di DALISCA

Che senso ha, mi chiedo, un’installazione realizzata con spighe di grano in un antro oscuro di un antico castello?

Gian Maria Tosatti ha realizzato questa performance a Castel Sant’Elmo a Napoli, o meglio l’ha rinnovata, perché ormai degradata vista la materia di cui era composta, con un’operazione di restauro che vuole sfidare il tempo, grazie anche all’intervento di Marta Ragozzino, Direttrice Regionale Musei Campania; Angela Tecce, Presidente della Fondazione Donnaregina, e Giovanna Cassese, Coordinatrice della Scuola di Restauro.

Evidentemente, da parte di questo nutrito parterre, vi è la condivisione del concetto di arte di William Kentridge il quale sostiene che l’opera d’arte raggiunge il suo massimo splendore quando scompare! La natura si difende e chiede rispetto, le spighe in questione, condannate a morte sicura, visto il luogo poco adatto in cui vengono relegate, gridano vendetta. Non vorrei essere tacciata di qualunquismo, al contrario io cerco sempre di “scovare” in ogni forma d’arte quel che di nuovo e interessante si cela in essa. Si è detto che tale istallazione si pone come fine di richiamare all’ordine e indurre tutti a prendersi cura del creato perché solo ciò che viene curato ed alimentato si protrae nel tempo e dà buoni risultati. Se questo è lo scopo condivisibile moralmente e socialmente allora tale richiamo dovrebbe essere rivolto soprattutto a coloro che sono preposti a tale compito.

Andando verso l’agro campano, nelle campagne dell’entroterra si possono osservare tanti frutti della terra rigogliosi e accattivanti, un po’ come la mela di Biancaneve. Mi riferisco “alla mela avvelenata” della favola, dal momento che buona parte di quei terreni sono ancora inquinati dalle scorie lì posizionate da tempo e che è necessario rimuovere. Molte donne di quelle zone piangono i loro figli perché affetti da malattie incurabili causate proprio da quell’inquinamento; sono stanche ed avvilite, troppe volte si sono rivolte alle autorità per sottoporre il problema e chiedere il loro intervento, ma al di là delle promesse ben poco è stato fatto. Allora, se l’arte può essere sociale deve anche essere di sprono per la soluzione dei problemi che affliggono e turbano lo scorrere della vita. In tal caso ben venga qualsiasi tipo di espressione artistica purché efficace e risolutiva, tante proteste hanno trovato sbocco grazie alle denunce provocatorie da parte degli artisti. Alcuni esempi: L’urlo di Munch quale preludio nonché avvertimento della Guerra Mondiale che stava per scoppiare ed ancora De Dominicis che esposte il Ragazzo Down alla Biennale di Venezia con grande scalpore ma che da allora il problema della disabilità divenne di rilevanza collettiva, David Černý con la sua Brown Nosers in aperta polemica con la politica Ceca.

Concludendo, se l’opera in questione, oltre ad un valore formale, assume anche un valore morale al fine di risvegliare le coscienze sopite, cosicché ci si possa prendere letteralmente cura dei propri concittadini allora sì che l’arte merita un plauso.