di GIANCARLO GOVERNI

Non sono mai stato comunista (casomai socialista, che è ben diverso dal comunismo), ma sempre antifascista anche perché riconosco nell’antifascismo i principi fondanti della nostra Costituzione. Non ho partecipato alla Resistenza per motivi anagrafici ma ne ho studiato a fondo la Storia in quanto parte fondamentale della Storia Contemporanea. Un amore che mi trasmise il mio professore di Storia e Filosofia. che si chiamava Roberto Battaglia, comandante partigiano e primo storico della Resistenza.

Ho però vissuto da bambino e poi da ragazzo e da giovane  gli anni della Repubblica, della Costituzione, della rinascita del partito neofascista che ha cambiato pelle ma è sempre presente nella sostanza, camuffato con formule diverse.

Fin da piccolo ho sentito dire che la Resistenza era una cosa che apparteneva prevalentemente al mondo  comunista, poi ho capito perché. I comunisti se ne erano appropriati, per tenerla viva dicevano, ma più sicuramente perché si volevano celare dietro quel grande valore. Poi, studiando, sono venuto a sapere che alla Resistenza al nazifascismo parteciparono innumerevoli e variegate forze politiche. Accanto alle brigate Garibaldi, quelle sì comuniste, ci furono le Matteotti di ispirazione socialista, e poi le formazioni di Giustizia e Libertà fondamentali non solo per l’apporto militare ma soprattutto per l’apporto culturale. Il partito d’Azione, da loro ispirato, si dissolse non appena la politica diventò di piccolo cabotaggio ma dopo aver dato un contributo fondamentale alla scrittura della Costituzione e un grande apporto culturale all’Italia democratica e repubblicana. Il più importante scrittore della Resistenza si chiama Fenoglio e non era comunista ma azionista.

E poi c’erano i badogliani, cioè i militari che rimasero fedeli alla monarchia. I Carabinieri che non fecero mai i reggicoda dei tedeschi, ma anzi spesso aiutarono la Resistenza e anche vi parteciparono attivamente in armi. In Val d’Orcia le formazioni partigiane le comandava un maresciallo dei Carabinieri che si chiamava Raspa (non so se fosse un nome di battaglia o il suo vero cognome) che rimase Carabiniere fino alla pensione. E poi c’erano i cattolici, come Enrico Mattei che diventerà il grande manager della Repubblica, come De Gasperi che sarà il grande presidente del consiglio della ricostruzione, e poi i repubblicani e altri. E i sacerdoti, primi fra tutti Don Giuseppe Morosini, fucilato a Forte Bravetta e Don Pietro Pappagallo, immortalato da Aldo Fabrizi nel film Roma città aperta, finito alle Fosse Ardeatine. Insomma si farebbe prima a dire chi non c’era. Erano resistenti anche i soldati italiani e i civili  che a Porta San Paolo si opposero ai tedeschi e lo erano sicuramente i 5000 della divisione Acqui che a Cefalonia si fecero massacrare pur di non cedere ai tedeschi. Era resistente anche il popolo napoletano che in quattro giorni di battaglia cacciò i tedeschi dalla città, rimanendo l’esempio storico dell’unica città che si sia liberata da sola, senza l’aiuto delle forze alleate.

Da non trascurare infine quelli che fecero parte dell’altra Resistenza, quelli di tutte le ispirazioni politiche che, dopo l’8 settembre, si rifiutarono di continuare la guerra al fianco dell’ex alleato germanico. E furono più di seicentomila gli internati in campi di prigionia. Tra questi mi piace ricordare Alessandro Natta che diventerà segretario del partito comunista, dopo la morte di Berlinguer e Giovannino Guareschi il grande scrittore, padre di Don Camillo e il sindaco Peppone, che, sul piano della satira, fu il primo “massacratore” dei comunisti che lui definiva i “trinariciuti”.

Bella ciao non è un canto comunista, tanto è vero che i comunisti inizialmente non la cantavano perché non la conoscevano, ma anche perché preferivano Fischia il vento e Ribelli della montagna. Bella ciao è un canto gentile e soprattutto, a differenza degli altri canti, non inneggia a bandiere rosse e a conquiste della “rossa primavera dove sorge il sol dell’avvenire”. E non promette vendette (“ma se ci coglie la crudele morte dura vendetta sarà del partigian”) come Fischia il vento, mentre  Ribelli della montagna è ancora più esplicita: “ma questa fede che ci accompagna sarà le legge dell’avvenir”. Insomma sono dei veri e propri manifesti di fede comunista.

Bella ciao venne dopo e fu lanciata negli anni Sessanta da Giovanna Marini che scoprì che era derivato da un canto di mondine, che aveva ancora dei “portatori” che la ricordavano e se l’erano tramandata fino a una vecchia mondina dalla voce straordinaria che si chiamava Giovanna Daffini. Bella ciao da allora si è  affermata su tutte le canzoni, tanto dal farle sparire. Chi canta più o addirittura ricorda Fischia il vento e Ribelli della montagna? Ora tutti cantano Bella ciao che è un canto gentile, di uno che da l’addio alla sua Bella perché va a combattere l’invasore. E non parla di conquistare rosse primavere, non promette vendetta ma chiede soltanto, se morirà, di essere seppellito sotto l’ombra di un bel fiore. E di essere ricordato come il partigiano morto per la LIBERTA’.

Per queste parole che anelano alla libertà e alla pace, accanto a una melodia dolce che non ha nulla della marcia militare, Bella ciao ha conquistato il mondo, come O sole mio e Volare, da tutti coloro che hanno in valore la libertà, ogni libertà: la libertà politica, la libertà di espressione, la libertà da un ambiente deturpato. E noi italiani dovremmo esserne fieri.

I social si sono esercitati in risposte a Laura Pausini che si è rifiutata di cantarla, alla televisione spagnola perché è un canto “muy politico”. Alla Pausini, che è la cantante italiana più famosa al mondo, manca il senso dell’impegno civico come invece hanno avuto molti dei suoi predecessori, e quindi ha preferito non impegnarsi, mostrando di non sapere che, anche quello che è diventato il nostro inno nazionale nacque come un canto “muy politico”, perché lo scrisse un ragazzo, che si chiamava Goffredo Mameli, che a 21 anni lasciò la propria vita sulle barricate in cui si difendeva la repubblica romana, in un’epoca, il 1849, dove essere patrioti repubblicani significava essere contro tutti i poteri, compreso il papa re. Fratelli d’Italia fu proprio la canzone che cantavano i partigiani per farsi coraggio, quando combattevano contro il tedesco invasore. E proprio per questo il canto di Mameli fu scelto come Canto degli Italiani dai Padri Costituenti.

Laura Pausini ha ricevuto sui social tante risposte, alcune ingenerose perché lei, anche se non canta Bella ciao, rimane una grande cantante. Tra tutte mi ha colpito per la sua sintesi, la risposta di Pif  (nome d’arte di Pierfrancesco Diliberto, autore, sceneggiatore e regista) che dice: ”Pensare di non cantare “Bella Ciao”, per non voler prendere posizione, è una gran minchiata. Quando ti rifiuti di cantarla hai già preso posizione.”

E poi aggiunge, a mo’ di post scriptum “Al mio funerale cantate “Bella Ciao”. Perché voglio prendere posizione, al riguardo, anche da morto.”

Questo sarà anche il mio ultimo desiderio.