di STEFANIA CONTI

Li hanno chiamati anni di piombo. E il piombo ci fu. Troppo. Se si chiede ad un trenta-quarantenne di oggi una definizione degli anni 70, è facile sentirsi rispondere che furono gli anni del terrorismo. Così è passata la vulgata. Ma non furono solo questo. Il terrorismo ha travolto nel ricordo collettivo quello che di importante e positivo c’è stato – ed è tanto – nel decennio.

 Anche quando risuonava tetra la  P38 , anche quando le principali città italiane erano sconvolte da manifestazioni che sfociavano negli scontri e nelle morti in piazza, anche con il rapimento Moro, la democrazia italiana ha saputo – allora – rispondere con delle leggi la cui importanza e validità sopravvive ancora oggi.

Facile ricordare che lo statuto dei lavoratori è del 1970, una legge notissima per le battaglie politiche degli anni recenti, oggi modificata, anche mortificata (senza parlare della contestatissima abolizione dell’art.18, è bene ricordare  che con le modifiche  è passata, ad esempio,  anche la cancellazione dell’articolo che prevede il divieto del datore di lavoro di controllare a distanza il lavoratore), quella legge è figlia delle lotte operaie del 1968 e 1969, ha portato – come si disse allora – la costituzione in fabbrica. Ha dato agli operai la dignità di lavoratori, e ai lavoratori “il rifiuto dell’inferiorità rispetto alle gerarchie arbitrarie e alla sovranità del profitto “, come scrive Vittorio Foa (“il Cavallo e la Torre”) , “una grande esperienza collettiva di democrazia”.  

Meno ricordato invece è il fatto che nel biennio 1970-1972 l’Italia vara l’attuazione delle regioni e del referendum, viene introdotto il  divorzio, la legalizzazione dell’obiezione di coscienza. Nel 1975 arriveranno la riforma della Rai, del diritto di famiglia, del sistema carcerario; nel 1978 la riforma sanitaria, la “legge Basaglia”sugli istituti psichiatrici e la legge sull’aborto.

E’ del 1974 la nascita del primo sindacato di polizia, il Siulp – che sarà seguito negli anni da altre organizzazioni .

Era l’onda lunga del 1968 ? Probabilmente si, ma quell’onda si è radicata nel decennio successivo e ha portato un impegno civile e un diffuso protagonismo collettivo che ha coinvolto realtà e strati sociali nuovi , anche in settori tradizionalmente ostili al rinnovamento, come – appunto – la polizia, che comincia in quei giorni ad interrogarsi su cosa davvero significhi “servire lo Stato”.

Cgil, Cisl, Uil  in quel momento sono i maggiori protagonisti del confronto sociale, tanto che si parlò di supplenza del sindacato sulla politica. Del resto, molte delle leggi che nascono tra il 1970 e il 1980 sono frutto delle lotte dei lavoratori e dei ragazzi  di allora. Lo slogan “studenti e operai uniti nella lotta” che nasce nel ’68, ha la sua piena realtà almeno fino al 77, quando gli studenti cacciano Lama dall’università di Roma. Da lì in poi cambiò moltissimo, la parola in molti casi, passò alle armi. E quelle armi, l’anno dopo segneranno il rapimento Moro.

Nonostante ciò il fermento positivo era a getto continuo, le istanze di cambiamento continuarono. Si sparava per le strade, sì. Si uccidevano ragazzi rossi e neri in una quantità che oggi sembra surreale tanto è alta. Ma nello stesso anno del  rapimento Moro, l’Italia entra nello Sme (sistema monetario europeo) che ci dà una spolverata da “paese che conta” sullo scenario internazionale;  e arriva la riforma della sanità. Fino a quel momento c’erano solo le mutue di categoria, adesso il sistema sanitario diventa nazionale ed egualitario. Lasciamo perdere come sarà gestito negli anni a venire: lo Stato  c’era e lo dimostrava anche in questo campo. La classe politica di allora, era ancora in grado di recepire la spinta innovativa che veniva dal paese

Nel 1978 viene anche varata la legge Basaglia: abolisce i manicomi e distribuisce i malati in strutture di reinserimento, comunità più piccole con l’intento di liberare i malati di mente. Una delle esperienze sociali e sanitarie più innovatrici del mondo, annota Vittorio Emiliani nel suo “Cronache di piombo e di passione”, dedicato – appunto a quel decennio.

Certamente una cosa che caratterizza il periodo  è il cambiamento radicale della famiglia e del ruolo della donna. E’ del 71 la prima legge che protegge la maternità: la donna incinta non potrà più essere licenziata a causa della gravidanza e avrà due mesi di riposo prima del parto e tre dopo. E’ sempre del 71 la liberalizzazione della vendita degli anticoncezionali : vengono abrogate norme del 1927 che miravano “alla difesa della razza” e arrivavano a punire col carcere chi pubblicizzava qualsiasi mezzo antifecondativo.

L’anno precedente il parlamento aveva istituito il divorzio . Quattro anni dopo – 1974 – dovrà essere difeso da una durissima e appassionata battaglia per il referendum che lo voleva abrogare,  vinto con un inatteso quanto mitico 60 per cento . Anche il 1974 è uno spartiacque. l’Italia piano piano con quel no all’abrogazione,  esce dal Medioevo. Le donne danno prova di esistere in quanto persone, non si sottomettono più alla “autorità maritale” (si diceva così)  o del parroco. In pochi avevano fiutato questo vento. Fino all’ultimo, per esempio,  il Pci fu freddissimo sulla consultazione: aveva paura dell’altra metà del cielo . E non aveva capito niente.

Al di là di quanto se ne fosse accorta la sinistra, infatti, il pianeta rosa era esploso. Andava in piazza, gridava i suoi slogan, rivendicava una emancipazione – o liberazione, come propugnavano le più arrabbiate. E organizzava sit in e viaggi clandestini nei paesi dove l’aborto era consentito. Tra l’altro, nel 1973 una coraggiosa radicale, Adele Faccio aveva aperto  il primo consultorio a Milano . E’ al partito radicale che si deve se nel 1978  il parlamento italiano si decide a  promulgarne , ma di stretta misura, la liberalizzazione. Prima della legge 194 , c’era solo paura e condanne – giudiziarie e sociali . E morte, tante donne morte se non avevano i soldi, tanti,  per i “cucchiai d’oro” (medici che facendosi pagar profumatamente praticavano gli aborti clandestini).

Sul Manifesto, Rossana Rossanda scrive: “care donne, senza il movimento femminista , i suoi turbamenti, le sue alte grida, i suoi garofani rosa e le parolacce urlate per la strada , senza i vostro estremismo , il nostro rispettabile parlamento sarebbe ancora fermo dove stava cinque anni fa?”.

Certo, si dovrà arrivare al 1981 con un referendum stravinto (68%) per far mettere l’animo in pace ai reazionari e ai timorosi di dio (con il Pci, ancora una volta, timidissimo) :  la 194 c’era e restava.

Sull’onda lunga di queste spinte, c’è anche un’altra svolta decisiva: il nuovo diritto di famiglia, nel 75. E’ solo l’applicazione di un articolo della costituzione (29), ma in realtà, una vera e propria rivoluzione, soprattutto per le donne. La già citata “autorità maritale” viene abolita : la moglie può lavorare senza il consenso del marito; non dovrà più “seguire il marito” come prevedeva il codice fino a quel momento, ma i due potranno decidere insieme dove stabilirsi; la potestà genitoriale della madre è affiancata a quella del padre e questo fa cadere per sempre la millenaria “patria potestà”; non è più obbligata a “soddisfare il debito coniugale”; può affiancare il suo cognome a quello del coniuge; si stabilisce la comunione dei beni dopo le nozze. Insomma, l’altra metà del cielo non è più formata da suddite. E, se si aggiunge che nel 77 viene sancita la parità salariale tra i due sessi (mai completamente attuata)  ,  scusate se è poco.

Lavoratori in fabbrica e in ufficio, donne a casa o al lavoro cominciano a rendersi conto che un altro mondo è possibile. Anzi, lo toccano con mano. Gli anni 70 sono stati anni di crescita collettiva, e personale per tanti, anni di partecipazione e senso di appartenenza , di voglia ed entusiasmo per obiettivi sempre nuovi che apparivano quanto mai raggiungibili, come se aspettassero solo di essere conquistati. La cronologia delle riforme citate lo dimostra. A noi, oggi. A quasi tutti, allora. E chi non voleva vedere , non avrebbe visto mai più.

In effetti gli stimoli che si percepivano da singolo, cinquant’anni fa,  scoprivi di colpo che erano già proiettati nel collettivo. Nascevano come funghi, gruppi , gruppetti – non solo politici – associazioni, cineforum, circoli culturali.  Giovanni De Luna, nel suo : “Le ragioni di un decennio” parla di <un fitto reticolo associativo e istituzionale che doveva essere costruito direttamente nella società civile, a contatto diretto con la spontaneità e la creatività dei movimenti dal basso >

Creatività, parola chiave di quegli anni. Un esempio per tutti. A partire dal 1977 Renato Nicolini, assessore alla cultura a Roma, nella giunta di Giulio Carlo Argan prima e con Luigi  Petroselli dopo, inventa l’estate romana. Un susseguirsi di eventi cinematografici, teatrali, musicali nel centro storico della capitale. Ha un tale successo da trasformarsi in un fenomeno di costume. Via via si  accodano le altre grandi città ed esiste ancora oggi . Una manifestazione, che, tra l’altro , indica – anche all’estero – un nuovo modo di intervento delle amministrazioni pubbliche nella promozione di eventi culturali destinati al grande pubblico.

Un vento nuovo arriva anche dalla musica, dal cinema, dai libri. E crea scandalo. Il libro “Porci con le ali” di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera è del 76. Un diario “sessuo-politico”  di due adolescenti – Rocco e Antonia – scritto con un linguaggio esplicito e a volte decisamente pesante, parla di esperienze erotiche, ma anche di grandi slanci ideali e sentimentali. Se ne vendettero  due milioni e mezzo di copie, venne sequestrato e poi riammesso in libreria. Diventò un caso politico (i radicali presentano una interrogazione contro il sequestro). I benpensanti si stapparono i capelli per esplicite scene di sesso. Se lo paragoniamo alle “Cento sfumature di rosso, nero, grigio” del 2012 , una ragazzata.

“Ultimo tango a parigi”, il capolavoro di Bernardo Bertolucci del  72 , un film di deflagrante erotismo e di cupa disperazione, ebbe la condanna della chiesa, la censura di Stato e , nel 76, si arrivò addirittura al rogo, come nei secoli  della caccia alle streghe. Non si era mai verificato un caso del genere. Bisognerà aspettare il 1987 per rivederlo in Italia.  Oggi nelle televisioni si vede ben altro.

I ventenni di cinquant’anni fa, nonostante tutto, hanno consegnato ai ventenni degli anni 2000  un paese migliore, più aperto, più libero.  Chi pensa di rimettere in discussione il divorzio? O la potestà genitoriale del padre e della madre insieme? La pillola anticoncezionale si compra tranquillamente in farmacia , senza che questo susciti stupore, tanto meno scandalo. Certo, ciclicamente c’è chi si sveglia e vuole rivedere la legge sull’aborto, magari abrogarla. Ma finora è stato respinto con perdite. Certo, la parità salariale non è pienamente applicata, ma non è più una cosa normale.

Se si guarda ai diritti civili , alla crescita sociale complessiva,  alla libertà personale, i giovani degli anni 2000 stanno meglio dei loro coetanei di quarant’anni fa. Per contro c’è una disoccupazione che non lascia orizzonti, se non quello di andare via dall’Italia. E questo non solo toglie spazio all’entusiasmo , toglie il futuro.