di ALDO DI RUSSO

Non fatevi ingannare dal titolo. Assunta era mia nonna, ma non possedeva treni, figuriamoci! Avete presente una donna del sud come l’avete vista sempre nelle fotografie dei servizi sulla antropologia dei nostri anni sessanta? Bene, quella era la nonna Assunta, per me unica e speciale, ma allo stesso tempo, uguale a tutte le nonne del Mediterraneo. Se sfogliate un libro di immagini di Franco Pinna o di Ferdinando Scianna, due grandi fotografi che hanno documentato il nostro sud, sembra come se mia nonna fosse stata fotografata migliaia di volte, sempre lei, sempre in posa davanti all’obiettivo, in Campania, in Calabria, in Lucania, così come in Grecia, in Spagna, in Portogallo, in Marocco. Ovunque sempre lei, perchè le donne del sud di quella generazione avevano molte cose in comune: la capacità di soffrire, la rassegnazione, quella che elio Vittorini chiamava “ la quiete della non speranza”, ma anche la forza di vedere le generazioni future rinascere verso una vita completamente diversa. Per fede o per convinzione credevano alla resurrezione, dopo la morte e anche alla resurrezione in vita quando si trattava di  generazioni future. Già, il futuro. Io non ero solo il nipote, ero il futuro, e il futuro andava preparato con cura, con la stessa cura con la quale chiudeva le sue giornate quando tutto in casa era dormiente ed apriva la giornata successiva con una preghiera, che era per lei essenzialmente speranza, la speranza di un giorno migliore ogni giorno. Nessuno lo sapeva in casa, ma andava in chiesa alle 5 di mattina, di nascosto dal medico che le aveva proibito di prendere freddo, ci andava per consolarsi di una guerra finita senza lutti, per una devozione antica nell’aldilà a lei più prossima che ad altri, ci andava per continuare a sperare con quella semplicità di cuore che Salomone raccomandava nel dialogo con Dio.

Una donna pratica e scarna nella sua semplicità. I suoi figli erano tornati da quella maledetta guerra, qualunque altro lusso sarebbe stato superfluo. Non voglio farne un mito, Nonna Assunta è una nonna, solo una nonna del sud, proprio come la vostra e per questo racconto questa storia, perchè so che potrete facilmente capirmi, è la storia di tutti.

Ero molto piccolo, il piccolo di casa e gli anni sessanta erano ancora li da venire, come la televisione che nessuno ancora sapeva cosa potesse essere. La sera, dopo cena, quando il tavolo della cucina era ormai sgombro e pulito da ciò che era rimasto, la nonna inventava per me il gioco più bello del mondo.

Vi ricordate le vecchie mollette da bucato? Quelle di legno? Tutte uguali, con una molla al centro? Bene quelle mollette venivano attaccate una dietro l’altra e diventavano treni, i treni di nonna Assunta. Il tavolo rappresentava il percorso dei treni che andavano da Napoli a Roma. Noi si viveva a Formia, al centro delle due città, Napoli o Roma erano le due destinazioni possibili per chi viveva in paese e non credo che per la nonna potesse esistere una geografia che andasse oltre quel sentito dire. Una piccola città, una stazione, due binari: uno per Roma e l’altro per Napoli altro non c’era. Il gioco consisteva nello scegliere una stazione di partenza e arrivare alla destinazione finale essendosi fermati in tutte le stazioni intermedie che andavano conosciute ed elencate nella giusta sequenza. Solo ora me ne rendo conto, ma io devo aver imparato la geografia della Campania e del Lazio ancora prima di imparare a leggere. Priverno, Sezze, Cisterna erano luoghi familiari pur non essendoci mai stato.

Naturalmente c’erano treni più lenti e più veloci, questo lo sapevo bene, ma mia nonna privilegiava quelli lenti. Allora pensavo che lo facesse per paura della velocità, oggi ho la certezza che le sue fermate erano trucchi per allenare la mia memoria e la mia visione della geografia di prossimità. Erano proprio altri tempi, si era consapevoli del proprio sapere e dunque dei propri limiti, ognuno si limitava ad insegnare solo quello che conosceva bene. Dunque anche la sua geografia aveva limiti invalicabili, oggi credo che anche Roma, città di provenienza di mia madre, fosse per lei una specie di voce lontana. Il luogo del Papa e dell’immaginazione.

La nostra casa non distava che poche centinaia di metri dalla stazione e il rumore stradale non era certo quello di oggi, per cui quando i treni, quelli veri, transitavano per il paese il loro fischio si sentiva distintamente fino nella nostra cucina. Che ore sono nonna? a che ora questo treno transiterà per Fondi? Facciamo i conti e lei, non certo avvezza alle cose di scuola, ma capace di fare conti a mente per poteri contrattare al mercato, mi guidava nei primi rudimenti pratici di calcolo. Fino a dieci mi aiutavano le dita, la grande difficoltà di allora era il tempo. Non riuscivo a capire perchè dopo sessanta minuti scattasse l’ora.

A pensarci adesso, quei semplici conti tempo-distanza rapportati ai giri di tavolo con un treno di mollette erano una rappresentazione schematica e rozza della possibilità di prevedere il futuro. Semplice, ma con la certezza della esistenza di un domani migliore. Chi è dovuta sfollare dal proprio paese bombardato, almeno per un momento della vita deve aver pensato che il domani potesse non esistere, qualcosa molto più grande delle possibilità umane si era abbattuto sul proprio mondo per distruggerlo. Quando questo succede e l’hai scampata scopri che il futuro esiste e senti l’obbligo di lasciarlo in eredità ad un bambino ignaro di tutto. Il futuro della nonna, di tutte le nonne, è una pianta che ogni giorno che passa è più florida e un po’ più bella solo a condizione di averla accudita. Non è semplice retorica, ma ieri, queste riflessioni, le ho fatte pensando alle nonne Ucraine e ai loro nipoti di oggi e di domani e forse, allora, il sud e il nord sono a prova di nonna

Ecco il nodo della nostra storia. Si comincia la vita giocando, poi si capiscono tante cose. Una molletta diventa locomotiva, una molletta diventa vagone di prima e un’altra di seconda. Ma le mollette erano tutte uguali eppure noi eravamo in grado di distinguere i vagoni solo con la forza della immaginazione. In effetti non proprio, un trucco c’era, le mollette nuove erano vagoni di prima classe e quelle scassate di seconda, è iniziata su quel tavolo la mia attività politica per la riscossa delle mollette più sfortunate. La locomotiva aveva una molletta in più messa in verticale per poter essere trascinata più facilmente ed ecco che senza altro a disposizione hai fatto un treno.

Penso oggi alla sostenibilità di quel giocattolo, ciascun vagone, indipendentemente dal percorso e dalla sua funzione doveva sempre tornare, la mattina dopo, ad assicurare il bucato in terrazza. Una forma di riuso a norma della migliore ecologia.

A furia di muovere mollette sul tavolo di marmo i treni diventarono la mia passione tanto da costringere mio padre, ogni tanto a portami in stazione per vederli passare. Fu una di queste volte che mi raccontava, tronfio dei successi della tecnica e del progresso Italiano, che era in servizio un nuovo treno velocissimo che si chiamava Settebello, in grado di andare da Roma a Milano in meno di sei ore e senza fermarsi mai. Vederlo non era possibile, nella nostra stazione non passava, eravamo troppo a sud. Sempre fortunati, quelli del nord. Il Settebello aveva lo stesso nome della carta coi sette soli che giocando a scopa valeva più punti della altre. Mio fratello era troppo piccolo, ma quando crebbe  e cominciò a giocare a carte con me, a causa della sua enorme e proverbiale fortuna, aveva sempre il settebello a disposizione tra le sue carte, forse veniva dal nord e non me ne ero accorto, ma questa è un’altra storia.

Quella sera, alla solita ora, sistemammo con la nonna tutto l’occorrente per costruire il nostro treno e un convoglio partì da Napoli. Percorsi più volte il giro del tavolo più in fretta possibile saltando tutte le stazioni intermedie fino a Roma. Avevo violato le regole. La tecnologia e il progresso ferroviario avevano alterato il gioco a sua insaputa.

Che fai! urlò mia nonna evidentemente ignara di quello che io avevo appreso nel pomeriggio.

Nonna, questo è il Settebello, un treno che parte e si ferma solo alla sua ultima stazione.

“Mamma mia…. e comm’adda fà tutta chella povera gente che aspetta?”

Capite la logica di nonna Assunta, un mostro d’acciaio lanciato a tutta velocità sulle rotaie che collegano due città deve comunque tenere conto di essere al servizio della maggioranza delle persone che aspettano vivendo a metà strada tra le destinazioni elette. Sono persone che vivono nei loro luoghi di residenza e che hanno la stessa dignità delle gradi città. Era la semplicità contro il progresso, ma la solidarietà stava per soccombere al mercato mentre la nonna continuava a privilegiare le esigenze della sua gente all’indomabile sviluppo della tecnica.

Questo è stato l’insegnamento più importante che devo alla nonna. Se lo sapesse! Credeva di insegnarmi a fare i conti a rispettare gli orari, a imparare la geografia invece ho imparato quanto è bello cadere in una illusione volontariamente, incontrare l’immaginazione degli altri per attivare la propria e lasciarsi andare, senza freni, a credere che sopra al tavolo ci fosse semplicemente il doppione della realtà. Fu solo l’inizio, qualche anno più tardi è arrivato Bambi, Dumbo, gli eroi dell’avventura, quella commedia scritta da un Fiorentino che pretendeva di aver visitato l’aldilà, la Fisica e i suoi modelli impalpabili e concreti insieme. A volte penso a quanto io, oggi, sia il figlio dei treni di nonna Assunta, il prodotto di una illusione che aiuta a decifrare la realtà perché contiene profonde verità scolpite proprio da quelle rappresentazioni usando la forza dello stupore che àncora saldamente ogni adulto alla mente del bambino. Illudersi per conoscere.

Quanto mi divertivo! Che meraviglia quelle serate! A pensarci oggi non ci si crederebbe. Un po’ di mollette, un po’ di fantasia e tanto amore erano gli ingredienti di quel “simposio” che potrebbe rimandare ad uno dei più intricati e controversi problemi della filosofia greca: era quel gioco ad essere stupefacente o era l’atteggiamento e lo sguardo stupito della nonna a dare energia al treno. Come potrei oggi dire alla nonna che il tema fu trattato da Aristotele nella Metafisica. Oggi potrei anche sostenere che nonna Assunta conoscesse il mito della caverna di Platone, potrei credere che avesse letto e compreso fino in fondo il prologo dell’Enrico V di Shakespeare e invece no, non sapeva nemmeno chi fossero e per cosa fossero vissuti, aveva altri problemi, fondamentalmente uno occuparsi della crescita del valore di una persona, tanto più se questo è solo un bambino.

 Aldo Di Russo