di MARIO PACELLI

2 agosto 1990: alla Camera dei deputati sono in discussione interpellanze e mozioni: tra esse ve n’è una di cui è primo firmatario il deputato del P.C.I. Quercini in cui si parla della esistenza di strutture militari occulte e di depositi segreti di armi, d’intesa con la NATO. Il Presidente del Consiglio Andreotti non lo nega: afferma solo che, trattandosi di questioni militari, sarebbe più  opportuno che fossero trattate in Commissione, dove sarebbe garantita una certa riservatezza. Viene approvata la proposta del deputato  del  P.C.I. Violante: entro sessanta giorni il Governo riferirà alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo. E’ l’inizio della  vicenda  per  molti aspetti clamorosa di “Gladio”, l’organizzazione occulta alla quale alludeva Quercini, occasione per la conoscenza di una “Italia segreta” di cui molti ignoravano l’esistenza, anche se alcune indagini giudiziarie alla  metà  degli anni ’70 avevano lasciato scorgere l’esistenza di strutture segrete (X legisl., Arch. Comm. Stragi, doc. Gladio 48) e talune ricostruzioni dei  fatti  (come quella, di De Lutis, Storia dei servizi segreti, pubblicato.. nel 1984) si avvicinavano notevolmente alla realtà dei fatti quale emergerà dai documenti consegnati al Parlamento alcuni anni dopo. E’ peraltro da rilevare che, malgrado l’esame dei documenti stessi condotta da due commIssIon1 parlamentari, numerosi dibattiti alla Camera dei deputati ed al Senato ed altrettanto numerose  indagini  della  Magistratura  che  in  qualche  modo chiamano in gioco l’organizzazione in questione (ad iniziare da quella sulla strage di Peteano, dove il 31 maggio 1972 morirono tre carabinieri) la vicenda “Gladio” è ancora piena di interrogativi, ad iniziare dal nome stesso della struttura, nome che secondo alcuni deriverebbe dalla corta spada romana tra due fronde di alloro che costituì il fregio sulle mostrine delle forze armate della R.S.I.

Unica soluzione  per avere solidi punti di riferimento è attenersi ai documenti parlamentari, ed in particolare alle relazioni presentate ai due rami del Parlamento rispettivamente dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo (doc. XXIII, n. 51) e dal Comitato parlamentare sui servizi segreti di controllo e sicurezza (doc. XLVIII, n. 1) nel 1992.

Il primo avvenimento certo è una relazione che 1’8 ottobre 1951 il capo del S.I.F.A.R., gen. Umberto Broccoli, inviò al Capo di Stato Maggiore della difesa e nella quale si sottolineava la necessità che qualora il territorio nazionale fosse stato occupato da forze nemiche, si potesse contare su una rete di resistenza per fornire informazioni, sabotare gli impianti dell’occupante e fornire assistenza per le “vie di fuga” ai militari restati dietro le linee. Capo  Marargju  doveva   costituire,   oltre   che   la   principale   struttura per l’addestramento, l’ultima base in Italia, in caso di occupazione, prima del trasferimento, se necessario, in Inghilterra, in una base già predisposta a ldlewood . Negli anni successivi  venne creato  un centro  addestrativo  anche a Cerveteri, presso Roma, furono costituiti i Nuclei e i reparti di pronto intervento e occultate armi e materiale bellico in depositi interrati (39 in tutto) e presso caserme dell’esercito e dei carabinieri. In dieci anni furono reclutati circa 300 elementi esterni, e dato corso al loro addestramento.

Dall’esame dei documenti trasmessi al Parlamento emerge che dell’attività di “Gladio” si parla per la prima volta nel verbale di una riunione svoltasi il 26 gennaio 1966 tra i rappresentanti americani e quelli del S.I.F.A.R.

La C.I.A. chiese che l’organizzazione orientasse la sua attività in base ad un programma che potesse “dar frutti fin dal tempo di pace” e che offrisse “attuali possibilità di valorizzazione quale quella che potrebbe ispirarsi  alla  dottrina della insorgenza e controinsorgenza”. Non esistono documenti sulla risposta italiana: certo è che almeno un addestramento sulla programmazione di azioni di insorgenza e controinsorgenza indicata come “Esercitazione delfino” si svolse a Trieste tra il 15 ed il 24 aprile 1966.

Punto di fondamentale importanza in tutto lo svolgimento della vicenda è che il 27 aprile 1959 il capo del S.I.F.A.R., gen. De Lorenzo, decise di accettare un invito,  già  declinato  nel 1952,  pervenuto  dal  Presidente  di turno  del C.P.C. (Clandestine Planning Commutee), col. Ramier, capo dei servizi franèesi, a far partecipare un rappresentante italiano alle riunioni del Comitato, divenuto Coordination  and Planning Committee dopo la costituzione  nel 1958 dell’Allied elandestinee committee, di cui facevano parte Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. L’adesione italiana all’A.c.e., che aveva per scopo la collaborazione tra i Paesi della N.A.T.O. in materia di funzionamento delle reti di evasione e fuga e della gestione delle basi di comando comuni, avvenne nel 1964. La struttura attuativa italiana fu la già esistente Gladio. In pratica l’A.c.e. era funzionale  alla dottrina  della  guerra non ortodossa. Lo scenario era quello della invasione di uno o più paesi della N.A.T.O. da parte delle truppe di Paesi aderenti al patto di  Varsavia:  le risposte avrebbero dovuto essere costituite dalle U.M.O. (unconventional military operatio.n) e dalle O.c.s. (operation by clandestine  services).

Nel 1968 vennero emanate le direttive per la guerra non ortodossa agli alti comandi N.A.T.O. ed ai servizi clandestini nazionali, con funzioni per questi ultimi di indicazione guida per le decisioni attuative demandate alle autorità competenti nei singoli Paesi.

Il nodo di tutto il dibattito sulla legittimità o meno di “Gladio” è la natura dei due comitati A.P.E. e A.C.E.: erano parte integrante della Organizzazione del Trattato delNord Atlantico o solo organi di collegamento  tra strutture  N.A.T.O. e strutture nazionali? E’ chiaro che nella prima ipotesi tutto quanto riguardante i Comitati ed i rapporti con essi era coperto dal segreto ai sensi dell’articolo 7 della Convenzione di Ottawa del 20 settembre 1951, ratificata con la Legge 19 novembre 1954, n. 1226; nella seconda ipotesi invece erano applicabili  le norme vigenti sul segreto militare e quello di Stato. Nei singoli Paesi, Italia compresa, l’accoglimento dell’una o l’altra tesi  aveva  fondamentale  importanza per quanto riguarda in particolare la legittimità o meno del segreto, mantenuto in Italia dai “servizi” anche nei confronti degli organi di Governo, a proposito degli impegni assunti a livello internazionale, dell’attività svolta per assolvere agli impegni stessi, e della stessa legittimità costituzionale  di  accordi  con Paesi stranieri senza la ratifica, sancita dall’art. 80 della Costituzione, da parte del Parlamento. Dall’indagine svolta successivamente dalla commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo risulta che gli alti comandi militari ed il S.I.F.A.R. ritennero applicabile la convenzione di Ottawa e solo in alcuni casi informarono il Ministro della difesa ed il Presidente del Consiglio in carica degli impegni assunti dall’Italia. A questa linea aderì in parte nel 1990 l’allora Presidente del Consiglio Andreotti che decise di rendere consultabili da parte del Parlamento solo i documenti riferentes i all’A.C.E. e non anche quelli del C.P.C.

Va rilevato che i documenti in questione sono distinti da quelli concernenti in particolare l’organizzazione “Gladio”, costituita, come si è già rilevato, precedentemente  alla  partecipazione  italiana  ai  due  organismi  N.A.T.0. ora ricordati.  L’adesione  stessa  fece  venire  meno  l’interesse  della  C.I.A.  per Gladio, ormai inserita nel circuito N.A.T.O.: conseguentemente nel 1972 il servizio segreto americano chiese a quello  italiano di sostituire  l’accordo  da cui aveva avuto origine la struttura occulta con un memorandum da sottoporre  a negoziazione annuale. La richiesta, che comportava anche una notevole riduzione dei finanziamenti americani, fu accolta dal S.I.F.A.R.: fu pertanto sottoscritto dai due servizi un memorandum d’intesa che prevedeva una collaborazione anche finanziaria americana per attività informative e comunicazioni radio, e l’impegno italiano di assicurare l’alloggio ad una decina di persone che si sarebbero recate in Italia per l’assistenza ai servizi segreti italiani.

Nel 1976 furono impartite le direttive nazionali per la  guerra  non convenzionale, fondate sull’ipotesi di una invasione nemica: nelle direttive era previsto lo svolgimento di azioni militari e di appoggio alla controffensiva militare. Nella relazione del Comitato parlamentare di vigilanza e controllo sui servizi segreti si fa riferimento anche al rinvenimento, tra i documenti pervenuti al Comitato dal S.I.M., erede del vecchio S.I.F.A.R., di documenti riconducibili ad attività informative sul territorio non connesse a quelle proprie della guerra non convenzionale (ad esempio, analisi delle opinioni politiche in una determinata zona del paese, rapporto sulla acquisizione da parte di Eugenio Cefis nel 1975 del controllo del “Corriere della sera”).

A precise contestazioni in proposito da parte del Comitato gli ufficiali responsabili della struttura risposero che si trattava di documenti redatti per l’addestramento. Gli stessi ufficiali esclusero che si fosse dato seguito alle pressioni della C.I.A. per la utilizzazione di “Gladio” per finalità di  politica interna (dep. lnzerilli del 4 giugno 1991 e Martini del 6 dicembre 1990).

Tra il materiale documentale relativo al “caso Moro”  rinvenuto  nell’ottobre 1990 in Via Monte Nevoso a Milano, si trova anche un documento in cui lo statista democrjstiano parla di reparti addestrati “alla guerriglia da condurre contro eventuali forze occupanti o controguerriglia da condurre contro forze nemiche impegnate come tali nel nostro territorio”.

Esiste inoltre nell’Archivio della Commissione Stragi (Leg. X,  doc.  “Gladio” 4/23 e 4/23b) una relazione del 1 giugno 1959 inviata dal S.I.F.A.R. al Capo di Stato Maggiore della Difesa in cui si fa riferimento ad una utilizzazione di “Gladio” anche contro “sovvertimenti interni”. E’ invece solo una ipotesi priva di riscontri oggettivi la tesi secondo la quale anche il famoso “Piano Solo”  del Gen. De Lorenzo (1960) andrebbe ricondotto a “Gladio” ed alle sue finalità di ordine interno (v. in proposito doc. “Gladio” 4/8 e 4/9 nell’Archivio indicato).

A partire dal 1982 “Gladio” fu progressivamente svuotata delle finalità originane e utilizzata invece per perseguire attività illegali (droga)  e  combattere il terrorismo, fino alla soppressione della struttura nel 1991. Esiste la prova documentale della utilizzazione a fini informativi di “Gladio” in occasione del sequestro Moro, del sequestro Dozier e nel 1990  per  contrastare la criminalità organizzata ed il narcotraffico.

Molto minore durata ebbero i rapporti del S.I.F.A.R. con la divisione partigiana Osoppo, che operava lungo il confine orientale: mantenuta segretamente  in vita dopo il 1945 dallo Stato Maggiore dell’Esercito, trasformata nel 1950 in organizzazione militare segreta per la guerriglia e la controguerriglia lungo la frontiera con la Jugoslavia sotto il controllo del S.I.F.A.R.: nel 1956 fu svincolata da ogni rapporto con “Gladio” e privata di  qualsiasi  funzione militare.

Restano dubbi a proposito della esistenza di una “Sezione K” (dove il K stava per killer) di cui gli ufficiali interrogati smentirono al Comitato parlamentare l’esistenza: non fu invece negata quella del gruppo O.S.S.I. (operatori dei servizi segreti italiani) costituito secondo alcuni nel 1976 e secondo altri dieci anni più tardi, formato da pochi uomini (sembra nove in tutto) per operare nell’ambito di “Gladio” (e forse anche in tempo di pace) nei settori del controllo e della vigilanza. Le informazioni fornite dagli ufficiali interrogati a questo proposito furono di carattere molto generale. Secondo i dati da essi forniti, appartennero complessivamente a “Gladio” fino al 1990 622 persone, numero peraltro da alcuni contestato (v. la relazione del Presidente sen. Pellegrino alla Commissione stragi in internet, Organizzazione “Gladio”) in quanto ritenuto troppo basso. I nascondigli di armi (NASCO) furono 507. Nel 1972, dopo che alcuni depositi erano venuti casualmente alla luce durante l’esecuzione  di lavori, si cercò di eliminarne 139: solo per 12 depositi fu possibile  il recupero del materiale depositato. Dieci depositi furono mantenuti perchè ritenuti sicuri, mentre in due casi fu constatata l’asportazione del contenuto.

Risultò anche che i Ministri della difesa ed i Presidenti del Consiglio furono informati con un sintetico documento della esistenza  di “Gladio” solo a partire  dal 1984. Per il periodo precedente risultano non informati Fanfani, Colombo, Tanassi, Ruffini, Gui: per quanto riguarda gli ultimi tre furono sollevati dubbi.

Di “Gladio” si occupò anche in diverse occasioni la magistratura, ad iniziare dall’inchiesta sulla strage di Peteano, che il giudice di Venezia Felice Casson ritenne eseguita con esplosivi depositati in un NASCO e che con  la richiesta dei documenti  riguardanti la struttura  segreta  diede origine a tutta la  vicenda. Anche  l’inchiesta  condotta  dal giudice  Carlo Mastelloni  sul sabotaggio di “Argo l’aereo  distrutto  in volo  ed  utilizzato  solitamente  per  il  trasferimento dei “gladiatori”  nella  base  sarda,  finì  fatalmente  per  dover  occupar_si  di  Gladio. I responsabili  di essa  (l’Amm.  Martini,  il gen.  lnzerilli,  il gen.  lnvernizzi) furono processati ed assolti “perchè il fatto non sussiste” o perchè “non costituisce reato” dalle imputazioni relative alla esistenza della struttura segreta (luglio 2001). Ad avviso dei magistrati che in diverse occasioni hanno affrontato la questione, l’esistenza dì “Gladio” non integrava fattispecie  dì  reato  dì competenza del giudice penale, non essendovi “la prova della originaria finalizzazione della struttura al contrasto dì forze politiche legalmente riconosciute”. Nel 1994 la Procura dì Roma decise l’archiviazione del procedimento contro il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ex Presidente del Consiglio, che non aveva mai nascosto dì essere stato a conoscenza della esistenza della organizzazione (audiz. Com. Serv. Segr. del 15 marzo 1991) aveva pubblicamente sostenuto la assoluta legittimità dì “Gladio” e si era autodenunciato. Non raggiunse il numero delle firme  dì deputati e senatori necessarie la proposta presentata nel novembre 1991 da alcuni parlamentari del P.C.I. dì mettere Cossiga in stato d’accusa per alto tradimento davanti al Parlamento in seduta comune per essere giudicato dalla Corte Costituzionale.

Riassunta nei suoi termini essenziali la questione di “Gladio” è quella della legittimità o meno di una struttura segreta gestita dai servizi segreti in base ad accordi internazionali: quando, quasi casualmente, se ne  accertò  l’esistenza,  si delineò subito la ricerca di idonee motivazioni al riguardo nel contesto storico e  politico  degli  anni  del  dopoguerra  quando  serpeggiava  a  s_inistra  un  vasto malcontento a proposito della politica  centrista e filoccidentale del Governo ed il mondo era diviso in due blocchi contrapposti.

A parlare per primi di una “Gladio rossa” con riferimento  ad  una organizzazione segreta armata legata al PCI furono due giornalisti (R. Cantore e V. Scutti) in un articolo intervista apparso sul settimanale “Europeo”  nel 1991: il termine ebbe fortuna. La tesi di fondo era la disponibilità da parte del P.C.I. a partire dal 1945 di una struttura clandestina armata, diffusa su tutto il territorio nazionale, pronta ad entrare in azione quando ne avesse ricevuto l’ordine dai capi__della struttura,  pure  segreta,  esistente  nel partito.  La vicenda è stata oggetto di alcune inchieste giudiziarie e di una indagine svolta sul tema della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo. Esistono inoltre in proposito molti documenti italiani e stranieri (russi, americani, della repubblica democratica tedesca).

E’ certo anzitutto che, dopo il 1945, un gruppo di ex partigiani italiani, militanti nel P.C.I., si rifugiò in Cecoslovacchia, attraverso la Jugoslavia, per sfuggire all’arresto  in Italia in seguito a gravi imputazioni per reati compiuti subito dopo  il 25 aprile. Si trattò complessivamente (Turi, pag. 45) di circa  500  persone che furono tenute dalle autorità locali sotto stretto cont rollo. In Cecoslovacchia pubblicavano un giornale, “Democrazia popolare”, e curavano le trasmissioni in lingu8/ italiana di Radio Praga, oltre a quelle di una emittente clandestina, “Oggi in Italia”, che trasmetteva notizie aggiornate su quanto avveniva in Italia. Malgrado i numerosi tentativi effettuati dal controspionaggio italiano ancora oggi non si conosce come venissero trasmesse le notizie dall’Italia. Secondo una ricostruzione (Riva) si trattava di una radiomobile che trasmetteva dall’Appennino o di informazioni inviate telefonicamente nella R.D.T.

Le prime notizie sul nucleo di comunisti italiani in Cecoslovacchia sarebbero pervenute al Ministro degli interni italiano solo nel 1949 (Turi, pag. 51):  la notizia suscitò allarme in quanto si ritenne che il gruppo si preparasse a compiere azioni stili all’Italia. L’allarme che traeva fondamento dai numerosi rapporti dei prefetti e dei comandi territoriali dei ca_rabinieri    (v.   i   documenti   riportati   da   Donno) inviati   al   Ministero dell’interno ed al €ornando generale a proposito di depositi occulti di armi e munizioni gestiti da un’organizzazione occulta del P.C.I. formata da  ex partigiani che non avevano riconsegnato a suo tempo gli armamenti usati durante la Resistenza.

L’attentato a Togliatti dimostrò, come fece rilevare Stalin in un telegramma al Comitato Centrale del P.C.I. (v. il testo in Riva, pag. 347), che i massimi dirigenti del partito non erano adeguatamente protetti da possibili attentati: la vigilanza era affidata, nel caso di Togliatti, segretario del partito, al solo famoso “Armandino”, un oscuro militante di grande statura.

L’attentato a Togliatti l’esigenza di evitare per il futuro episodi di intervento spontaneo  e  non  controllato  dei  nuclei  armati  che  seguirono  all’attentato stesso indusse il P.C.l. a rivedere  tutta  l’organizzazione.  Pietro  Secchia, incaricato di  provvedere  in  questo  senso,  ,  completò  la  costruzione  della nuova  organizzazione nel 1951.                       

Sulle finalità e la consistenza di questa struttura è ancora aperto il dibattito. La esistenza di una  struttura clandestina del partito è sempre stata  ufficialmente  negata  dai  maggiori esponenti del P.C.I.: sarebbe esistito solo un sistema di vigilanza anche per impedire  attacchi alle  sedi  del partito  ed  attentati  ai suoi  maggiori  esponenti. Più possibilista è  stato  in  una  intervista  il  Presidente  della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo, sen. Pellegrino a proposito di strutture armate esistenti da una  parte  e  dall’altra  (Fasanella, Segreto di Stato), tesi questa fatta propria dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel corso della sua audizione da parte della Commissione stessa il 6 novembre 1977.

Analoghe sono le conclusioni di uno studio consegnato alla stessa commissione basato su documenti americani e sovietici in cui si afferma che “non più di mille persone” fecero parte di una struttura occulta che aveva solo compiti difensivi (Vietar Zalavski, L’apparato paramilitare comunista in Italia del dopoguerra, 1944 – 1955). Diversamente, c’è stato chi (Di Donno) ha sostenuto che la struttura clandestina in questione, “braccio armato” del P.C.I., aveva funzioni non solo difensive, ma anche offensiver j1 libro, citato nella bibliografia, di Di Donna fu inviato dal suo autore  alla  Procura  della Repubblica di Roma che aprì nel 2002 una inchiesta, conclusa l’anno successivo con una archiviazione: non esistevano prove giuridicamente valide di una connessione esclusa anche  da una nota informativa  dei R.O.S.,  tra la  1 struttura clandestina ed il P.C.I.         _

I rapporti dei prefetti e dei comandi dei carabinier J\segnalar l’esistenza di nuclei  di uomi_ni_ prmati  pronti  ad intervenire  contro  le istituzioni  della  neonata Repubblica qualora fossero  stati loro impartiti ordini in questo senso. Nel 1951 il Ministro degli interni Scelba parlò della esistenza di un vero e proprio piano insurrezionale, il “piano K”: Esso, secondo una recente ricostruzione  (Riva, pag. 182) era in realtà del 1947, anche se non era stabilita una data precisa di esecuzione: fu comunque sventato con l’invio  a  Sella  della  Porrett*el  reggimento “Garibaldi”.(/9 7-)

In un rapporto del S.I.F.A.R. del 1950, pubblicato recentemente (Pellizzaro) si parla di una organizzazione paramilitare clandestina legata al P.C.I. strutturata su tutto il territorio nazionale, forte complessivamente di più di  centomila uomini. Secondo un documento americano 1 pubblicato da Sechi, il P.C.I. avrebbe potuto contare su 75.000 uomini armati.

Nel febbraio 1952 un rapporto del S.I.F.A.R. (Turi, pag. 142, n. 17) segnalava  la esistenza  in Cecoslovacchia di scuole di sabotaggio per comunisti italiani: è da tenere presente che tra i Paesi aderenti al Patto di Varsavia la Cecoslovacchia· era stata scelta  dal K.g.b., la polizia politica segreta sovietica, come il Paese che avrebbe dovuto dare rifugio clandestino ai comunisti di tutto il mondo fuggiti dai loro paesi. Nel 1.973 (18 maggio) nel corso di un dibattito al Senato il Presidente del Consiglio Andreotti per la prima volta parlò ufficialmente della preparazione alla guerriglia in Cecoslovacchia_ _di un gruppo di giovani comunisti italiani. I timori del Governo riguardavano alla fine degli anni ’70 anche un possibile appoggio ala struttura clandestina da parte della Jugoslavia: il Ministero dell’interno mostrò (Riva, pag. 614, nota 64) di temere che il regista occulto della struttura  potesse essere l’OZNA, cioè la polizia segreta jugoslava, a  quel  tempo  molto ramificata nel Nord – Italia.

Si trattava di timori fondati o infondati, specie dopo la normalizzazione dei rapporti con la ex Jugoslavia?

Sulla esistenza almeno della struttura clandestina armata , sugli  scopi  che essa si prefiggeva e sui rapporti della struttura stessa con il P.C.I. sono state svolte anche altre due inchieste giudiziarie. La prima, iniziata nel 1992 e affidata al sostituto procuratore di Roma Franco Jonta, si concluse nel 2002. Nel decreto di archiviazione si qualificano inquietanti i riferimenti a corsi di addestramento al sabotaggio, all’uso di armi e di esplosivi e/o a tecniche di travisamento di comunicazioni radio in forma clandestina,  accompagnato  da un notevole flusso di denaro protrattosi a lungo: tuttavia “non è possibile dimostrare che l’interesse dell’URSS nei confronti dei militanti comunisti italiani si sia tramutato in una vera e propria corruzione del cittadino per interessi contrari allo Stato italiano nè che un qualche approntamento da parte del P.C.I. di meccanismo difensivi in vista  del paventato  cambiamento del clima politico in  Italia abbia travalicato i confini del lecito”.

Nel luglio 2004 venne emessa la sentenza  di archiviazione, conformemente alla richiesta avanzata il 18 marzo dal p.m. De Ficchy, di un’altra inchiesta che prendeva le mosse da un’inchiesta sull’uccisione di Don Pessina, parroco di San Martino Piccolo di Correggio (Reggio Emilia) il 16 giugno  1946. Il tema  era sempre lo stesso: esisteva un “braccio armato” del P.C.I.? Anche questa inchiesta, in mancanza di precisi elementi probatori, si concluse con l’archiviazione per la mancanza di prove a proposito della connessione tra struttura   occulta   e  P.C.I.  Se  dunque  si  può  affermare  che dall’immediato anni  ’60  ed il  “compromesso storico”  DC  –  PCI,  è  esistita una struttura organizzata armata legata almeno attraverso alcuni suoi appartenenti e non in modo organico al P.C.I., nessun documento rilevante sotto il profilo giuridico consente di collocare l’eversione e la lotta contro le istituzioni tra gli scopi della struttura stessa.

La ricostruzione storica è ancora più problematica quando ci si voglia  riferire  ad una organizzazione costituente il “braccio armato” di un partito di destra come  il ‘M.S.I. I documenti disponibili e le sentenze emesse a carico di persone ritenute responsabili di gravi reati (sabotaggi, omicidi, attentati) consentono   di  individuare   nell’immediato  dopoguerra   un   gran   numero di organizzazioni cJandestine, piccole  e  grandi,  armate ,  fortemente  coese  dal punto di vista ideologico, nel richiamo al fascismo ed in particolare all’esperienza fascista repubblicana .

Fino a tutto il 1948 sono state contate (Chiarini – Corsini, pag. 62) ben 18 sigle diverse (Armata italiana di liberazione, Squadre d’azione Mussolini , Fronte antibolscevico italiano, Fasci d’azione rivoluzionaria, per ricordare solo le più importanti). Un attenzione particolare sotto il profilo operativo va posta ai N.A.R., espressione del fascismo radicale e rivoluzionario poi riecheggiata da “Ordine nuovo” e da “Terza posizione”.

Alcune di queste organizzazioni operavano clandestinamente solo per una parte, mentre erano al tempo stesso associazioni a carattere politico e come tali non perseguibili legalmente: accanto ad esse, ne esistevano altre che operavano totalmente nella clandestinità, come la “Legione nera”, i cui appartenenti furono ritenuti responsabili di almeno 33 attentati a Roma tra il 1951 e il 1952. Pure clandestinamente operano le S.A.M. e I N.A.R.; di quest’ultimo nel 1951 fu arrestato l’intero gruppo dirigente.

Caratteristica comune a tutte queste strutture era di operare in regime di autonomia, senza una unica regia occulta, anche se spesso esistevano stretti rapporti  tra  coloro  che ne facevano  parte:  alcuni di loro furono tra i  fondatori dell’M.S.I.,  altri  come Clemente  Graziani  e Pino  Rauti,  ne uscirono nel 1956 (Rauti rientrerà _poi nell’M.S.I.) per fondare il movimento  politico Ordine Nuovo, che dal 1969 al 1979 rivendicherà tredici attentati. Nel 1963 uscì dalla organizzazione un gruppo di giovani (il più noto era Stefano Delle Chiane)  per  dare vita ad “Avanguardia Nazionale”: nove attentati rivendicati tra il 1972 e il 1974. Altri attentati tra il 1970 e il 1980 furono rivendicati dalle S.A.M., da “Ordine nero” (sigla restata per molti aspetti misteriosa), dai N.A.R. (Nuclei armati rivoluzionari) e dal Movimento rivoluzionario popolare, di cui si sa poco.

La mancanza di un coordinamento nell’azione eversiva e di collegamenti organizzati escludono che possa parlarsi della esistenza di una “Gladio nera”  in qualche modo confrontabile con vera o presunta “Gladio rossa”. Sia “Ordine nuovo” (1974) che “Avanguardia nazionale” (1975) furono sciolti ed il loro gruppo dirigente processato: erano, sotto il profilo ideologico e militare, le due organizzazioni più importanti rispetto ad altre, come i N.A.R., che erano solo gruppi costituiti per una azione violenta che lasciava poco spazio  alla ideologia.

La rilevanza, sotto il profilo della minaccia per le istituzioni repubblicane, del neofascismo in generale, più che nel  collegamento  (strutturalmente inesistente) con un gruppo politico, fu piuttosto costituito dagli stretti rapporti di alcuni neofascisti (come, per fare un solo nome, Guido Giannettini) con spezzoni dei servizi segreti militari. Molti aspetti di questi collegamenti sono rimasti ancora avvolti nella nebbia, così come l’entità della partecipazione di uo_mini  dei  “servizi”  a  tentativi  di  “golpe”  (Rosa  dei  venti,  “golpe”  Borghese, ecc.) con la partecipazione di persone più o meno vicine al neofascismo accomunati nella lotta contro il comunismo e la minaccia che esso a  loro avviso rappresentava. A questo punto lo scenario diviene ancora una volta quello di “Gladio”, una sorta di linea che finisce per formare un cerchio che racchiude più di mezzo secolo di vicende italiane. Esisteva “Gladio” perchè esisteva una “Gladio rossa”? Esisteva il neofascismo armato perchè c’era l’effettivo pericolo che il P.C.I. scegliesse la lotta armata contro le istituzioni repubblicane? E’ ancora aperto il dibattito politico in proposito.

Bibliografia

V. Barraccetti, Eversione di destra , terrorismo, stragi, Milano, 1989.

Camera dei deputati, Senato della Repubb lica, X Legislatura, Commiss. Pari. inch. sul terrorismo, Relazione sull’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, doc. XXIII, n. 51.

Camera dei deputati, Senato della Repubblica, X Legislatura, Comitato

parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza per il segreto di Stato, relazione sull'”operazione Gladio”, Doc. XLV III, n.1.

R.  Cantore  –  V    Scutti-, L’Armata nascosta. Di Gladio ne esisteva un’altra, quella rossa, Europeo, 31 – 5 – 1991.

R.- Chiarini – P. Corsini , Da Salò a Piazza della Loggia, Milano, 1983.

G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti, Roma, 1884.

G. Donno, La Gladio rossa del P.C.I., Saveria Mannelli, 2001.

G. Fasanella – C. Sestieri, Segreto di Stato, Torino, 2000.

P. G. Murgia, Il vento del nord, Milano, 1976.

M. Revelli, La R.S.L e il neofascismo italiano, in Ann. Fondaz. Micheletti, Brescia , 1986.

S. Sechi , L’esercito rosso, in Nuova Storia contemporanea, 2001, n. 1.

R. Turi, Gladio rossa, Venezia, 2004.