di GUIDO STECCHI

Si chiamava Mario ed era un comunista. O forse no? Di sicuro era un ambientalista ma non l’ambientalista con il suv, che cambia cellulari ogni volta che ne inventano uno nuovo e che non beve acqua del rubinetto neppure nel lussuoso rifugio in alta montagna. Era un ambientalista semplicemente perché era parte integrante dell’ambiente. Lo era come il capriolo o la volpe o il serpente e svolgeva nella macchia mediterranea e nelle dune costiere della Maremma livornese il ruolo atavico dell’uomo, prima raccoglitore e predatore, poi coltivatore. Cacciava, poco e qualche volta, per mangiare la preda, raccoglieva solo quella quantità di funghi per il pasto, ogni tanto per essiccarli, ma quel bel porcino in più, se era in più, lo lasciava a fare il suo mestiere nella macchia. Non era un avido razziatore come troppi fungaioli che da allora hanno inquinato i nostri boschi. E i funghi della macchia sono stati gli artefici della nostra amicizia, la macchia era la quinta dei nostri reciproci racconti. Erano i primi anni ’80 e ci aveva presentati il “viperaio”, un naturalista a 360° che condivideva con me gli studi micologici, lo chiamavano viperaio perché studiava anche i serpenti, li catturava semplicemente confondendoli con il movimento delle mani e li teneva in un terrario per conoscerli meglio ma poi li liberava, le vipere soprattutto. Nessun boscaiolo di quelle parti le uccideva per non fargli un torto. Gli erano riconoscenti, infatti, perché con la sua conoscenza delle erbe aveva curato gli acciacchi di tutti. E in particolare aveva risolto i problemi della schiena di Mario sconquassata dalla fatica di anni di lavoro tra le rotaie della ferrovia. Il “viperaio” aveva 20 anni più di me ma mi presentava immeritatamente come il suo maestro di “funghi”, così Mario e la sua famiglia mi gratificavano del medesimo rispetto riservato al “viperaio”. Un rispetto che non ci è voluto molto a trasformare in amicizia. All’inizio andavamo a funghi nella macchia in quattro o cinque infilandoci negli “stradelli”, sentieri invisibili nell’intrico di arbusti dove la salsapariglia avviluppava scarpe e braghe. Ma Mario li conosceva uno per uno e potevamo star tranquilli che ci conduceva in radure ombrose colme di funghi. Si definiva un “passionista” da quando non si accontentava più di quella decina di specie che da sempre i boscaioli raccoglievano per la loro “acquacotta”, ma voleva imparare a riconoscerli tutti, buoni o cattivi, e guai, per atavico rispetto di ogni essere vivente, se qualcuno calpestava il fungo “matto”. Poi si finiva tutti insieme nella “sua”, assolutamente “sua”, vigna dove tutto era sempre pronto per un ricco banchetto, dove ci raggiungevano amici e parenti, fatto di mega grigliate e grandi pignatte di cibarie antiche che portavano fumanti da casa la moglie e la figlia.

Si condiva con l’olio preso dall’orcio e il vino stillato dalla botte, tutta roba sua, fatta da lui. In pratica c’era tutto lo staff della locale festa dell’Unità che in realtà lì era una festa paesana dove gozzovigliavano tutti, comunisti e non comunisti. In piazza non sotto al pergolato di uva americana, ma l’atmosfera cambiava poco.

Capitava spesso, però, che io fossi disponibile perché per me fotografar funghi era lavoro mentre gli altri lavoravano e lui era in pensione. Allora nella macchia eravamo solo noi due e veniva il momento in cui lui si fermava anche se pochi metri avanti c’era una colonia di stupendi ovoli: era tutto muscoli senza un filo di grasso e aveva finito le riserve di energia come il corridore che aveva staccato tutti in montagna ma si bloccava per crisi di fame a un passo dalla vetta. Ci fermavamo e tirava fuori dal suo cesto il bottiglione di vinello (il vino vero era riservato alla vendita o ai banchetti con gli amici), un tocco di spalla secca -salatissima ma ugualmente buonissima – pane sciapo, una boccetta d’olio, una cipolla o dei pomodori. E parlavamo, le prime volte di funghi, di che altro se no? Poi, entrati sempre più in confidenza, delle nostre storie, del suo passato di cavatore di sughero, dei danni fatti alla macchia e al bosco per cui niente più sughere, dei tombaroli che si davano da fare in qualche anfratto proprio lì vicino, di varie emergenze ambientali ogni anno sempre di più… E di come il Comune voleva portargli via la vigna per non so quale progetto, una vigna che era “sua”, accidenti!, ed era stata di suo padre, di suo nonno, del nonno di suo nonno. E così siamo arrivati alla politica. Io allora ero ancora attivista del Partito Liberale, lui era, o credeva di essere, un comunista. Ma un comunista che sapeva ascoltare come era stato un partigiano che sapeva pesare persino l’odio: mi raccontava che i loro agguati erano contro le SS, mentre non se la prendevano, se non proprio necessario, con i soldati della Wehrmacht, poveracci mandati allo sbaraglio volenti o nolenti. Così veniva fuori il suo vero pensiero, il suo attaccamento a ciò che era sua e rispetto di ciò che era di altri, la sua stima per imprenditori che non avevano violentato la Maremma e che sgobbavano come i loro dipendenti. Li chiamava ugualmente “padroni” ma il loro comportamento ne legittimava il ruolo e pure i privilegi… Insomma, non ragionava da trinariciuto e condivideva i valori liberali che cercavo di spiegargli. Finché mi disse più o meno: “Sai, tu hai ragione, probabilmente non sono un comunista, ma ora mi metti in crisi: possibile che io abbia sbagliato tutta la vita?”. Non era così perché il suo comportamento quotidiano era sempre stato coerente, era il mondo che gli era maturato intorno che aveva inventato gli schieramenti: il passato di partigiano, un anticlericalismo viscerale tipico del suo territorio, un partito molto più bravo degli altri a raccogliere consensi, tanto bravo da “addormentare” i valori presenti tipicamente nel DNA del contadino toscano. Ed eccoci così a un classico esempio del fardello che più d’ogni altro ha portato ai vari problemi della politica italiana: il voto “contro”, o meglio “anti”, raramente “per”: la repubblica è cresciuta – o si è involuta – con questa anomalia dovuta alla presenza del più forte partito comunista d’Europa, l’anticomunismo ha alimentato un forte partito che rappresentava le idee più disparate togliendo spazi a chi le avrebbe dovute rappresentare sul serio, l’anticlericalismo e l’antifascismo ben indirizzato da chi era più bravo degli altri a far propaganda ha alimentato il PCI. E da lì, tipicamente italiano, il dualismo competitivo nelle categorie, magistratura compresa, che, soprattutto nel caso di quelle agricole e del turismo, è padre di un’inefficienza e di un’assenza di partecipazione ai problemi comuni divenute croniche.