Intanto, però, continuano i guasti della Linea 6 e torna la paura di possibili dissesti

di RAFFAELE ARAGONA

Qualche tempo fa fu davvero una lieta notizia, per Napoli, per i napoletani e per i turisti, quella di un annunciato ripristino della linea tranviaria in superficie, dalla zona orientale fino a Mergellina, secondo quanto previsto dal Piano Urbano di Mobilità Sostenibile, insieme con l’entrata in funzione di una ventina di nuove vetture. Una di quelle notizie sbandierate ai quattro venti e, come al solito, non certo attuate del tutto e rimaste ancora un sogno.

Qualcosa ora pare si sia mosso, dal momento che si è preso a lavorare per la sistemazione di un tratto di binari che permetterà di far proseguire il tram oltre la piazza Municipio, fino a piazza Vittoria, attraversando la Galleria della Vittoria. E questo dovrebbe avvenire entro qualche mese, chissà…

Si continuerà comunque a ricordare i tempi (neppure tanto lontani) quando il tram superava Mergellina, Fuorigrotta e arrivava a Bagnoli, addirittura fino a “La Pietra”, con lo scenario bellissimo del golfo di Pozzuoli; quando l’intera passeggiata permetteva di godere, seppure a tratti, del gradevole nostro panorama; quando ancora non esisteva, né era immaginabile, lo scempio della Villa Comunale e della Riviera di Chiaia operato dai lavori per la realizzazione della Linea 6 sotterranea: un’opera, ormai a detta di molti, completamente inutile.

Sarebbe stato necessario e più produttivo mobilitare le forze migliori della città perché potesse essere programmata una valida strategia con onesti e utili obiettivi. Sarebbe stato evitato lo spettacolo della Villa diventata uno squallido e polveroso deserto, con pochi e spelacchiati alberi, e ancor oggi del tutto indecorosa (altro che “Real Passeggio” di antica memoria!): un luogo, come quello del lungomare, che avrebbe richiesto di essere lasciato così come era, senza invenzioni e intrusioni di sorta, a cominciare da quelle di Mendini in epoca Bassolino; si pensi, oggi, ai neri manufatti per gli ascensori della Linea 6 sul ciglio della villa all’altezza della “Cassa Armonica” e sul marciapiedi antistante il Palazzo Guevara di Bovino, già vittima dei lavori di costruzione della linea quando, era il 2014, un’ala dell’edificio subì ingenti danni.

Né può certo dimenticarsi l’orrenda struttura di accesso alla Stazione “Arco Mirelli” posta ai margini ultimi della Villa e prospiciente la piazza della Repubblica: un parallelepipedo in ferro e vetro, una sorta di serra o di “pollaio”, come qualcuno ebbe a definirlo. Un volume di dimensioni spropositate del quale non si riconosce la completa funzione e che resta un oltraggio alla Villa, in un luogo profondamente vincolato, senza che, stranamente (?), la Soprintendenza sia intervenuta a riguardo.

Un ulteriore esempio di come alle stazioni napoletane non è sufficiente una scala di accesso al mezzanino con la semplice scritta M; qui da noi non basta, e quindi si è lasciato il campo aperto ad archistar che hanno voluto dare il meglio sé…

In questa piazza, come se non bastasse, è stata aggiunta un ulteriore volume, più o meno aperto, forse riecheggiante la “Cassa armonica” situata al centro della Villa. Non se ne conosce la destinazione; sarà una sorpresa…

Intanto, nelle ultime settimane, poi,  a causa di quanto, con fatica, è stato accertato, è stata notata dell’acqua affiorantesi è notato un affiorare di acqua che ha costretto a dover intervenire con l’esecuzione di nuovi scavi al fine di individuarne l’origine; pare accertato che si sia trattato di un guasto all’impianto di antincendio della stazione. E torna la paura di possibili cedimenti.

Un ultimo episodio, questo, che connota negativamente la storia di questa Linea 6 e che costringe a domandarsi perché mai l’opera sia stata concepita, dal momento che se ne sarebbero potuti facilmente prevedere gli effetti negativi e la limitata funzionalità. Tempo addietro, paradossalmente, venne da chiedersi su cosa sarebbe successo se la si fosse abolita, “tombando” tutto quanto fino ad allora realizzato rinunciandovi del tutto, nonostante l’ingente spesa già sostenuta, ma valutando il risparmio delle successive rilevanti spese di gestione e, se mai, utilizzando i volumi realizzati a parcheggi o altro. L’idea sarebbe potuta apparire per un verso del tutto fantastica (nel suo significato originario di “fantasiosa”), se non fosse stata supportata da una sia pur sommaria analisi fatta all’epoca da qualche esperto. L’obiezione forte e disarmante, però, era costituita dalla concreta e triste circostanza che una decisione del genere avrebbe comportato la restituzione alla Comunità Europea di quanto già ricevuto allo scopo: e ciò bastava per far crollare ogni sogno…

Oggi, ritornando al tram, ci sarebbe da rallegrarsi per un ritorno, anche se tardivo e parziale, a una realtà che andava perdendosi, ricca, tra l’altro, anche di suggestioni canore (basti pensare a ‘O tram d’ ‘a Turretta della canzone di E.A. Mario Primma, Siconda e Terza). Potrebbe esserci da rallegrarsi di un felice parziale ritrovamento del fascino non ancora abbandonato di un mezzo di trasporto che consente al viaggiatore uno sguardo aperto all’esterno, con una maggiore conoscenza e condivisione dei luoghi attraversati.

D’altronde il tram di superficie è un mezzo che ha ritrovato non soltanto il suo fascino, ma la sua piena funzionalità in molte città, anche italiane: Milano, Firenze, Roma; in altre come Bologna e Genova oggi si guarda fattivamente al ritorno del tram (esistente fino agli anni Sessanta) come un passo avanti per un futuro migliore della città che realizza una mobilità facile, sicura e non inquinante.

Chissà perché la realtà napoletana non permette di pensarla allo stesso modo. Si continua a non capire che il buon governo di una città consiste anche nella tutela dell’esistente, prodromica a una sua riqualificazione, la quale non significa soltanto innovazione, specie quando questa corre il rischio di diventare un mutamento in negativo. È sempre opportuno evitare intrusioni, quasi sempre peggiorative, e conservare intatto quello che c’è, cercando anche di guardare al passato che è certamente migliore del presente e, con molta probabilità, migliore di quello che potrebbe riservarci il futuro.