di STEFANO TOROSSI 

Leggiamo sul Venerdì di Repubblica di questa settimana un gustoso articoletto sull’imminente sfratto di uno dei tanti personaggi che ormai

fanno parte di quel panorama artigianale-contadino che sopravvive sempre più stentatamente intorno ai confini della città, mentre questa si dilata come una vescica, tutto soffocando.

Si tratta di Gaetano Palisano, un vivaista un po’ sui generis che bivacca da anni su un terreno forse del comune, forse di un privato, forse comprato da lui stesso anni fa con un contratto forse non valido; insomma un precario suburbano.

Si sta progettando una sistemazione del Parco della Caffarella, e quando cominceranno i lavori (conoscendo i tempi del Comune, crediamo che possano stare tranquilli lui e i suoi eredi) se ne dovrà andare.

Quattro anni fa eravamo passati a trovarlo e avevamo buttato giù le nostre impressioni. Eccole. (Dall’articolo del Venerdì apprendiamo che oggi ha anche un allevamento di tartarughine, specie protetta e per legge intoccabile, soprattutto durante il letargo. Sembra una di quelle storie neorealiste, con la contrabbandiera, Sophia Loren, sempre incinta, che i carabinieri non possono arrestare).

23/4/2018. Pochi passi sull’Appia Antica, fuori Porta San Sebastiano e poi, quasi al bivio con l’Appia Pignatelli, davanti alla Cartiera Latina, ci fermiamo a uno sciccosissimo vivaio.

Ma è una finta perché lì non ci entriamo per niente; proprio a sinistra dello sciccosissimo ingresso dello sciccosissimo vivaio, segnalato da uno sgangherato cartello “Piante grasse da collezione”, parte un viottolo altrettanto sgangherato che dopo qualche curva ci porta a un cancello. Ci infiliamo in una jungla di erbacce alte due metri, capannoni di bandone e serre coperte da stracci, e ci viene incontro, scortato da un bastardino, Gaetano dei Cactus, piccolo, con la scoppola e uno stuzzicadenti che gli sta piantato in bocca come se proprio lì fosse germogliato dalle radici dei denti caduti.

Vendere, sì, le venderebbe anche, su nostra insistenza, le sue amate creature, ma in realtà gl’interessa di più parlare delle succulente che coltiva, dei danni dell’ultima gelata, di un cereus che gli è cresciuto tanto da costringerlo a fare un buco nel tetto della serra, come se quel piccolo squarcio rovinasse la linea purissima della costruzione, sgangherata come il resto.

Ci accompagna in giro per la sua proprietà (?), affascinante guazzabuglio di materiali vari (orgoglio di raccoglitore), vegetazione di ogni genere (orgoglio di coltivatore), perfino una vasca con carpe ornamentali, la più grossa e vecchia delle quali sale a galla per rubargli dalla mano dei granelli di cibo (orgoglio di allevatore).

Insomma, abbiamo di fronte un raro esemplare sulla cui peculiarità non ci sono dubbi. Come non ce ne sono sul fatto che potrebbe avere la stessa veneranda età dei basoli dell’Appia. Merita una visita archeobotanica.

11/11/2022. E noi l’abbiamo rifatta questa visita, non solo archeobotanica, ma anche maliziosa. Perché conosciamo la nostra città incapace di entusiasmi, di slanci, di iniziative o di ribellioni: una palude spesso infetta, comunque sempre inerte, come d’altra parte si conviene a una palude.

E abbiamo voluto metterla alla prova alle 16 di oggi, venerdì, giorno di uscita del supplemento di Repubblica in cui si racconta la storia di Gaetano.

Siamo riandati sull’Appia Antica, davanti alla Cartiera Latina, un po’ prima del bivio con l’Appia Pignatelli.

Come temevamo, ma avremmo sperato di no, il cancello d’ingresso al vivaio di Gaetano era sbarrato e nel parcheggio lì davanti, neanche una macchina ferma, eppure era l’orario giusto.

Sfruttare (in fondo è un esercizio commerciale) la popolarità, anche se effimera, dell’articolo su un giornale che arriva a un buon numero di romani per guadagnare due bajocchi? Ma stiamo scherzando? Tocca lavorare!

E i romani che ci aspettavamo di vedere in massa sul posto, se non altro per curiosità? Troppa fatica arrivare fino all’Appia. Magari domani, o domenica, o un altro giorno…

I nostri fedeli lettori, se fedeli lo sono davvero, avranno ormai capito che la conclusione dell’escursione archeobotanica non poteva che essere il baretto verso Cecilia Metella con le sue irresistibile pizzette a mozzarella, alici e fiori di zucca annaffiate, come si scrive nei romanzi di avventura, da un boccale di birra freschissima. Prosit!

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L’archivio del Cavalier Serpente sta ben protetto nel suo blog. Per visitarlo digitate su Google “Il Cavalier Serpente” e vi si aprirà uno scrigno di dieci anni di perfidie.