di GIANCARLO GOVERNI

La sera del 27 ottobre 1962 sul cielo di Bascapé, una piccola frazione in provincia di Pavia, esplode come una palla di fuoco. Piove a dirotto, ma non tanto da impedire a un contadino del luogo di vedere quell’esplosione e di capire in un attimo che si tratta di un velivolo. Arrivano i soccorritori e presto comprendono con sgomento che lì, tra i resti di un bimotore Morane Saulnier 760, c’è il corpo maciullato di uno degli uomini più potenti d’Italia, di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni, il “genio dell’industria di Stato”. Con lui sono scomparsi il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano di “Time” e “Life”, William Mc Hale.

Il giorno dopo il contadino ritratta. Non è vero niente. Nessuna palla di fuoco. Niente fiammelle. L’aereo è caduto per la scarsa visibilità. Mattei è morto per un banale incidente. Inutile dire che sarà questa anche la conclusione delle indagini che portarono all’archiviazione del caso.

Ma chi era Mattei? Mattei era un abilissimo manager di Stato nonché un importante dirigente politico della Democrazia Cristiana. All’indomani della guerra (da lui combattuta nelle file della Resistenza) era riuscito a convincere i rappresentanti del governo a non sciogliere l’Agip, convinto che si trattasse di un ente tutt’altro che inutile. In Val Padana – pensava Mattei sulla scorta di alcuni studi fatti fare dall’Agip prima della guerra – ci potrebbe essere il petrolio!

Inizia così, nel 1949, a Cortemaggiore la costruzione dei metanodotti da parte della Snam (Società nazionale metanodotti), controllata principalmente dall’Agip. Il petrolio non c’è, ma c’è il metano. Anche così si potrà sostenere lo sviluppo della struttura industriale del Paese senza gravare sulla bilancia energetica estera. Le basi forti della ricostruzione, della modernizzazione, del boom, dell’irrompere dell’Italia sui mercati internazionali, sono praticamente gettate.

Ma la morte di De Gasperi e la sconfitta elettorale della DC nel 1953 creano un vuoto politico e una sostanziale incertezza di indirizzi. Mattei non ha più la copertura politica necessaria e comincia a muoversi da solo. Nasce in lui l’idea di cercare altri mercati e si rivolge al mondo arabo, in particolare alla Persia. E’ l’agosto del 1956. Il 14 marzo 1957 le trattative si concludono con un accordo. E’ di fatto un segnale di guerra lanciato ai petrolieri inglesi e ancor più a quelli americani, da sempre interessati al petrolio iraniano senza essere ancora riusciti a impadronirsene.

L’accordo stipulato a Teheran è di grande importanza per l’Italia, che per la prima volta riesce a ottenere concessioni petrolifere nel Medio Oriente, la regione più ricca del mondo di petrolio (65 per cento delle riserve mondiali). Ma lo è anche per l’Iran, che diventa (grazie alla famosa regola del fifty-fifty proposta da Mattei) il primo Paese del Medio Oriente a essere socio paritario di una società petrolifera occidentale.

La reazione delle compagnie del cartello petrolifero (le famose “Sette Sorelle”) è veemente. Esse controllano oltre il 90 per cento delle riserve mondiali e possiedono almeno il 75 per cento della capacità di raffinazione mondiale. Sono una sorta di club a numero chiuso per la gestione degli interessi petroliferi. L’azione di Mattei rischia di far saltare questi equilibri.

Ma il grande manager non si ferma. Semmai raddoppia. Intraprende importanti trattative con l’Unione Sovietica e con i capi del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Algeria, in quel momento impegnati anche in una sanguinosa guerra di liberazione dal colonialismo francese. I rapporti con il Fln vengono avviati da Italo Pietra e formalmente proseguiti da Mario Pirani.

L’acquisto di greggio russo è forse il gesto più discusso di Mattei. L’accusa che gli viene mossa è di sabotare la Nato e l’Occidente, di comprare petrolio politico, di fornire materiale strategico ai sovietici. Ma il presidente dell’Eni si difende argomentando che il petrolio russo costa pochissimo (e per dimostrarlo abbassa il prezzo della sua benzina di circa 2 lire al litro) e che l’accordo è solo temporaneo, in attesa che le sue fonti comincino a produrre.

Anche l’Oas (l’organizzazione terroristica francese contraria all’indipendenza algerina) gli giura vendetta. Il “neo-atlantismo” di Mattei è preso tra due fuochi. Né i governi italiani hanno la forza, la statura, l’indipendenza per sostenere una politica così audace. Mattei tenta allora un armistizio con le compagnie del cartello e chiede di parlare con il presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy. Sarà per questo che molti sosterranno che la sua morte non è da mettere in relazione con il duro conflitto che lo opponeva alle “Sette Sorelle”. Quel che è certo è che Mattei cercava una mediazione, non una capitolazione, come di fatto avvenne all’indomani della sua scomparsa a causa della politica dei suoi successori, in primo luogo di Eugenio Cefis.

A metà degli Anni Novanta, la svolta. Un giudice coraggioso della Procura di Pavia, Vincenzo Calia, riapre l’inchiesta e dimostra inoppugnabilmente che l’aereo di Mattei fu sabotato all’aeroporto di Catania , da dove doveva spiccare il volo, e esplose  per questo prima di atterrare a Milano. Era, ricordiamolo, la sera del 27 ottobre 1962. Una sera molto speciale, visto che nella notte tra il 27 e il 28 ottobre il mondo intero rischiò di precipitare, a causa della crisi di Cuba, nel terzo conflitto mondiale.

Mattei era andato in Sicilia per assicurare ai siciliani e ai loro rappresentanti politici il suo impegno per lo sviluppo della Regione. Ma, forse, fin dall’inizio si trattò di una trappola. Lo attirarono lì per potere sabotare l’aereo e sbarazzarsene. Mattei dava ormai fastidio a molti, forse a troppi. Già nel 1986, al congresso dei partigiani cattolici a Salsomaggiore, Amintore Fanfani dichiarò (forse per un lapsus, visto che la versione ufficiale era ancora quella dell’incidente): “Chissà, forse l’abbattimento dell’aereo di Mattei, più di vent’anni fa, è stato il primo gesto terroristico nel nostro Paese, il primo atto della piaga che ci perseguita”.

La morte di Mattei fu anche, come sostiene il politologo Giorgio Galli (ma in fondo, come abbiamo appena visto, Fanfani disse la stessa cosa), l’inizio dello stragismo e della strategia della tensione? E Cefis, che ne prese presto il posto, fu veramente, come asserisce un appunto del Sismi del 20 settembre 1983, il vero fondatore della Loggia P2?

Quel che è certo è che, proprio indagando sulla morte di Mattei, venne assassinato nel settembre 1970 il giornalista dell’ “Ora” di Palermo Mauro De Mauro (di lui non si saprà più nulla). E qualche anno dopo, mentre stava lavorando sulla stessa materia per il suo romanzo Petrolio, verrà ucciso anche Pier Paolo Pasolini. Solo una coincidenza?

Pasolini s’era convinto, e lo scrisse nel suo romanzo, che Mattei fosse stato eliminato per una faida di potere all’interno dell’Eni e della Dc, e che il petrolio rappresenta la miccia sempre accesa di una bomba che minaccia costantemente la nostra convivenza. Aveva ragione.