di GIANLUCA VERONESI

Le elezioni non le ha vinte la destra e men che meno il centrodestra, le ha vinte Meloni. Che è certamente di destra.
Se apprezzo le doti della determinazione, coerenza, indipendenza, coraggio e le riconosco in lei voto quelle e non il fascismo che, per altro, non le ha mai messe in pratica.

Ritengo poi difficilmente compatibile l’essere donna di oggi e fascista, ideologia maschilista di stampo paternalista (la peggiore perché subdola).
Letta ha compiuto un errore tattico impostando la campagna solo su quel punto.
Nessuno in Italia, a meno di essere centenario o storico di professione, può davvero immaginare e “vivere” i vizi, i soprusi, gli errori del regime.

Mai come in questo caso la relazione e le repliche del dibattito sulla “fiducia” sono state utili e rivelatrici.

Il discorso di Meloni è stato esaminato parola per parola dai giornali ma chi non lo ha ascoltato dal vivo non può capirne fino in fondo il senso.
Tra le righe, in ogni riga, ma sempre nelle sue espressioni, c’era una sorta di biografia della destra e di autobiografia della premier.
Sentivi la fatica, le delusioni, l’isolamento vissuto dalla destra storica in anni passati, di chi non veniva riconosciuto nell’arco costituzionale, di chi ha attraversato il deserto della impresentabilita’ e che ora “sfonda” nel paese -pardon nella nazione- e che detta  le regole della nuova “correttezza politica”.

Furono anni di vere e proprie guerre sotterranee, di connivenze con gli apparati dello Stato su cui è intervenuto, con tono da inquisizione, il magistrato e senatore Scarpinato dei 5Stelle, elencando tutte le sentenze contro esponenti -riconosciuti colpevoli di terrorismo o violenza- della destra extraparlamentare (va da se’ che analoga elencazione si potrebbe fare per esponenti di estrema sinistra).

Tutti sentimenti che i leghisti e, ancor meno, i berlusconiani hanno minimamente conosciuto, avendo cominciato a far politica in piena legittimazione democratica.
A questo orgoglio dei reduci di tante battaglie si aggiunge il “riscatto” personale della presidentessa del consiglio quando ricorda il disagio familiare (materiale e affettivo)  patito in gioventù.
Relazione ad alto tasso di emotività come solo una donna può creare.

Il premier dopo averli battuti ha ora “conquistato” gli alleati, non senza avere mandato precisi messaggi. Forte di una massiccia maggioranza andrà avanti comunque, qualunque siano i capricci, i distinguo e i trabocchetti  dei suoi partner.
Le minoranze hanno capito che la loro opposizione sarà lunga e spesso ignorata.

È importante che non si affidino a toni e temi anacronistici, novecenteschi. Viviamo purtroppo nell’epoca del pragmatismo, tutto si giudica solo in base ai risultati economici.

E soprattutto non bisogna essere presi dalla foga di demonizzare qualunque cosa dica il governo perché altrimenti si rischia l’autogol, come l’assurda discussione sulla parola merito (una delle mie preferite).
Finisco con la perplessità più forte che ho ricavato dal programma annunciato: l’invocazione continua della parola libertà che è una parola bellissima (ed è incompatibile con il fascismo) che però viene spesso associata e confusa con il “lasciar fare”.

Non collochiamo ostacoli sulla strada di chi vuol darsi da fare. La burocrazia smetta di boicottare.
Tutto condivisibile a condizione di non strizzare troppo l’occhio ai teorici del “vietato vietare” come mi è parso in un accenno alla  vecchia (speriamo) questione dei vaccini.

La libertà in democrazia si manifesta attraverso diritti, che sono organizzati, circoscritti da regole precise, accompagnati da molti doveri conseguenti.