di TIZIANA BUCCICO

Una giornata di normale follia in un paese che ha problemi gravi, che avrebbe bisogno di saggezza, di riflessione e di calma. Inizia tutto con un ritorno a Roma dopo quindici giorni, una Roma più pulita perché meno abitata, ma sciatta, trascurata, dissestata, una città decadente e cadente, una città che non riesce a rialzarsi, che non può continuare così. Ma siamo solo all’inizio di una lunga e complicata giornata, un diario di questa Italia che mi piacerebbe moltissimo ma invece non mi piace, e non sembra più appartenermi. Inneggiate, voi politici, al patriottismo ma chi è orgoglioso veramente di questo Paese?  Esibite ovunque la bandiera, nei manifesti, in tv, sui social ma non portate nel cuore il tricolore, non ricordate la storia di questa Italia che avrebbe bisogno di fatti e non di sceneggiate. Un teatrino della politica che non difende il suo paese ma i propri interessi.

Oggi prima giornata di settembre, il traffico inizia ad ingolfare alcune zone di Roma, e tutti sbuffano per il ritorno dalle vacanze estive. Sono in ospedale con uno zio molto caro, un uomo di grande cultura e di grande garbo ed eccelsa umanità, non è giovane ha solo 89 anni, ma è un vero signore di altri tempi, abito di fresco di lana grigio, ombrello e una 24 ore di cuoio. Deve fare un intervento ambulatoriale, nulla di grave ma neanche una sciocchezza, certo, mi ripeto ad ogni difficoltà burocratica che incontriamo, arrivarci a quell’età… In un grande e famoso ospedale romano, con la mascherina fissa in un vorticoso flusso di persone che vanno e che vengono come in un formicaio impazzito o in una metropolitana giapponese, cerchiamo in due, sottobraccio, dove andare, dove pagare, quale accettazione, il nome del medico, moduli da firmare e compilare, scale, ascensori, corridoi e porte antipanico. Ma perché mi chiedo devo compilare tanti moduli cartacei? Quando poi hanno tutti i dati e molto di piu….ma per 40 minuti i posti dove prendiamo il numero e attendiamo è sempre il posto sbagliato. Una vera follia, credo che solo un italiano sia abituato a tali kafkiani protocolli e malintesi. Ma finalmente mentre sembra che tutto sia contro di noi, troviamo finalmente una persona che usa il cervello e lavora non solo per smistare carte. È lei la nostra eroina, l’amministrativa che ha un lampo di genio e segue il mio banale ma lucido ragionamento. Tombola, ci siamo abbiamo vinto la battaglia contro la burocrazia e il pressapochismo. Tutto fila, ospedale pulito, efficiente, certo grandi ritardi ma per la salute questo ed altro. L’aspetto davvero confortante e piacevole di questa mattinata nella sanità del Belpaese sono gli altri pazienti, accompagnatori, utenti, varia umanità, tutti disponibili, tutti solidali e collaborativi e soprattutto tutti gentili. Le difficoltà rendono gli italiani persone migliori?

Sarebbe davvero un buon segno, mentre in questa campagna di odio sulla stampa e sui social, alcuni italiani quelli che affollano le sale di attesa di luoghi di cura si scoprono umani e partecipi del dolore e delle preoccupazioni altrui. E allora c’è speranza, ma mi attanaglia invece un pensiero che non riesco a cancellare. Cosa non funziona in questo sistema e cosa è cambiato dalla pandemia? Con chi potrei confrontarmi in una giornata così frenetica? Se non con la categoria di interlocutori con cui parlo con grande interesse e curiosità: un tassista. La giornata non è ancora finita, un salto in farmacia per alcuni medicinali necessari per la cura del “giovane” zio, e mentre fuori inizia a piovere in una Trastevere grigia e strapazzata da turismo e bivacchi disordinati, incontro una simpatica ed ironica farmacista che con sorriso e professionalità si mostra davvero gentile e anche spiritosa mentre mi consiglia il farmaco generico e le soluzioni più economiche. E anche quest’ Italia mi piace. Ma è il tassista che mi riporta a Roma Nord che mi illumina, un italiano da Devoto-Oli , nessun accento e grande gentilezza, non sente la radio e non mostra se tifa per la Roma o per la Lazio e soprattutto udite udite non risponde al cellulare, anzi interrompe la suoneria e rifiuta le chiamate..ma i visto sino ad ora su un taxi. Parliamo di Smart working, di reddito di cittadinanza, concordiamo sul fatto che lo Smart working ha fiaccato soprattutto la pubblica amministrazione, come se tutto fosse rallentato, tutto fosse avvolto da un’indolenza latente, una lentezza di riflessi che ha notevoli conseguenze sul Paese e sulla voglia di ripresa.

All’altezza di Via Trionfale mi confessa che è un laureato in legge, un laureato deluso, un avvocato demotivato. Sono sorpresa quando mi dice “sono convinto di fare il tassista è meglio di ciò che mi ha offerto la laurea”. Io avrei potuto tacere ma non ho resistito come spesso mi accade e gli dico che mi auguro che abbia altre opportunità e che fare il tassista sia solo un’esperienza temporanea. Mi sono morsa la lingua ma perché ho parlato perché non faccio uso del silenzio? Mi toglie dall’imbarazzo e mi dice “io voglio lavorare, non avrei accettato il reddito di cittadinanza, voglio lavorare e guidare un taxi è un’esperienza non da poco”. E arriviamo alla politica ..eccolo aiuto chi citerà ? La destra e la Meloni, per fortuna ho imparato la lezione e taccio ma ascolto interessata, la sua sincerità e le sue argomentazioni pacate sono molto meglio dello spettacolo scandito da offese e accuse, sarebbe meglio invitare lui ad un confronto. Sono ormai arrivata a casa, il cielo è plumbeo, la corsa è finita non ho il tempo di argomentare che non condivido ma apprezzo lo stile e il garbo. Apro la portiera e ci auguriamo buona fortuna a vicenda e io come sempre dico “buona vita”. Scendo dal taxi con borsa a tracolla, zaino sulle spalle, dopo una mattinata davvero stressante, e faccio un bilancio di ciò che ho vissuto in poche ore e mi domando ma i candidati conoscono le mille sfaccettature di questa splendida penisola? Fuori dalla campagna elettorale conducono una vita normale che gli permetta di andare a toccare le vite degli altri, senza slogan, senza urlare e senza schierarsi? Cosa manca davvero per risalire la china, per dare uno slancio al vecchio stivale? Manca l’ascolto, manca la voglia di fare domande e aspettare le risposte, manca la voglia di discutere e argomentare, manca il silenzio e la quiete per riflettere, manca la voglia di farsi carico di responsabilità e di impegni. Tutti parlano ai giovani, ma è un paese di vecchi. Ma chi sono i giovani? Cosa vogliono i giovani? E che futuro abbiamo costruito per loro? Chissà se queste elezioni sapranno dare qualche risposta, chissà se tutto questo frastuono mediatico porterà a qualche vera riforma e a qualche cambiamento che sappia ridarci forza e coraggio, chissà se i politici che verranno eletti saranno all’altezza del compito…

Come dare torto al saggio Sandro Pertini: “I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo.” E men che meno all’arguto Ennio Flaiano:” “I giovani hanno quasi tutti il coraggio delle opinioni altrui.”