di SALVO FLERES

Nel dopo pandemia le presenze turistiche a Catania sono cresciute, ma rischiano di trasformarsi in un vero e proprio boomerang, a causa della incresciosa situazione che la città sta attraversando, per via di un pessimo servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani e di una “ancora incerta” differenziata.

In questo momento, in Sicilia, sono fruibili 13 parchi archeologici, è censito circa il 50% dell’intero patrimonio archeologico del Paese, sono presenti 7 siti Unesco, diverse località di straordinaria importanza artistica e storica, dunque l’incremento delle presenze turistiche è più che giustificato, infatti il dato oscilla fra i 3 ed i 4 milioni l’anno. 

Si tratta di uomini e donne, provenienti da tutte le parti del mondo, che però, nel 2022, loro malgrado, rischiano di diventare i forzati divulgatori di una Regione tanto straordinariamente bella, quanto colpevolmente sommersa dai rifiuti a causa di scelte politiche ed amministrative del tutto tardive o strampalate.

Che si sbarchi o si atterri a Catania o che lo si faccia a Palermo la situazione non è differente. Le strade sono diventate un immondezzaio a cielo aperto, le carreggiate sono utilizzabili solo parzialmente e lo scenario è degno delle peggiori zone di Ferentari, il quartiere di Bucarest divenuto presidio di cani, gatti, rettili, topi e ogni altro genere di animale e rifiuto organico e non.

Delle 8 discariche teoricamente presenti nell’Isola, in atto, ne sono in funzione soltanto 3: Trapani, Agrigento e Gela, una circostanza che, tra l’altro, provoca un’impennata dei costi di conferimento, che hanno raggiunto cifre incredibili, dunque della Tari a carico dei cittadini, ma anche un durissimo colpo all’inquinamento ambientale dei siti in questione e dell’intero territorio, aggravato inoltre dalle migliaia di chilometri che, ogni giorno, gli autocompattatori devono percorrere per spostarsi da una parte all’altra della Sicilia, al fine di poter scaricare il loro puzzolente carico di immondizia e di ossido di carbonio. 

L’intero “indifferenziato” che viene prodotto dai 391 comuni della Regione, ma soprattutto da Catania e Palermo, ammonta a circa 1.236.000 tonnellate, a cui si aggiunge l’umido, pari a circa il 40% del totale, che dovrebbe essere trasformato in compost nei 17 impianti rimasti in funzione, a fronte dei 22 presenti, ma non del tutto attivi. 

Nonostante la situazione sia particolarmente difficile, dagli uffici della Regione, le uniche proposte che sembrano farsi strada riguardano o il costoso trasferimento dei rifiuti in altre località fuori dell’Isola, anche grazie ad una “pietosa” concessione finanziaria da parte del Governo nazionale, o all’altrettanto “pietosa” concessione di una deroga, che possa consentire l’utilizzo di discariche ormai ritenute sature, con ciò contribuendo ad aggravare ulteriormente la situazione nei siti interessati, divenuti ormai vere e proprie “bombe ecologiche”.

Tutto questo senza valer aprire il tema dell’impatto etico di simili scelte, volte a scaricare su terzi i costi economici ed ecologici del disservizio, un dato che certamente non fa onore a chi compie simili scelte. 

Ciò accade mentre dei due termovalorizzatori che il Governo siciliano si era impegnato a costruire all’atto del suo insediamento non si conosce granché. 

Eppure si trattava di due strutture di primissimo ordine. La prima, il cui investimento previsto ammonta a 674 milioni di euro,  sarebbe stata in grado di trattare 450.000 tonnellate di immondizia l’anno, ricavandone metanolo, idrogeno e syngas, la seconda, la cui realizzazione sarebbe costata 400 milioni di euro, avrebbe potuto trasformarne circa 300 tonnellate all’anno e produrre energia elettrica per svariati kilowattora, come accade in altre parti del Paese. 

Tutto questo senza voler aprire il capitolo delle polemiche ambientaliste o le pruriginose attenzioni ecologistiche, sempre pronte a contare su ben addestrati attivisti privi di qualsiasi competenza scientifica, ma dotatissimi delle più raffinate armi della “disinformatia”, le stesse che in Italia hanno bloccato la realizzazione degli impianti nucleari e favorito la dipendenza dal gas russo e non solo, con i costi che ben conosciamo. Fortunatamente, in tal senso, l’Europa si sta facendo sentire.

Sul tema dei termovalorizzatori se ne sono dette e se ne dicono di cotte e di crude, dunque, sulla materia, appare corretto fare un po’ di chiarezza.  

In Italia sono operativi 37 termovalorizzatori, ovvero, impianti di incenerimento che trattano rifiuti urbani e rifiuti derivanti dal trattamento degli stessi, quali possono essere i rifiuti combustibili, la frazione secca ed il bioessiccato. 

I dati in questione sono quelli che emergono dall’ultimo rapporto elaborato dal Centro nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare, dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), pubblicato nel 2021, dunque sono muniti della più ampia affidabilità tecnico-scientifica.

Il numero dei termovalorizzatori, in atto, operanti in Italia è di gran lunga inferiore rispetto a quelli che sono in funzione in Germania (96) o in Francia (126). In sette anni, però, dal 2013 al 2020, gli impianti presenti nel nostro Paese sono diminuiti di 11 unità e, in particolare, ciò è accaduto nelle regioni del Centro Italia, in cui si osserva una riduzione di 7 impianti (sarà un caso…). 

Il parco impiantistico attualmente in funzione è prevalentemente localizzato nelle regioni del Nord, dove sono presenti 26 strutture (anche questo sarà un caso…).

In Lombardia e in Emilia Romagna sono presenti rispettivamente 13 e 7 impianti che, nel 2020, hanno trattato complessivamente oltre 2,8 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, pari al 74,5% di quelli inceneriti nel Nord.

Al Centro e al Sud sono operativi, rispettivamente, 5 e 6 impianti, che hanno trattato oltre 532 mila tonnellate di rifiuti, i primi, e più di un milione di tonnellate di rifiuti, i secondi.

Sulla base di quanto illustrato nel “Libro bianco” sull’incenerimento dei rifiuti urbani – uno studio realizzato nel 2021 per conto di Utilitalia (la Federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche) dai Politecnici di Milano e di Torino e dalle Università di Trento e di Roma Tor Vergata – nel 2019, gli inceneritori presenti in Italia hanno trattato complessivamente circa 5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e rifiuti speciali da urbani, producendo 4,6 milioni di MWh di energia elettrica e 2,2 milioni di MWh di energia termica. 

Giova precisare che una tale quantità di energia (rinnovabile al 51%) è in grado di soddisfare il fabbisogno di circa 2,8 milioni di famiglie.

Non è secondario, inoltre, ricordare che la UE ha fissato al 2035 gli obiettivi del riciclaggio effettivo nella misura pari al 65% e della riduzione del ricorso alla discarica al di sotto del 10%. Dalla ricerca in questione emerge, quindi, che dagli impianti di incenerimento arriva un contributo fondamentale per l’economia circolare.

In termini di emissioni climalteranti, la discarica ha un impatto di 8 volte superiore a quello del recupero energetico attraverso i termovalorizzatori. 

Inoltre, diversi flussi di rifiuti, se non recuperati attraverso processi di termovalorizzazione, hanno come alternativa il solo smaltimento in discarica. Inoltre, circostanza assai importante, “per strutture simili sono stati fissati limiti molto stringenti alle emissioni, limiti che non hanno eguali nel panorama delle istallazioni industriali.

Per tentare di fare ulteriore chiarezza ad uso dei più scettici o degli operatori della “disinformatia”, è giusto spiegare, in sintesi, le modalità di funzionamento di massima dei termovalorizzatori, ovvero degli inceneritori di nuova generazione.  

I rifiuti non riciclabili vengono conferiti all’impianto e scaricati nella vasca di raccolta e miscelazione. Da lì vengono caricati nelle caldaie delle tre linee di combustione, la cui temperatura è regolata a oltre 1.000 gradi, per l’ossidazione completa dei rifiuti. 

Il calore prodotto dalla combustione genera vapore ad alta pressione, che a sua volta viene immesso in un turbogeneratore per la produzione di energia elettrica e, successivamente, utilizzato per scaldare l’acqua che alimenta la rete.

Ogni linea di combustione ha un trattamento fumi dedicato. Già nella camera di combustione questi vengono trattati con ammoniaca, al fine di abbattere gli ossidi di azoto. Successivamente passano attraverso un sistema catalitico per l’ulteriore riduzione degli ossidi di azoto e di ammoniaca. 

In uscita dal circuito della caldaia, i fumi arrivano ad un sistema di depurazione e filtrazione, che trattiene gli elementi microinquinanti, tra cui i metalli pesanti, le diossine, i furani.  I fumi depurati passano attraverso filtri a maniche, che trattengono tutte le polveri in sospensione, e quindi vengono convogliati al camino.

Continuando ad analizzate la questione e le osservazioni che ne derivano è bene spiegare quale sia la principale differenza tra l’utilizzo dei termovalorizzatori e quello degli inceneritori.

Cominciamo col dire che non sono affatto la stessa cosa. Un inceneritore, ad esempio, brucia i rifiuti e basta, mentre un termovalorizzatore ha il compito di bruciare i rifiuti e produrre energia elettrica. Ad oggi,  gli inceneritori classici sono ormai molto pochi, in particolare si trovano al Sud Italia.

Stando a quanto afferma la legge, la combustione deve avvenire oltre gli 850 gradi. Il motivo è semplice: in questo modo si evita la formazione di diossine, che com’è noto sono dei pericolosi agenti inquinanti. Gli impianti di termovalorizzazione più moderni hanno dei grandi radiatori ad acqua e possono persino distribuirla ad alta temperatura per i termosifoni casalinghi.

È giusto precisare, però, che l’impatto zero, ad oggi, non esiste, infatti, il problema dello scarto è tuttora presente. Il riferimento è soprattutto alla cenere ed ai fumi. L’unico modo per abbatterne la quantità è installare un sistema di filtraggio all’avanguardia che ha il compito di prevenirli, come accade per i moderni termovalorizzatori che possono vantare un sistema di filtraggio costituito da  4 livelli di contenimento.

Purtroppo, la combustione non è esente dalla produzione di CO2, l’eccessiva produzione di anidride carbonica è una delle cause che contribuiscono a creare l’effetto serra ed è proprio su questo aspetto che la scienza sta approfondendo i suoi studi, nel tentativo di limitarne i danni in maniera significativa. 

Tuttavia anche le altre tecniche di smaltimento, in particolare quello che avviene in discarica, producono effetti inquinanti molto più gravi, agendo oltre che sull’atmosfera anche sul suolo e sulle falde idriche.

Insomma, le differenze tra le due tipologie di impianti ci sono ed è per questa ragione che oggi è molto meglio investire sui termovalorizzatori di nuovissima generazione, come quello realizzato a Copenhagen, sulla cui parte sommitale è stata persino costruita una pista di sci, o addirittura ancor più all’avanguardia.

L’evidente vantaggio economico ed ecologico derivante dall’uso di termovalorizzatori non significa affatto rinunziare all’importantissima raccolta differenziata, né al riciclo di tutto ciò che può avere una seconda o una terza vita, come la carta, la plastica, il vetro, il legno, i metalli, i tessuti. 

Insomma, significa soltanto sottrarre le amministrazioni pubbliche ed i cittadini ai rischi del vivere in luoghi malsani, ma anche al ricatto, spesso giudiziariamente rilevante, ma certamente assai gravoso dal punto di vista dei costi, posto in essere dall’attuale sistema fondato sulle discariche e sui loro, talvolta discutibili, organismi di gestione.