e con quali controlli, per evitare che si verificassero i fenomeni di sperpero e di corruzione che in quegli anni si sapeva già fortemente presenti ovunque ci fossero pacchi di soldi per opere pubbliche.

Il sindaco, allo scopo, fece consapevolmente l’errore (sic!) di proporre una gestione congiunta di regione + i due comuni + le due soprintendenze. Si scatenò l’inferno, non tanto e comunque non solo sulla proposta, che evidentemente non poteva essere pubblicamente contrastata più di tanto, quanto piuttosto approfittando di ogni pelo che nei lavori andasse per un momento fuori posto (un tubo che scoppia, una selciatura che con il traffico subisce un leggero avvallamento, ecc.) e prendendo spunto da altre questioni che con la legge e l’amministrazione non avevano nulla a che vedere.

Tutto era buono per ostacolare le attività, svilire i progetti, alimentare dicerie, fare opera di denigrazione. Una vera guerra personale alimentata dall’opposizione democristiana e missina ma con la regia conclamata di dirigenti del PCI che dal livello regionale a quello locale evidentemente non potevano sopportare che il dirigismo fosse incrinato dalla dimostrazione palese che si poteva governare non per interesse di partito ma per ‘semplice’ interesse pubblico. Dopo un anno abbondante di questo gioco al massacro infine riuscirono a dividere il piccolo gruppo che aveva osato sfidare il potere del Leviatano.

Al sindaco fu chiesto di dimettersi per far posto al suo compagno di strada e caro amico che però nel frattempo era stato convinto a sostituirlo. Il sindaco a sua volta si convinse che era giunto il momento di smettere la resistenza e rassegnò le dimissioni. La conservazione aveva vinto. Da allora iniziò il lento ma inesorabile ritorno alla normalità. La lotta politica si spostò dal piano delle prospettive culturali e di progettualità strategica a quello della gestione del potere. Divenne arabo e stranezza ogni idea che tentasse di collocare i problemi in una dimensione prospettica e progettuale.

Dopo più di dieci anni, in circostanze molto diverse, all’ex sindaco del Progetto Orvieto, nel frattempo tornato in Consiglio comunale sotto altra veste, toccò in sorte di essere incaricato di progettare, mediante una Spa uninominale del Comune, la rifunzionalizzazione del complesso dell’ex caserma Piave. Si ripetè sostanzialmente lo stesso schema sperimentato dopo la legge speciale, però con qualche variazione significativa.

Quando si arrivò ad un passo dall’obiettivo, questa volta il sistema di potere, ormai impoverito di idee e diventato ancor più grezzo, agì infatti con tattica preventiva: non volle rischiare che si arrivasse, come peraltro sarebbe stato possibile, alla conclusione positiva e fece melina ponendo ostacoli a che si potesse giungere all’appalto. Caso probabilmente raro nella storia dell’occidente, il socio unico, solo padrone delle quote societarie, ostacolò la sua società, e alla fine la sciolse pur di non arrivare al risultato. Appare strano, ma non lo è affatto. Lo spiegherò magari con altro apposito intervento.

Il risultato di questa strana vicenda si vede oggi. Un immenso patrimonio pubblico in degrado. Una città sempre bella e in apparenza anche sana, in realtà in preda ad un turismo mordi e fuggi famelico di apparenza, impoverita nel livello dei servizi, nel suo tessuto sociale e nel suo ruolo territoriale. Grandi occasioni sprecate, potenzialità non sviluppate, sensazione di impoverimento strisciante e inarrestabile. Classe dirigente sbrindellata.

Ecco, questa appare la condizione di una città per cinquant’anni roccaforte comunista e della sinistra storica, e oggi, dopo vent’anni di alternanza destra-sinistra-destra, ridotta ad inseguire improbabili candidature a capitale italiana della cultura senza alcuna programmazione, forse per darsi un tono, forse per ingannare il tempo, forse per attendere tempi migliori. Un buon condensato della storia nazionale.