La “trionfale” visita del presidente Draghi in Turchia ha certificato che un risultato è stato ottenuto da Putin: obbligare le democrazie a trattare oggi con autocrazie che saranno probabilmente pericolose in un domani assai vicino

di GIUSEPPE SCANNI


Fra i tanti accelerati mutamenti provocati dall’aggressione russa – faticoso è il tentativo di non pochi diplomatici di trasformarla in “aggressione” putiniana- c’è anche il proteiformismo, quella speciale mutaforma di cui godette nella mitologia Proteo e nell’ultimo caso, non epico, il presidente turco Erdogan, che per metaformosi è passato dallo stato di brutto rospo a quello di bell’anatroccolo.

È uno degli effetti provocati dalla crisi alimentare mondiale, che prostra milioni di esseri umani specialmente in Africa, e dalla necessità di preparare l’Europa occidentale, con l’allargamento della NATO a Svezia e Finlandia ed un impressionante aumento della spesa militare, al dichiarato intendimento – esplicitamente e numerosamente dichiarato dal governo moscovita – di espandere territorialmente la Russia per motivi di interesse economico ed ideologico: la sfida al liberismo democratico cui il regime russo oppone un nuovo ideologismo imperniato su una ingarbugliata etica sociale, religiosa e giuridica ereditata dal patrimonio storico politico dell’imperialismo zarista ( da Ivan il Terribile a Pietro il Grande ad Alessandro) assieme ad una sorta di comunismo senza Stalin, sostanziata da macro assistenzialismo e repressione assoluta del dissenso, accompagnata per di più da un rigido connubio con la benedicente Chiesa di Stato guidata dal patriarca ortodosso di Mosca, Kirill. Poco importa l’anti storicità del progetto, perseguito con criminale determinazione, dall’impressionante commissione, allo stato attuale, di presunti 21000 crimini di guerra perpetrati soprattutto sulla inerme popolazione civile.

È passata leggermente sotto tono la preoccupazione della UE e dei paesi europei membri della NATO, per le sorti in bilico della sponda europea del Mar Nero, mare ricco di storia, su cui si affacciano ucraini, russi, georgiani, romeni e bulgari. Una situazione al limite dell’esplosione. Basti pensare che la contesa “Isola dei serpenti”, tanto piccola quanto strategicamente essenziale, dista circa trentacinque chilometri dalla Bulgaria e trentacinque chilometri dalla Romania, assai meno della distanza che separa Roma da Latina. La sponda europea del Mar Nero è un’altra frontiera che necessita del controllo militare turco del Bosforo per evitare quello che la diplomazia persegue tenacemente: evitare il coinvolgimento militare della NATO in un conflitto che sarebbe destinato ad espandersi annullando la sempre pericolante deterrenza nucleare.

La definizione maledetta dalla Storia : “Asse” usata dalla stampa per indicare gli accordi italo-turchi, in realtà euro/turchi all’interno della NATO, designano non un ASSE DEL GRANO come esibizione di un primo atto di cedimento democratico delle democrazie nate dalla complessa millenaria evoluzione delle molteplici identità nazionali europee, ma da un amaro bagno nelle acide acque del realismo politico, alle quali non è estraneo il mancato appoggio politico, il 15 luglio 2016, dell’Amministrazione Obama ai militari turchi che avevano ben capito il terribile rischio dell’associazione tra populismo, delaicizzazione dello stato e ritorno alla politica talassocratica ottomana che all’epoca debole Erdogan stava compiendo. Hillary Clinton ed Obama, impegnatissimi nella competizione elettorale con il poi vittorioso Trump, dopo l’interventismo catastrofico nelle primavere arabe, dettero- forse non volendolo- l’occasione ad Erdogan di rafforzarsi, trascinando la Turchia in un regime sempre più illiberale, repressivo ma destinato in meno di dieci anni a divenire un attore essenziale degli equilibri militari nel mediterraneo (ricordo, per esempio, la guerra siriana). Il cosiddetto contro colpo di stato del 2016 fu definito dal mainstream mediatico-politico il simbolo della forza interna di Erdogan, in grado di sfidare i comandi delle Forze armate formati dai sistemi occidentali e segnatamente statunitensi. Quando era invece l’estremo segnale di una debolezza che riuscendo a coinvolgere i gradi inferiori del sistema militare a sua difesa, nell’assenza di una voce forte contro la repressione, si è gradualmente rafforzata. Furono in pochi a capirlo e fecero fatica a spiegarlo. Oggi bisogna anche misurarsi con gli errori del passato.

La missione del presidente Draghi va letta con gli occhiali euro atlantici e, sicuramente, anche con quelli nazionali. La immediata affermazione del Presidente del Consiglio alla fine del vertice interministeriale italo-turco:” Italia e Turchia sono concordi nel condannare l’invasione della Russia e nel dare sostegno totale dell’Ucraina” è la chiave di lettura dell’incontro.

Quella del dottor draghi è apparsa subito non l’affermazione di un punto scontato, ovvio, alla luce della risposta di Erdogan nella conferenza stampa illustrativa dei 9 punti dell’accordo: “(sul punto, n.d.r.) ha già detto tutto il mio amico Draghi”. Lo sconvolgimento del sistema geopolitico, che tanto turba le elucubrazioni di tanti autoproclamati esperti in relazioni internazionali, obbliga per fermare la deriva pericolosa della guerra e favorire trattative per la pace a sbloccare il grano ucraino, a portarlo in Africa, a garantire l’approvvigionamento delle materie prime energetiche, a dare ordine ai flussi migratori(in Italia gli arrivi dal sud-est si sono triplicati e sono divenuti insostenibili per il paese oppresso dal debito, dall’assistenzialismo a tutto costo dei pentastellati e dall’enorme partito trasversale di quel 52 % di connazionali che o eludono evadono le imposizioni fiscali, dall’inefficienza amministrativa del nuovo centro burocratico del potere , le Regioni, dalle nuove ineludibili spese imposte dalla guerra voluta dalla Russia). L’Italia sa che il gasdotto Tana (Trans-Anatolian Pipeline) che attraversa da est ad ovest la Turchia collegandosi alla italiana TAP, è la terza, in ordine di importanza, rotta di approvvigionamento dopo i flussi con l’Algeria e quelli, oramai sempre più calanti, provenienti dalla Russia.

Non poteva quindi essere ignorato il comparto energetico che, nei colloqui piuttosto che nel trattato siglato, ha dovuto tener conto degli interessi sul tema che l’Italia vanta in Libia ed in generale nel Mediterraneo, ai quali si associano gli interessi di due stati particolarmente legati all’Italia, la Francia ed Israele.

Nella riunione dei ministri degli esteri del G20 a Bali in Indonesia del 7-8 luglio sarà più chiaro quanto attacchi e contro risposte di assistenza militare e di reimpostazioni dei quadri diplomatici iniziano a determinare il nuovo quadro geopolitico.

Al momento, dobbiamo constatare il grande prezzo che i curdi rischiano di pagare alla sicurezza europea e così i dissidenti democratici turchi. Draghi ha dichiarato: “nella nostra conversazione abbiamo discusso anche dell’importanza del rispetto dei diritti umani. Ho incoraggiato il presidente Erdogan a rientrare nella Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne”.  

Il presidente Draghi che deve ascoltare il malpancista professor Conte un’ora sì e quella seguente pure sa, ne sono certo, quanto l’orecchio del presidente Erdogan sui diritti umani sia particolarmente otturato.

Giuseppe Scanni