di STEFANO ROLANDO

Nel passaparola di commento di queste ore è frequente questo interrogativo: prevarranno grandi scombussolamenti o, alla fine, come ha anche accennato Draghi, il risultato elettorale non sarà determinante sulla gestione dei problemi e dunque sulla linea di percorso dell’Italia?

È molto difficile indagare un po’ l’argomento, che da una parte ha trattamenti seri e riservati e dall’altra parte un certo strattonamento politico-giornalistico in cui il peso dei paradigmi pregiudiziali (destra-sinistra, fascisti-antifascisti, soprattutto) colorano di più per ora dichiarazioni e titoli.

Nella stampa estera è diffusa l’inquietudine per l’Italia che si allontana dal cuore dell’europeismo in cui prevale  una destra che si richiama alla storia della destra fascista italiana.

Nella stampa italiana comincia per forza un po’ di indagine sul carattere (formazione, percorso, tratti di personalità, eredità e cambiamenti) della protagonista di questa svolta, attorno a cui gli italiani per la quarta volta dopo la crisi della prima Repubblica imprimono una accelerazione (Berlusconi, Salvini, Grillo e ora Meloni) finora con carattere parabolico. Cioè bruciando reattività nel confronto con gli esiti della gestione del potere. Il più resistente è stato certamente Berlusconi, ora con evidenze di declino, anche se negli equilibri della coalizione vincente potrebbe ancora esprimere un certo potere negoziale.

Il vaglio del “cambiamento” non dovrebbe però essere superficiale. Dovrebbe tener conto dei tanti fattori che compongono il punto di equilibrio tra domanda e offerta che la dinamica elettorale tratta esattamente come la borsa e persino più banalmente come le bancarelle dei mercati.

Proviamo almeno ad elencare i principali fattori. Diciamo, un piccolo decalogo che potrebbe anche andare in altri dettagli. Per il momento ce lo facciamo bastare. I punti scelti ruotano per lo più attorno alla parola che ha incorniciato la prima dichiarazione di Giorgia Meloni a proposito del “cambiamento nel cambiamento”, cioè la parola “responsabilità”.

  • La tenuta della coalizione

I caveat durante la campagna elettorale prevedevano sconquassi (Calenda annunciava rottura in trenta secondi dopo la chiusura delle urne).  Ma ora la relativa consistenza elettorale dei due partiti soci, ridimensionati ma con uno spazio di potere assicurato, non dovrebbe esplodere prima di avere fatto la quadra non solo sulla formazione del governo, ma anche sulla prospettiva di nomina della nomenclatura che governa l’economia pubblica e partecipata. Se c’è un tema di “tenuta” (salvo gli scazzi d’ufficio) è dunque rimandato di almeno due anni.

  • La qualità della classe dirigente

All’apparenza questo sembra il punto dolente.  L’affrettato rastrellamento delle candidature elettorali non ha dato grandi soluzioni. E la pressione degli apparati per uscire dalle cantine sarà forte. Lega e M5S, in cui prevaleva la cultura del controllo di partito, non sono riusciti a gestire bene il fabbisogno di competenza, con risultati in alcuni casi catastrofici. Per ora alla porta di GM bussano le solite lobbies. Ma ci sarebbe bisogno di ben altro. E ci vorrà tempo per adeguarsi alle necessità di sistema. Se vedremo La Russa sottosegretario a Palazzo Chigi (il posto con super rango di ministro) e la Santanchè ministro dello Sviluppo economico vorrà dire che i prezzi interni restano alti.

  • I caratteri di adattamento della leadership di partito alla leadership istituzionale

Tema che ha riguardato tutti i leader che hanno dedicato il grosso delle energie alla lunga marcia interna per arrivare al risultato. Berlusconi se ne è infischiato perché lui non crede alle istituzioni e pensa che il governo deve limitarsi a fare il packaging delle scelte. Ma Craxi si è trovato il problema aperto dopo un’ora e aveva come presidiarlo con una filiera abbastanza adeguata (che teneva sempre in bilico con l’altra filiera “interna”). Renzi ha avuto energia e verve per dare l’impressione di gestire rapidamente il cambiamento. Ma gli mancavano troppe doti per farcela davvero. Dunque, questione aperta che dipenderà dai vincoli che GM imporrà a sé stessa grazie a figure decisive sotto il profilo delle culture istituzionali.

  • La tenuta della reputazione nazionale

Altro punto su cui in partenza lo scenario rema contro. Per il grosso dei soggetti politici, istituzionali e mediatici in Italia non ha vinto il “centrodestra” ma la destra di radice neofascista, antieuropea e sovranista. Dunque, gli esponenti delle democrazie liberali occidentali per ora non mollano di un centimetro rispetto agli sforzi di lifting reputazionale che GM ha fatto con alcune abilità, tra cui mettere un netto accento filo-atlantico nelle dichiarazioni e nei comportamenti. Conterà il posizionamento geopolitico rispetto alla guerra russo-ucraina (che mette un po’ a rischio la tenuta della coalizione) e conterà il modo con cui vorrà far evolvere la sua narrativa sul sovranismo, che allo stato è rozza e stereotipata.

  • L’appartenenza alla membership europea

Sulla carta GM non appartiene all’area della maggioranza politica “Ursula” che sta gestendo il rifinanziamento anticrisi dell’Europa. Per accreditarla al dialogo reale con questa maggioranza – pur mantenendo alcune distinzioni “identitarie” – dovrà rapidamente avere una declinazione moderna e anglosassone dell’idea della sua appartenenza alla linea dei “conservatori”. O mette al lavoro un piccolo agguerrito tavolo di politologi con cervello oppure la maggioranza europea terrà le distanze. A favore di GM gioca però la carta che all’Europa a traino franco-tedesco non conviene mettere l’Italia nelle mani di una rete (diciamo Visegrad) che si è indebolita e che è spaccata attorno all’evoluzione della guerra in Ucraina.

  • I paradigmi di efficacia rispetto alle crisi in atto

Il segnale di non voler affrontare la crisi energetica (crisi di produzione e crisi di consumi) con scostamento di bilancio colloca l’immagine di GM in posizione di un certo favore rispetto alla linea di gestione non demagogica del debito, che è un fattore che interviene in molti degli aspetti precedentemente trattati. Ma nella composizione variegata del voto a Fratelli d’Italia ci sono ambiti di interessi e di opinioni che su questa materia cavalcano ovvero che hanno cavalcato di tutto. E in campagna elettorale le ricette sui nodi principali delle crisi (tutte crisi collocate nell’evoluzione della globalizzazione) facevano percepire un’idea generica e non analitica dell’evoluzione realistica del nostro rapporto con la globalizzazione. Anche qui conta un salto di qualità che dipende anche dagli advisor con cui GM cercherà di mettersi in sintonia non essendo questo il campo in cui è più versata.

  • L’unità nazionale

Bel banco di prova per una figura politica attaccata al tricolore e che deve fare i conti con Cinquestelle primo partito del Sud. La partita è molteplice. L’evoluzione dello squilibrio nord-sud; le destinazioni degli investimenti anti-crisi; le migrazioni interne; il quadro delle relazioni inter-istituzionali tra Stato e territorio (regioni e città); la ricerca dei fattori di sintesi nel concetto di “paese euro-mediterraneo”. Troppo ampio il perimetro di questi “insoluti”, ma troppo fragile finora il “nazionalismo” retorico che FdI esprime per affrontare questi nodi.

  • Il patto generazionale

GM appartiene alla generazione intermedia che sta assumendo grandi responsabilità nei contesti europei che tendono lentamente ma necessariamente a uscire dal vincolo gerontocratico. Essere donna (e prima donna nel ruolo) è fattore che si salda con quello generazionale per tentare di creare un punto di sutura attorno all’evidente conflitto che si è aperto tra ormai ben tre generazioni dell’età digitale con le tre configurate come pre-digitali. Di mezzo la questione dei diritti civili e di genere che segnala la maggiore distanza. Se GM e il suo partito restano schiacciati sull’arroccamento di destra alla antica formula “Dio, patria, famiglia” su questo terreno non ci sarà alcun patto e su questo terreno cresceranno conflitti più pesanti di quelli generati con l’opposizione politica.  Anche in questo campo c’è una declinazione anglosassone di essere “conservatori” che permetterebbe alcune evoluzioni. Oltre a coraggio ci vuole una forza di comunicazione sociale (e di modernità comunicativa e narrativa tout court) che fin qui è mancata alla politica e alle istituzioni italiane.

  • L’autonomia strategica dell’impresa

Prima gli italiani” ormai si riduce nella semplificazione salviniana al diritto di precedenza nell’assegnazione delle case popolari. Così non si fa grande strada rispetto al tema del negoziato degli interessi nazionali. Sulla crisi politico-partitica italiana, che striscia da tempo e che ha portato al governo di emergenza Draghi, il tema del ruolo strategico delle imprese italiane è ben più decisivo rispetto all’assegnazione degli alloggi o ai bonus di cittadinanza. La mano dell’economia internazionale sul Made in Italy è un fattore ormai quasi irreversibile. Quello riguardante le grandi imprese nell’agone multinazionale ci ha già messo in fondo alla classifica. Campi in cui le dichiarazioni retoriche contano zero. La testa che verrà messa su come affrontare i tavoli di crisi deve essere perfettamente sintonica con quella che dovrebbe affrontare la visione di rilancio del ruolo competitivo del nostro sistema produttivo. Un banco di prova che i media (salvo Il Sole 24 ore) non sanno seguire. E dunque tra i più sottotraccia per interessare alla politica in perenne campagna elettorale. Ma non dovrebbe essere sottotraccia con chi ha vinto le elezioni grazie al “first Italy” (come infatti Trump, pur con la sua brutalità, non ha tralasciato di fare).

  • Le riforme istituzionali

La spinta dovrebbe essere quella di Renzi, ma il senso di responsabilità deve essere quello di pensare che il protagonismo deve riguardare la maggioranza parlamentare ben guidata e non il governo. Non è qui il caso di fare l’inventario, dal titolo V° mal riformato alla legge elettorale ormai di estraneazione decisionale dei cittadini. Il governo deve ispirare la cornice generale di questo ineludibile processo e cioè dimostrare che c’è presidio attorno alla riforma anche funzionale dello Stato che finora il centrodestra – per disinteresse di Forza Italia e per insipienza della Lega – hanno ampiamente trascurato. Non si vedono segnali programmatici luminosi, diciamo la verità.  Dunque, anche qui un tosto banco di prova.

Un breve testo di riepilogo dei chiarimenti può solo accennare al tema della “tenuta” della coalizione che passa dalle piazze alle scrivanie. Spunti per capire se il cambiamento avviato con il voto sorprendente degli italiani sarà un’altra parabola di annunci e propagandismo oppure una sfida seria al rinnovamento della politica. Attorno a cui sarebbe utile, anzi decisivo, immaginare anche la rigenerazione del centro-sinistra e quindi dell’opposizione costruttiva.

Nello scrivere queste note l’autore dichiara un certo pessimismo della ragione, faticando a immaginare che quel concetto di “responsabilità” non finisca a limitarsi a ciò che la politica italiana sa soprattutto fare: parlare, dichiarare, annunciare.

 Ma disponendo di una memoria patriottica (che per fortuna non è affidata alla sola tutela di Fratelli d’Italia) qualche auspicio ad una scossa che investa il sistema politico italiano (tra partiti, movimenti e civismo organizzato) è al tempo stesso dichiarabile.

In ogni caso la “palla di vetro” – strumento nasometrico, naturalmente, quindi discutibile – colloca l’evoluzione di questi aspetti nella durata media storica del sistema di governo italiano, cioè attorno ai due anni, che comprendono dunque anche i possibili assetti, con regole cogenti un po’ per tutti, dei punti di crisi oggi aperti, tra cui la guerra nel cuore dell’Europa.