Caro direttore, qualche amico, che in questi ultimi anni ha rispettato il mio disagio politico di militante di Forza Italia, ha salutato con sollievo la mia uscita dal partito in cui militavo dall’inizio del ‘94 dopo trent’anni di milizia socialista all’insegna del riformismo e dell’autonomia politica del partito.

Ed è stata liberatoria anche per me che potrò spiegare, finalmente e liberamente, tutte le ragioni, grandi e piccole, del mio abbandono.

Quando Berlusconi scese in campo, chiamò a raccolta tutte quelle forze liberal-democratiche, liberalsocialisti e riformiste nel tentativo, in gran parte riuscito, di dare un ruolo nuovo alla borghesia italiana, coinvolgendola in un progetto in cui, insieme ad imprenditori, professionisti e gente comune, questo nuovo blocco sociale eliminasse le tentazioni qualunquistiche tipiche di quelle forze sociali che si sentono marginalizzate o più semplicemente strumentalizzate da quella che ancora non veniva chiamata “casta”.

E non a caso il blocco sociale delle cosiddette “partite IVA”, nelle elezioni del ‘94, stupefacentemente, sotto il simbolo suggestivo di Forza Italia, risultò il primo partito italiano.

Memorabili le battaglie contro la “politica politicante”, contro vincoli e orpelli burocratici che tenevano ingessata la società e in positivo le battaglie per le liberalizzazioni da corporazioni, caste e ordini professionali.

In un recente convegno in pieno COVID da me organizzato a scopi formativi per il gruppo dirigente provinciale di Viterbo, posi la domanda se fossero tuttora valide le ragioni fondative del Partito nel ‘94. E la risposta fu quasi unanimemente affermativa.

Cosa significa tutto questo? Che in pochi anni, a partire dal ’94, quella voglia di cambiamento si è appassita e Forza Italia si è rassegnata a mediazioni infinite tra partiti, annacquando la soluzione dei problemi, in antitesi alle esigenze di riforma, rinviandola e per le problematiche sociali continuando a far ricorso al debito pubblico. Praticamente omologandosi ai vecchi partiti. Recentemente ho compreso meglio le ragioni di questo appiattimento. Nando Pagnoncelli ha pubblicato uno studio statistico da cui si rileva che Forza Italia, dopo gli anni iniziali dei primati, vaga tra il quarto e il quinto posto (dopo PD, FdI, Lega e M5S) tra laureati, imprenditori, professionisti con una presenza scarsa di giovani, ed una significativa di disoccupati.

Berlusconi che rovesciava il tavolo, invecchiando (perché anche i ricchi invecchiano) è stato imbrigliato da mani imbarazzanti (il cerchio magico) e si occupa solo di sue aspirazioni, molte delle quali indotte da amici stretti perniciosi (presidenza della Repubblica, del Senato..).

Ma veniamo alle ragioni del mio abbandono.

In un partito che continua a definirsi liberale è intollerabile che non si sia mai fatto un congresso vero per la selezione della classe dirigente.

È intollerabile che una esponente del “cerchio magico” sia una specie di cavallo di Troia della Lega e di Salvini dentro Forza Italia. Ricorda il ruolo di Gunther Guillame, primo collaboratore di Willy Brandt, che si scoprì essere un confidente della Stasi.

È intollerabile che sul territorio non si facciano dibattiti sul ruolo nazionale di Forza Italia, alimentando solo un generico discorso di spirito di corpo e non la definizione precisa di un identikit politico che non può prevedere “ventri molli” pro Putin, Orban e così via.

È intollerabile (e delittuoso) che per evitare la supremazia dei consensi della Meloni si voti la sfiducia a Draghi per arrivare al voto anticipato.

Così mi sono aggregato da semplice militante alla decisione di Maria Stella Gelmini che ha toccato con mano ambiguità e carenze politiche del suo partito e ne è venuta coraggiosamente fuori. Altro che Giorgetti….

Ma ho preso questa decisione anche per stanchezza. Tante volte nel mio Comitato Provinciale ho cercato di stimolare dibattiti. Senza alcun seguito ahimè. Così ho lasciato! Non certo per qualche assessorato.

Con l’amicizia e la stima di sempre, Carmelo Messina