Racconto trovato sulla mia cartella web, senza nome e senza che io mi ricordi dell’autore,

ma molto bello, storie di gente comune italiani, immigrati, sogni e speranze, in metro.

di Giuseppe Bea

Scopritore intraprendente

Prologo 

La metropolitana di Roma è una struttura un po’ vecchia e alquanto disorganica e trascurata, ma che serve alla funzione per cui è stata costruita trasportando ogni giorno almeno mezzo milione di persone. La sua prima costruzione risale agli anni ’30. Le due linee principali (la A e la B) sono rispettivamente, la prima del 1980 e la seconda del 1955. Attualmente è in costruzione una linea nuova (la C) che non si sa quando entrerà in funzione. A Roma, è ben noto, dove scavi incontri resti architettonici millenari, cosa che porta all’intervento delle Belle Arti ed al blocco dei lavori. Questo, a meno che la ditta appaltatrice, non faccia finta di niente e prosegua facendo un bel buco dentro alle vestigia di palazzi imperiali, capitelli e vecchie ville di senatori dell’antica Urbe. 

La metro copre un percorso complessivo di 40 chilometri ed è articolata su 52 stazioni, 46 delle quali sotterranee.

L’aria condizionata esiste solo per i nuovi vagoni, mentre una parte ancora consistente della dotazione è fatta di carrozze vecchie, super coperte di graffiti, malandate e irrespirabili durante l’estate. Un piccolo aneddoto: la costruzione della  metro fu voluta da Mussolini per collegare il centro al nuovo quartiere E42 (oggi EUR). Il motivo era che nel nuovo e moderno quartiere avrebbe dovuto tenersi l’Esposizione Universale del 1942. Ma nel 1940 l’Italia entrò in guerra e l’Esposizione non si tenne mai.

Un pomeriggio, rientrando a casa 

L’uomo s’infilò frettolosamente nel primo scompartimento della linea B della metropolitana alla stazione Termini. Si fece largo sgomitando e intralciando il flusso contrario, incurante dei commenti salaci di chi usciva. Le reazioni furono accese con insulti e un occasionale spintone, ma lui non se ne diede pena. 

Il rag. Carlo Guerra era uno dei milioni di pendolari che a Roma ogni giorno fanno su e giù tra casa e lavoro, per cinque giorni la settimana, eccetto un mese estivo. Salire su un bus, tram o metro nelle ore di punta non è facile, lo sanno bene i romani, i turisti e soprattutto i pendolari. Trovare un posto a sedere poi è addirittura un’impresa. Si tratta di precedere in agilità e destrezza i passeggeri in coda davanti le altre porte, senza necessariamente aspettare il deflusso dei passeggeri in uscita. Una manovra poco urbana che può comportare qualche piccola scorrettezza.

Non c’è civismo o galateo che tengano: all’arrivo del treno si scatena una vera e propria competizione per chi entra prima, anche a costo di spintoni e parolacce. Di quando in quando scoppia anche una bella rissa (quasi sempre solo verbale), la cui intensità e durata è proporzionale allo stress accumulato, al caldo, alla dialettica dei contendenti ed al come uno si è svegliato la mattina.

Senza scomporsi per gli insulti, comunque, Carlo adocchiò alcuni posti liberi sulla sinistra, lontano dalla porta d’ingresso e si diresse agilmente verso l’obiettivo, scansando ed aggirando gli ultimi ostacoli. La carrozza era ancora di quelle vecchie, con scompartimenti separati e senza condizionatore: un modello poco pulito, che diventa una sauna d’estate e che obbliga musicisti e mendicanti di turno a una corsetta tra l’apertura dell’ultima porta di una carrozza e la chiusura della prima dello scompartimento adiacente.  

Soddisfatto per aver fregato una corpulenta matrona nella gara di bowling, l’uomo aggirò un ultimo passeggero e sedette soddisfatto. Come d’abitudine, procedette subito ad una rapida ricognizione dell’ambiente. 

Di fronte al suo sedile, c’era una fila di quattro posti liberi che in pochi secondi però si riempì di altri passeggeri, tre quarti dei quali di origine straniera. La cicciona, fortunatamente, si era accomodata in un’altra fila, sul lato destro dell’entrata. Con un brivido, l’uomo pensò all’infausta possibilità che Giunone si fosse seduta accanto a lui, che al lato sinistro aveva solo la parete della carrozza: sarebbe stata una frittata!

Fece mente locale sugli impegni della serata, realizzò con piacere che non ne aveva e che poteva dunque poltrire stravaccato sul divano del salotto davanti allo schermo gigante a cristalli liquidi, magari con una buona birra a portata di mano. Sorrise al pensiero e tornò a scrutare di fronte, lanciando un breve sguardo a una ragazza in jeans e maglietta rosa, capelli lunghi color ebano, viso minuto e apparenza asiatica: “carina, per essere straniera” fu l’infelice valutazione. Realizzò che era un pensiero un po’ razzista, se ne pentì e passò ad altro. 

Al lato sinistro della fila sedevano due uomini, probabilmente rumeni o moldavi: uno appoggiava il gomito sul sostegno orizzontale laterale, grazie al quale poteva posare il mento sulla mano e tentare di appisolarsi, “operai edili, probabilmente manovali”, realizzò, dopo un rapito scrutare agli indumenti dei due. Il ragioniere realizzò anche che dovevano essere molto stanchi, anzi esausti. Era ben noto che le condizioni di lavoro degli stranieri in molti casi non rispettavano contratti e regole antinfortunistiche: i turni di lavoro non avevano orario e la retribuzione era scarsa ed incerta.  Sapeva che a Roma imperava una forma di caporalato anche in edilizia: infatti questi stranieri s’incontravano alle 4 del mattino in posti fissi della periferia, dove c’era un intermediario che decideva chi doveva lavorare quel giorno (e chi no), a che prezzo e a che condizioni.  “Certo, a quest’ora saranno esausti”, li compatì lui: “ma vale davvero la pena – si chiese silenziosamente –  una vita di merda per portare a casa qualche decina di euro?”. La domanda era accademica e non pretendeva risposte. Acquietata la coscienza, il ragioniere continuò nella ricognizione. In mezzo alla fila, accanto all’asiatica, si era accomodata una giovane forse italiana, ma dall’aria molto trascurata. Poteva essere di etnia Rom, ma Carlo non ne era sicuro. L’uomo fece un paragone inconscio tra le due ragazze, poi scrollò mentalmente le spalle, aprì la borsa di pelle marrone e ne estrasse un libro un po’ spiegazzato dall’uso. 

La sua, era un’abitudine che osservava da anni. Il rag. Guerra era un signore di mezza età in leggero sovrappeso, altezza media e capelli in rapido sfoltimento, carattere placido e metodico. Quel giorno, vestiva un completo blu scuro al di sopra di un maglioncino beige: scarpe marroni e calzini intonati al vestito: un volto ordinario, che non guarderesti facilmente una seconda volta. Un ragioniere “tal dei tali”, come se ne incontrano tanti a Roma o in qualsiasi città del mondo, specialmente sui mezzi pubblici. 

Un personaggio normale in una giornata usuale. Eppure, mentre inforcava gli occhiali e apriva il libro sulle ginocchia, il ragioniere non immaginava che, prima di sera, gli sarebbe toccato di fare la parte del protagonista. 

Carlo faceva quel percorso ormai da anni, tra casa e lavoro. Abitava alla periferia Sud di Roma e – per arrivare in ufficio, al capo opposto della città vicino a Piazza Giureconsulti – doveva sorbirsi tutte le mattine un complicato percorso che lo portava a prendere un bus, cambiare due metro e fare anche un mezzo chilometro a piedi. 

Certo una iattura, che faceva perdere in media due ore e mezza del suo tempo prezioso per spostarsi tra un lato e quello opposto della città – quanto gli avrebbe permesso di arrivare da Roma a Firenze e tornare con un Eurostar. Ma del resto questo era il destino di milioni di pendolari.

Tutto sommato, un problema minore rispetto al possibile dramma di perdere il lavoro e ritrovarsi arruolato nell’esercito crescente di disoccupati, esodati, inattivi e disperati in rapida crescita nel suo Paese, soprattutto nella capitale. In quanto alla perdita di un decimo del suo tempo di vita sui mezzi pubblici, il rag. Guerra rimediava portando con sé, oltre una buona dose di filosofia, anche un buon libro che leggeva praticamente solo quando viaggiava. 

Per godere di questo piccolo piacere era però d’obbligo tentare di guadagnare un posticino libero sul bus o sul trenino, in modo da sedere ed approfittare del tempo.   

Il treno intanto era arrivato a Cavour e una nuova gruppo di passeggeri tentò di accalcarsi nel già risicato spazio calpestabile all’interno della vettura. Malgrado la stagione, l’aria cominciava a farsi irrespirabile. Carlo aspirò a fatica una boccata di ambiente contaminato ed aprì la pagina indicata dal segnalibro. 

Maggie Tulliver

Quel giorno stava gustando la versione originale di “The Mill of the Floss” di George Eliot. Per chi non ricordasse le letture del liceo, il romanzo racconta la storia di Maggie Tulliver impulsiva ed irrequieta bambina di St Ogg’s nel Lincolnshire britannico. Il Floss è un fiume immaginario che alimenta un mulino accanto alla casa dei Tulliver; un quadro  vivo della letteratura inglese del diciannovesimo secolo. Nel corso della sua carriera, Eliot usava i suoi romanzi per parlare di politica, sia pure in forma surrettizia. In Adam Bede ,  The Mill of the Floss o Silas Marner, Eliot presenta dei casi di emarginazione sociale e di persecuzioni nelle piccole città. Mr.Tulliver padre era un tipo ostinato ed orgoglioso, che rifiutava l’aiuto delle cognate benestanti. Entra in conflitto col vicino, per problemi di confine delle proprietà, gli fa causa ma la perde. La debacle economica che ne segue è talmente disastrosa che gli viene confiscata l’intera proprietà, viene dichiarato “insolvente” e fallito e perde tutto. Maggie si ritrova di colpo nella grande schiera dei miserabili: lei ed il fratello debbono lasciare gli studi e cercare di far fronte a debiti che stanno trascinando la famiglia alla rovina. Il padre ha un collasso e non riesce più a recuperarsi dallo shock, mentre i parenti benestanti si allontanano senza grandi rimorsi. 

Nessun autore, a parte Dickens e Jane Austen, è stato così consapevole e acuto, a livello sociale, nel descrivere la grande sofferenza e la miseria di gran parte della popolazione britannica e l’ipocrisia dell’era vittoriana. 

Il libro in questione, inoltre, offre anche un’analisi della psicologia femminile di allora.  

Perché l’autore, malgrado il nome ingannevole, è ben noto fosse una donna (Mary Anne Evans): prolifica nello scrivere ed assolutamente anticonformista per quei tempi. Una delle maggiori scrittrici del periodo vittoriano.

Il rag. Carlo osservò di sottecchi l’andirivieni nel vagone ed il coacervo di persone e cose. Oltre che i fastidi, naturalmente: una signora, infatti, che caricava una grande borsa su una lunga tracolla, la faceva sbattere ripetutamente sul ginocchio del povero ragioniere. Malgrado le timide occhiate e qualche gesto di richiamo del malcapitato, la donna pareva non darsi conto o pena della tortura inflitta al vicino. 

L’alternativa, esclusa la maleducazione, sarebbe stata cederle il posto. Lui invece scelse di mediare: se ne rimase seduto e ignorò la borsa della signora. Per riuscire a farlo dovette però tornare ad immergersi con concentrazione nell’atmosfera del Lincolnshire di metà Ottocento: “C’erano passioni in guerra in quel momento in Maggie lesse – passioni per una tragedia, se tragedie furono mai fatte a causa di sola passione, ma l’essenziale impeto presente nella sua passione, anelava l’azione; il massimo che Maggie potette fare,  con un fiero moto del suo piccolo braccio marrone, fu quello di spingere la povera piccola bianco-rosa vestita Lucy nel fango calpestato dalle mucche”. 

Il lettore stava gustando il capitolo 10 del libro, nella parte in cui Maggie scappa da casa dopo averla combinata grossa alla cugina Lucy ed aver conseguentemente litigato con l’amato fratello Tom. La disapprovazione del fratello per lei è tanto dolorosa che decide di allontanarsi da casa. Dopo una lunga camminata, tra prati, ruscelli e staccionate da oltrepassare, la monella cerca e trova rifugio in un accampamento di zingari. 

L’idea infantile che Maggie ha dei nomadi, viene stravolta da quell’esperienza, ma il finale del capitolo è assolutamente inusuale e positivo malgrado i timori della piccola. 

“Curioso, rifletteva il lettore, come – malgrado i pregiudizi sui gitani, forti anche allora – l’autrice abbia fatto grazia ai nomadi di una notevole dose di buon senso e buon cuore, tanto che uno di loro accompagna a casa la ragazzina a cavallo di un asino. 

E tutto questo alla faccia delle dicerie sui Rom che rapiscono i bambini, concluse Carlo mentre teneva d’occhio la litania di fermate in lenta successione. 

Il musico e la zingara

Le fermata Piramide, arrivò in un attimo. La gente cominciò a defluire copiosamente, lasciando un po’ di spazio respirabile agli altri passeggeri. Grazie al cielo, la signora della borsa rimediò un posto a sedere e risparmiò altre torture al prossimo. Poi, assieme ad altri viaggiatori, ecco entrare un curiosissimo personaggio, un giovane artista con a tracolla una chitarra semi acustica a dodici corde. Su di un carrello, trascinava un piccolo amplificatore. 

Lui poteva avere forse trent’anni, capelli ondulati e castani, occhi dello stesso colore ed uno sguardo sperduto ed infinitamente triste. Vestiva blu jeans e camicia a quadri blu con al di sopra una giacca marrone, scarponcini da jogging ed una borsa a tracolla. Il profilo del viso era leggermene pronunciato, a causa del naso aquilino ma anche del mento. La zazzera scendeva copiosa e disordinata lungo il collo e le spalle. Il giovane, con grande calma, sfoderò la chitarra e vi appese un sacchetto per le offerte volontarie, accordò lo strumento e cominciò l’esecuzione senza profferire parola. Cominciò a cantare una canzone di De Gregori. Aveva una voce dolcissima e melodiosa, mentre le mani arpeggiavano con l’abilità di un professionista: una performance spettacolare che lasciò molti passeggeri a bocca aperta, tanto che i più vicini fecero largo intorno al musicista disponendosi a semicerchio. Carlo che in gioventù aveva strimpellato qualche strumento, era in grado di apprezzare l’abilità del chitarrista ed una performance che lasciava senza fiato ed il dubbio che una tale potenza artistica dovesse essere sprecata sul palcoscenico di una metropolitana: “ma così è la vita”, sospirò tra sé: “non basta essere bravi per emergere in questa società di raccomandati”.  Lui ne sapeva qualcosa ed al lavoro aveva dovuto ingoiare più di un boccone amaro.  Smise comunque di leggere il libro ed ascoltò anche lui rapito.

Maggie Tulliver, nella finzione di Eliot, era rimasta incantata da una ballata suonata da una gitana con la fisarmonica. Ne ammirava, non solo la capacità di piacere, ma soprattutto di saper catturare i sentimenti del pubblico. Così pensava Carlo ora del giovane in metropolitana. Fantasia e realtà si rincorrevano nella mente del ragioniere e nel libro: due episodi capaci di competere a due secoli di distanza e su due diversi piani: la finzione letteraria e la realtà della vita.

Non era solo l’abilità dell’arpeggio, ma anche la passione che il giovane metteva nell’esecuzione: sembrava che le vicende di “Rimmel” – la fine di un amore ed i pochi ricordi rimasti, tristi ma struggenti – fossero un racconto personale e disperato della vita del musicista. 

Carlo ne fu affascinato – e non solo lui – tanto da sorprendersi ad alzarsi dal suo posto, farsi largo tra gli spettatori e andare personalmente a lasciare un’offerta all’artista. 

Il giovane, del resto, non chiese mai soldi a nessuno, né si mosse lungo la carrozza: completò la sua esecuzione e poi cominciò con una seconda ballata, “Mr Tambourine Man” di Bob Dylan. Erano invece i passeggeri a recarsi personalmente ad offrire il proprio contributo, come falene attratte da una fonte intensa di luce. 

“Canta e suona un angelo”, commentò rapita una giovane signora ai suoi vicini passeggeri: “magari fossero tutti così quelli che entrano nei mezzi pubblici per suonare”.

“E’ vero”, concordò un vicino annuendo. Aveva l’aria formale ed un pizzetto di tipo caprino. Ma aggiunse subito: “purtroppo è anche pieno di accattoni che vengono per mendicare…”. “O per rubare” interloquì un anziano dall’aria dimessa. Il vecchio signore non pareva molto coinvolto dalla performance del musicista, ma piuttosto preoccupato degli scippi. “Non lui, intendiamoci”, aggiunse poi vedendo lo sguardo di disapprovazione della donna accanto: “Questa però è un’eccezione”.

Il treno arrivò alla fermata Basilica di San Paolo: molti passeggeri uscirono e pochi ne entrarono: assieme a loro una coppa di zingare con l’organetto. L’atmosfera si fece d’un tratto tesa tra gli astanti. 

Vedendo un altro suonare, la zingarella madre evitò di accendere il proprio strumento. Mentre una giovane adolescente, probabilmente una sorellina o la figlia, si avviò subito a riscuotere senza neanche avanzare una delle solite litanie su Sarajevo, il dormire per strada, o il latte da comprare alla sorellina. Con la faccia tosta di chi è abituato alla  disinvoltura ed alle furbizie per sopravvivere, la ragazzina passò tra i passeggeri per chiedere soldi, cercando di intercettare le offerte rivolte al giovane chitarrista. Lui non mosse un muscolo: continuava nel suo spettacolo, osservando oltre al finestrino un punto distante al di fuori del treno e forse del tempo o della realtà. Ignorata dai più, la piccola Rom arrivò a sfiorare il giovane e passò dietro la sua posizione. Nel farlo urtò, forse inavvertitamente, con la spalla il sacchetto delle offerte dell’artista facendolo oscillare. 

Caccia al ladro

Fu allora che la donna corpulenta nella fila di fronte reagì indignata. Era accomodata su di uno dei sedili a sinistra della porta, vista dirimpetto, cosa che gli permetteva di godersi gratis la performance musicale. Poteva avere un 45 anni, capelli tinti ed ondulati, corpo elefantiaco e vestito in lana marrone, demodè. Al momento in cui aveva urtato il sacchetto delle offerte, la giovane Rom si era fermata titubante, voltandosi come per offrire una scusa al musicista; ma non ne ebbe il tempo perché la cicciona si alzò di scatto e cominciò ad urlare: “dannata ladra, sta cercando di derubare il ragazzo”. Era incollerita e si agitava furibonda e rossa in viso: “l’ho vista bene mentre infilava la mano nel sacchetto, accusò: “E’ questo il loro mestiere: mendicare o rubare”. Il sudore le imperlava la fronte, mentre continuava nella filippica: “fermatele tutte e due. L’altra è certamente la complice: chiamate la polizia ferroviaria”. 

Gli schiamazzi della grassona paralizzarono per alcuni istanti l’intero vagone, attirando l’attenzione degli altri passeggeri: nessuno però si mosse. La gitana più grande non intervenne per nulla, anzi si ritirò alla chetichella al bordo di una delle uscite.

“Io non ho fatto niente”, balbettava la ragazzina: guardava quella che poteva essere la madre o la sorella, che abbassava lo sguardo e pareva però incerta sul che fare. Erano abituati alla diffidenza ed al disprezzo dei Gagè e la polizia non avrebbe certo creduto a loro. 

In quell’istante il treno arrivò alla stazione di EUR – Magliana, dove normalmente il convoglio sosta di più: a volte fino a uno o due minuti, per il cambio di manovratore. Le porte si aprirono e la zingara più grande gridò qualcosa in dialetto romanì alla minore e uscì frettolosamente dal vagone. 

La piccola, però, era come paralizzata e anche turbata dall’accusa di scippo. Non si mosse e cercò di attirare l’attenzione del musicista, apparentemente alieno alla contesa e impermeabile al trambusto.

Breve storia di Dijana

Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla (Lao Tzu)

Dijana apparteneva all’etnia Sinti Karakhané, di religione mussulmana e di origine slava. Aveva da poco compiuto 11 anni, età che da lì a poco l’avrebbe portata oltre la soglia dell’adolescenza. Aveva capelli castano chiaro, lucenti e pettinati con un discrimine al centro. Occhi scuri e viso dai tratti vagamente indoeuropei.  Era vestita con una camicia colorata a fiori ed una gonna scura che ne falsavano l’età. Alle orecchie due pesanti pendenti.  Nella sua famiglia non si era mai praticato il furto preferendo lavorare nel mondo dello spettacolo nomade o, al limite “fare manghel” (chiedere l’elemosina, ma solo le donne). Purtroppo lavorare nel mondo dei giostrai era diventato sempre più difficile, anche per gli alti costi, le tasse da pagare ed i rifiuti dei permessi da parte di molte amministrazioni comunali. Alcuni membri della sua famiglia si erano messi a raccogliere e vendere roba usata anche nei cassonetti, un lavoro da ROM spesso additato con disprezzo da parte dei vecchi del clan. I maschi rifiutavano con sdegno lavori che non fossero in linea con la loro tradizione Sinti (lavorazione dei metalli, musicisti, giostrai, allevatori di cavalli), ma non disdegnavano che a farlo fossero le loro donne: specie chiedere l’elemosina.

Lei era arrivata in Italia da piccola, assieme ad un gruppo di giostrai Sinti quasi tutti parenti, provenienti da Livno in Bosnia da dove erano scappati nel ’94 ai tempi della guerra. La famiglia aveva girato per anni in Europa prima di entrare nel Belpaese nel 2007 per raggiungere altri familiari che si erano sistemati in un campo nomadi a Castel Romano sulla via Pontina. 

Da allora era stato un calvario: il permesso di stare a Castel Romano era solo per i loro parenti e, dopo un breve soggiorno, la sua famiglia era stata invitata rudemente a sgomberare.  Avevano visitato i maggiori campi nomadi della capitale: da Casilino 900, a via Salviati; da via Gordiani a quello di Baiardo a Tor di Quinto; dal campo della Cesarina, fino a sotto il cavalcavia Nuttal o sotto le arcate del Ponte della Magliana. Dovunque andassero incontravano l’ostilità di altre famiglie o comunità Rom o l’aperta opposizione delle autorità o dei cittadini della zona. Di acqua per lavarsi, neanche a parlarne: ci si doveva arrangiare con quella di qualche fontana pubblica. L’elettricità non era un problema: bastava collegarsi ad un cavo della corrente, anche se era molto rischioso. 

Dijana non andava a scuola. Ci aveva provato molte volte con l’aiuto di volontari delle associazioni. Quando stava al Casilino ‘900, all’incrocio tra la Casilina e la Palmiro Togliatti, lei aveva soggiornato lì per alcuni mesi. Nel campo vivevano quasi 650 persone, la gran parte provenienti dalla Bosnia, Kosovo e Montenegro. Niente corrente elettrica ed alla sera, chi poteva accendeva i gruppi elettrogeni, tra la puzza generale di kerosene. Per l’acqua c’era un’unica fontanella pubblica e bisognava fare la fila per riempire taniche e pentole. Per servizi igienici c’erano gli scheletri dei bagni chimici ormai in disuso.  Il panorama, tutto attorno, era di baracche composte da pezzi di compensato e lastre di alluminio. E la notte era meglio non uscire perché l’ambiente era infestato dai topi. La magione di Dijana era formata da 4 roulotte parcheggiate a rettangolo con al centro un piccolo spazio per la famiglia: una misera corte, con un grande tavolo bianco sporco di plastica al centro, le sedie diseguali tutto intorno. Qui tra polvere, spazzatura, puzza di kerosene e falò nella notte, viveva la famiglia Sinti della piccola Djana: uomini con monili, orologi e grandi cappelli che si esprimono ad alta voce, spesso gridando; donne con vestiti a gonna lunga e colori sgargianti, che gli rispondono per le rime. Bambini spesso laceri che scorrazzano tra la polvere o sulla ghiaia, malgrado tutto spesso felici. 

Dijana e la sua famiglia rimase lì un tempo sufficiente perché un’associazione si avvicinasse a parlare con i genitori sull’opportunità, oltre che sull’obbligo, di dare un’istruzione ai figli. Volontari dell’associazione venivano ogni mattina con un pulmino, caricavano una ventina di bambini, davano loro un sacchetto di plastica con scarna colazione (panino con prosciutto e formaggio e succo di frutta) e li portavano al Pigneto o a Tor Pignattara, dove venivano suddivisi nelle scuole elementari dell’area. 

Bambini Romanì che vanno a scuola dunque ci sono, ma non hanno acqua pulita per lavarsi o vestiti per cambiarsi e sono sporchi perché tutto il giorno giocano tra la polvere e le pozzanghere. A lei era toccata la Carlo Pisacane, a via di Acqua Bullicante al Tor Pignattara, dove arrivava sistematicamente in ritardo.   

L’esperienza era stata devastante: non era stato il rifiuto e l’isolamento da parte di altri bambini a pesare di più: coetanei che non le rivolgevano la parola e la guardavano di sottecchi o con disprezzo. A volte le gridavano insulti, spesso ripetendo i discorsi dei propri genitori. 

Era soprattutto l’atteggiamento dei professori a bruciare, ad infliggere a Dijana le peggiori umiliazioni. 

Il primo giorno l’avevano obbligata a fare una doccia prima di entrare in classe (per il suo bene, le avevano detto). Lei si era molto vergognata ed aveva reagito con forza: “non c’è acqua per lavarmi al Casilino ‘900: non è facile essere puliti”. Il suo commento era stato accolto da sguardi di finta commiserazione e da un bruciante rimprovero della preside: “se domani torni così, qui non entri!”. 

Quando poi era entrata nell’aula, la maestra l’aveva inelegantemente presentata come la  zingarella, temine inesatto ed offensivo, specie per i Sinti. 

Dopo alcuni giorni, un gruppo di mamme si era rivolto alla preside denunciando una infestazione di pidocchi (non avevano mai dato direttamente la colpa a lei, tranne attraverso le occhiate malevole). Le avevano, comunque, cosparso il capo di una polvere bianca e l’avevano obbligata a rifare il bagno (sempre nel suo interesse, naturalmente). 

Lei che era testarda aveva comunque insistito con i genitori di voler andare a scuola e tutte le mattine aspettava con impazienza l’arrivo del pulmino, sempre in ritardo dovendo fare numerose fermate.  

La seconda settimana erano arrivati alcuni capi di vestiario vecchi, regalo della parrocchia di Sant’Elena del Pigneto, lì vicino. Vestiti che, arrivati a casa, le erano stati tolti dai parenti ed erano spariti: “una grave umiliazione”, aveva detto il padre: “non tollerabile per un Sinti ricevere degli stracci, specie se provenienti dai Gagè!”.

Intanto le sue difficoltà a capire le materie scolastiche ed il linguaggio usato dagli  insegnanti rimanevano. La maestra non si avvicinava mai per chiederle se avesse bisogno di aiuto. Nessuno le aveva fatto un test d’ingresso per capire a quale livello di istruzione dovesse accedere: l’avevano infilata in una terza elementare, solo sulla base dell’età. Di libri, quaderni e materiale scolastico nessuna traccia. 

Dijana era diventata sempre più inquieta, fino a soffrire il dover stare tutti i giorni in un ambiente ostico ed ostile. Non erano mancati alcuni litigi con i compagni: ma in questo, almeno, sapeva cavarsela e come difendersi.

Una cosa per lei positiva era poter mangiare alla mensa scolastica a pranzo e ricevere qualche capo di vestiario o giocattolo in regalo da parte di qualche adulto volenteroso.

Dopo la terza baruffa con i compagni, però, era arrivata una petizione dei loro genitori che chiedevano il suo allontanamento.  

La proposta non era proprio di espellerla, ma solo di spostarla, magari in un’altra scuola: “perché tenerci noi ‘sta grana? – era il ragionamento neanche tanto velato – rifiliamola a qualcun altro”. Come sempre il comportamento dei “gagè”  verso gli zingari, rivelava la sua natura ambigua ed in qualche modo vile: non chiedevano l’espulsione per non sentirsi (o sentirsi dare dei) razzisti, non si preoccupavano se la bambina si sentisse rifiutata dall’ambiente ostile o quali fossero le sue ragioni: era una diversa e, in quanto tale, andava allontanata perché la sua presenza in fondo rimordeva qualche cattiva coscienza. Lei si era rifiutata di andarsene e la cosa però era degenerata, fino a che qualcuno ne aveva parlato ai giornali.  Dijana voleva rimanere: più che il bisogno di istruzione o la rabbia contro i soprusi, la tratteneva una ragione molto più pratica: lì almeno mangiava. Lo disse agli insegnanti, ai suoi genitori e ai volontari del pulmino, ma aveva tutti contro: la scuola, impreparata a dare risposte didattiche così complesse a problemi per cui gli insegnanti erano gravemente inadeguati; i genitori degli alunni per ignoranza e pregiudizi; ma anche l’associazione col pulmino (sotto minaccia di non essere più richiesta dalla scuola) e perfino dai suoi genitori (“che ti serve farti umiliare tutti i giorni dai gagè”). La proposta di ripiego era dunque quella di cambiare istituto. La briga era andata avanti alcuni giorni. Ma poi, ad inizio 2010, era arrivato lo sgombero e la distruzione del campo di Casilino ‘900. Tra i primi a doversene andare fu proprio la sua famiglia che si era infilata nel campo abusivamente. A nessuno importò se questo interrompeva il percorso scolastico dei bambini: per le autorità c’era l’imperativo delle norme dettate dall’”emergenza nomadi”; Per i genitori c’erano urgenze più importanti, soprattutto dove andare a dormire. E così era finita l’avventura scolastica di Dijana.

“Se non studi, però devi lavorare”, le aveva detto il padre. E questa era diventata una vera urgenza, specialmente dopo che la famiglia aveva trovato un provvisorio rifugio sotto le arcate del Ponte della Magliana. Dovevano cercare una sistemazione migliore e, dunque, avevano bisogno di soldi. Il suo rude ed ignorante ma autoritario genitore, una proposta ce l’aveva: quella di andare a “fare manghel” con la sorella maggiore, cioè chiedere l’elemosina facendo leva sulla giovane età, sugli stracci addosso e su qualche piccolo accorgimento per intenerire i Gagè. Che altro si poteva far fare ad una donna?

Quel giorno avevano scelto di percorrere in lungo ed in largo tutte le linee della metropolitana.

Chiamate la polizia!

La signora in sovrappeso si accorse della manovra di sganciamento della zingara più grande troppo tardi, ma abbastanza per gridare: “l’altra è scappata, non fate uscire anche questa. Chiamate la polizia!”.

“Polizia”, nel sentir gridare questa parola il musicista sembrò risvegliarsi da uno stato di torpore: smise di suonare e cominciò frettolosamente a rinfoderare lo strumento. Era palesemente spaventato: “no, no, niente polizia”, si agitò turbato. “Non mi ha rubato nulla”.

Ma la giunonica matrona non lo stava nemmeno a sentire: vista l’apatia degli altri passeggeri che non accennavano a reagire, la donna si era alzata ed aveva afferrato per un braccio la giovane Romanì, agitandola come fosse uno straccio: “è inutile negare, io ti ho visto, e posso testimoniare”. E poi perentoria si rivolse al musicista: “ Questa esce con me e anche lei” intimò al giovane con veemenza: “deve fare una denuncia formale per tentato scippo”. Poi, come rivolta agli altri: “ci sarà qualche poliziotto in questa stazione”.

Senza aspettare risposte, si diresse verso l’uscita, ancora spalancata ed in attesa del segnale di chiusura delle porte: “svelto, svelto” ordinò al giovane: “lei deve venire con me!”. Il chitarrista però non aveva alcuna voglia di uscire ed incontrare agenti di polizia e tergiversava. E la ragione era ovvia: dare spettacolo in un luogo pubblico senza permesso, può comportare una multa. Nel colloquio con gli agenti, sarebbe inevitabilmente venuto fuori cosa lui stava facendo nella metro, correndo il rischio di una reprimenda o peggio. Così l’intemperanza della signora poteva finire per costare cara alla supposta vittima. Mentre la ragazzina, essendo minore, correva in teoria meno rischi.

All’angolo opposto dello scompartimento, intanto, il ragioniere aveva ripreso a leggere il suo libro, alla ricerca di un parallelismo tra la finzione della scrittrice vittoriana e la cruda realtà quotidiana del ventunesimo secolo a Roma. 

Ogni tanto alzava gli occhi per seguire la scena, ma sperava che la baruffa si esaurisse da sola, senza la necessità di un intervento esterno. Anche in lui prevaleva il senso comune di farsi gli affari propri. 

Nel racconto di George Eliot, mentre Maggie Tulliver si avvia verso l’età adulta, il suo temperamento vivace la mette in conflitto con la sua famiglia, la sua comunità, e il suo amatissimo fratello Tom. Ancora più dolorosamente, lei ritrova la propria natura divisa tra le pretese di responsabilità morale e le sue aspirazioni. Carlo tornò a guardare all’alterco, sospirò, e si sforzò a leggere ancora: “il tempo di estremo bisogno era venuto per Maggie, malgrado il breve arco dei suoi 13 anni. Alla usuale precocità della sua ardente natura, la ragazza aggiungeva l’esperienza delle sue prime battaglie per la sopravvivenza, di conflitto tra impulso interiore e cruda realtà della vita, il che è anche la sorte di ogni natura fantasiosa ed appassionata”.

Tempo di agire

Il sig. Guerra non riusciva più a concentrarsi in tutto il bailamme che agitava lo scompartimento. Staccò seccato il pensiero da Maggie Tulliver e la sua fame appassionata di autorealizzazione e chiuse il libro di colpo, decidendosi ad intervenire per mettere fine alla violenza consumata ai danni della giovanissima Romanì. Non era per lui un comportamento usuale. Per sua natura, il ragioniere avrebbe preferito non immischiarsi e continuare a gustare George Eliot o immaginare mentalmente il proseguo della serata. Quello che lo agitava, però, e non gli dava modo di rimanere passivo al di fuori della mischia, non era tanto o solo la cattiveria e prepotenza della giunonica matrona, quanto l’assoluta indifferenza dei numerosi presenti, italiani o stranieri che fossero: “cosa siamo diventati?” si chiese mentalmente lo sgomento ragioniere.

Carlo si rese conto con orrore che le riserve mentali e l’insofferenza verso gli zingari, rendevano tollerabile agli occhi del pubblico qualsiasi comportamento vessatorio. “E’ così – realizzò spaventato – che dev’essere cominciata la persecuzione degli ebrei, degli zingari e degli omosessuali negli anni ’30: traendo forza dall’ignoranza, dai luoghi comuni e della viltà individuale di tutti noi”.  

Come Maggie Tulliver non aveva tollerato nel libro la falsa pietà e l’assenza di solidarietà degli zii verso la bancarotta del padre, così lui non avrebbe potuto ora sopportare lo scempio di umana civiltà a cui stava assistendo. Alzò un braccio impugnando il libro e gridò con forza: “Signora, lasci stare quella bambina”. Appoggiò la borsa sul posto a sedere e si alzò di scatto: “Ho visto tutto, precisò: la zingara non ha tentato di rubare nulla, ha solo urtato inavvertitamente il ragazzo”. La testimonianza era precisa ed inequivocabile, ed era rivolta a tutti i presenti.

Mentre la grassona rimaneva per un istante paralizzata da tanto ardire, lui aggiunse con tono di minaccia: “e comunque, lasci il braccio di quella povera creatura, lei non ha alcuna autorità per trattenerla con la forza”.

La signora, infine si riprese dalla sorpresa e provò a reagire con veemenza: “come si permette di dirmi cosa debbo fare”. Doveva sentirsi in colpa, perché tentò di giustificarsi: “Questa è una ladra e merita la galera.  Li conoscono tutti questi zingari ciarlatani, sempre con la storiella di Sarajevo e intanto pronti a derubarti…”

Carlo però non intendeva farsi intimidire ed aveva  deciso di andare sino in fondo. Fece un passo laterale e bloccò la via d’uscita alla sua interlocutrice: “lasci la minore, o nei pasticci ci finirà lei. La bambina chiedeva l’elemosina e non ha rubato nulla”

Al ragazzo con la chitarra, il nuovo intervento apparve provvidenziale: “E’ vero”, interloquì concitato: “non ha infilato la mano nel sacchetto, non ha fatto niente”. Si aggiustò la chitarra a tracolla e cominciò ad allontanarsi lungo il vagone.  Dagli altri passeggeri solo silenzio. 

Miss Giunone sembrava esterrefatta: “questo mi succede a non farmi gli affari miei – commentò acida, ma anche in difficoltà: “comunque io sono sicura, perché io ho visto”. Diede un nuovo strattone alla zingarella e tentò aggirare l’ostacolo e varcare l’uscita, ma il ragioniere era deciso a non farla passare. Proprio allora il segnale di chiusura porte finalmente si attivò.

Diana, come si dice, colse attimo: esasperata dalla situazione e certo anche spaventata, la ragazzina Rom finalmente si scosse e reagì decisa. Calcolando la pausa prima della chiusura delle porte, sferrò un calcio sullo stinco destro della cicciona che, gridando sorpresa, fu costretta a lasciare la presa. La rabbia le suggeriva di reagire con violenza, ma non ne ebbe il tempo materiale. Mentre il ragioniere si spostava per farla passare, la piccola Romanì oltrepassò veloce la porta d’uscita un secondo prima che si chiudesse. Un attimo dopo era già sparita lungo il corridoio che porta a viale di Val Fiorita ed al Palazzo della Civiltà del Lavoro. 

La matrona, comunque, non ebbe il coraggio di continuare con la filippica. Si era appoggiata su uno dei sedili vuoti, massaggiandosi la gamba destra: “povera me”, borbottava sottovoce senza convinzione. Intanto si guardava intorno alla ricerca di consensi e solidarietà. Ma non ne trovò. L’apatia del pubblico aveva trovato una nuova (e questa volta colpevole) vittima.

Ritorno al Mulino sul fiume Floss

Il rag. Guerra sospirò soddisfatto. Riprese il suo posto e tornò ad aprire il libro. Fece solo in tempo a leggere: “Libro IV – cap. 2 – Il nido strappato è trafitto dalle spine”. Che proseguiva: “C’è qualcosa di stimolante nella stessa agitazione che accompagna il primo shock che viene da una grande disgrazia, allo stesso modo in cui un dolore acuto è spesso uno stimolo e produce un entusiasmo artificiale che è però forza del tutto transitoria. E’ nel lento trascorrere della nuova vita segue –  nel momento in cui il dolore può diventare stantio, e non ha più una intensità emotiva capace di contrastare il dolore;  nel momento in cui ogni giorno segue l’altro in una ottusa disperata piattezza, quando i guai sono una triste routine – è allora che la disperazione diventa anche una minaccia, è allora che la fame perentoria dell’anima si fa sentire, mentre l’occhio e l’orecchio sono tesi alla ricerca di qualche sconosciuto  segreto della nostra esistenza, che può dare alla capacità di sopportazione  la natura di una soddisfazione”.

Djana raggiunse la fermata del bus in via di Val Fiorita e prese al volo il n. 105 in direzione Laurentina. Non aveva cellulare e non sapeva come comunicare con la sorella. Ma per quel giorno ne aveva abbastanza. Calcolò mentalmente che le sarebbe convenuto andare a piedi al ponte della Magliana, ma preferì allontanarsi per un po’ per paura. Che avrebbe raccontato al padre? Forse sarebbe stata punita perché tornava senza soldi. Ma qualche schiaffo dai maschi della famiglia faceva parte della normalità della sua vita. 

Poco distante il treno di Carlo e della cicciona arrivò alla fermata di EUR Fermi. La matrona continuava a massaggiarsi la gamba ma non fiatava più. Il musicista era uscito la fermata prima, assieme a tanti apatici viaggiatori. 

Il rag. Guerra chiuse il libro e lo rimise nella borsa. Uscì e si avviò contento alla fermata del bus che l’avrebbe portato a casa. “Oggi sarei piaciuto a Maggie Tulliver” disse tra sé compiaciuto, pensando alla prospettiva di una serata senza protagonismi.