di MARIO PACELLI

Luglio 1959: una squadra di agenti della Questura di Roma fa irruzione in un appartamento di Via Valdisole, a Roma, nella zona di Via Cortina d’Ampezzo, alla periferia della città, dove ha apparentemente sede una innocua società di import – export.

Gli agenti arrestano tutti coloro che trovano nell’appartamento. Uno si nasconde sotto il letto ma viene scoperto ed arrestato anche lui: è- Angelo Mangano, già funzionario della “Civil Police” dell’ex Territorio Libero di Trieste. Analoghe operazioni vengono condotte a Roma in un appartamento di  Via  Mario Romagnoli, nel quartiere della Balduina, ed in alcuni locali in Piazza della Repubblica al centro della città. Ad ordinarle è stato personalmente il Questore di Roma, Carmelo Marzano: secondo alcuni è venuto a conoscenza per caso – una lettera erroneamente recapitatagli – dell’esistenza di quegli strani uffici, da cui vengono prelevate decine di casse di documenti. Secondo latri invece Marzano si decise ad intervenire quando ebbe la sensazione di poter essere vittima di un ricatto (una fotografia, pubblicata sul quotidiano romano “Paese sera”, in cui era ritratto mentre usciva da una sua “garconierre”). L’accusa nei confronti delle persone arrestate è molto grave (spionaggio), ma viene rapidamente fatta decadere.

In un primo momento la notizia degli arresti viene tenuta rigorosamente  segreta:  si conoscerà solo dopo molto tempo che con quelle irruzioni era stata posta fine  ad una o ganizzazione segreta creata dal Ministro degli Interni. Ferdinando Tambroni con la collaborazione di Robert Driscoll, capo della C.I.A. a Roma, che fornì anche sofisticate apparecchiature per le intercettazioni telefoniche e

ambientali. Al corrente dell’iniziativa era il questore Guido De Nozza, messo da Tambroni a capo dell’ufficio affari riservati del Ministero degli interni, che era stato questore di Trieste durante il periodo di occupazione della città da parte delle  forze alleate. De Nozza aveva chiamato a Roma a collaborare con lui il colonnello della polizia civile di Trieste Walter Beneforti (poi vice commissario aggiunto di

P.S. dopo il ritorno della città all’Italia) che era stato capo dei servizi politici della polizia triestina, il Commissario di P.S. Ilio Corti, che a Trieste aveva  diretto l’ufficio stranieri, e il commissario di P.S. Mangano. A Piazza della Repubblica, dove aveva sede !'”ufficio psicologico”, anch’esso clandestino, lavorava invece Antonio Tomassini, ex funzionario della RA.I. di Ancona. Un’agenzia di stampa, l'”Eco di Roma” pubblicava notizie raccolte con intercettazioni e pedinamenti clandestini quali awertimenti per gli indagati, soprattutto uomini politici.

La struttura poteva contare complessivamente su una quarantina di collaboratori, scelti anche tra persone non dipendenti dal Ministero degli interni e pagate con i fondi riservati del Ministero stesso. Era dotata di attrezzature sofisticate –  a  Trieste con attrezzature fomite dalla C.I.A. erano state già  largamente sperimentate le “intercettazioni volanti” realizzate con finti taxi – ed entrò presto in rotta di collisione con le tradizionali strutture di spionaggio di cui il Ministero disponeva in quegli anni, primo tra tutti l’Ufficio affari riservati. Sull’attività della struttura venne alla luce successivamente un rapporto della C.I.A., datato 5 luglio 1963 (v. “Astrolabio”, 15 ottobre 1967, n. 41) che Mario Scelba, Ministro degli interni dal 1947 al 1953 e poi nel 1955 smentì decisamente (una lettera in proposito al giornale fu pubblicata nel numero successivo con una dichiarazione del suo direttore Ferruccio Parri che prendeva atto della smentita di Scelba per quanto lo riguardava ma confermava l’autenticità del rapporto).

Perché Tambroni, che come Ministro dell’interno già poteva disporre di strutture informative consolidate, sentì la necessità di creare nel 1955 una struttura clandestina?

Fu l’inizio di una vicenda che, a quasi mezzo secolo di distanza, presenta ancora

molti punti oscuri.

Ferdinando Tambroni era nato ad Ascoli Piceno nel 1901. Vice Presidente della F.U.C.I., nel 1925 era stato per breve tempo segretario provinciale di Ancona del Partito Popolare. Nel 1926 aveva dichiarato “sul suo onore di cittadino e di italiano di abiurare la sua fede politica” e di riconoscere “in Benito Mussolini l’uomo destinato dalla prowidenza di Dio a forgiare la grandezza di un popolo” ed era entrato a far parte della Milizia, passando nel 1939 a quella antiaerea con il grado di centurione. Questa dichiarazione costituì nel 1945 la motivazione  del  rifiuto della D.C. di Ascoli Piceno di accogliere Tambroni nel partito, ciò che avverrà solo per intervento di De Gasperi, che riterrà essersi trattato di  affermazioni  solo formali e senza conseguenze pratiche dal momento che mai Tambroni durante il regime fascista aveva svolto attività politica. Nel partito Tambroni si schiera subito nella corrente di sinistra che faceva riferimento a Giovanni Granchi.

Nel 1946 divenne segretario provinciale della D.C. di Ancona.  Eletto  all’Assemblea Costituente e poi alla Camera dei deputati, nel 1950 fu nominato Sottosegretario alla Marina mercantile e nel 1953 alla giustizia. Nello stesso anno divenne Ministro della Marina mercantile.

Quando nel 1955 Granchi venne eletto Presidente della Repubblica e la sua corrente sciolta, Tambroni passò con la corrente che aveva come suo leader Amintore Fanfani.

E’ in quanto appartenente alla corrente fanfaniana che nel 1955 divenne Ministro degli interni: non è però da escludere che a sostenerlo nella rapida  carriera politica sia stato Enrico Mattei, Presidente dell’E.N.I. e uomo potentissimo  in quegli anni nella vita politica italiana, in ottimi rapporti con i “gronchiani” e con Tambroni in particolare.

Nulla del suo passato politico lasciava pensare che rientrasse tra i suoi progetti di Ministro degli interni la costituzione di una polizia politica segreta. Negli anni successivi Tambroni sostenne di aver agito con gli strumenti necessari per combattere la minaccia comunista allo Stato democratico: sta di fatto che la struttura occulta collezionò, secondo concordi testimonianze, qualche migliaio di fascicoli, un numero enorme se si riflette che si trattava di notizie riservate

  • raccolte per anni e sulla utilizzazione delle quali solo Tambroni aveva poteri.

I fascicoli furono infatti da lui prelevati al termine della permanenza al Ministero degli interni e trasportati nella villa di un suo amico in Sardegna. Dopo la sua  morte i fascicoli furono consegnati a Mario Scelba, persona in cui Tambroni (o i suoi eredi) riponevano fiducia.  Scelba sostenne di aver versato i fascicoli ricevuti al Ministero degli interni: non esiste però una esatta contabilità di essi né si ha notizia di quali e quanti siano restati in mano a qualcuno  dei tanti protagonisti  della vicenda. Unica certezza è che nel 1968 furono bruciati moltissimi fascicoli esistenti presso l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’interno: la fumata durò tre giorni e forse nel fuoco finirono tutti o parte dei fascicoli della polizia politica segreta di dodici anni prima.

Altra certezza è la dura lotta condotta contro la struttura clandestina dal capo dell’ufficio affari riservati, Umberto Federico D’Amato: in una intervista (Corriere della Sera, 17 gennaio 1994) affermò che “all’epoca di Tambroni avevamo un

capo stazione e.I.A. a Roma che si chiamava Driscoll: fece cose pazzesche, sconvolse il Ministero. Stava trasformando l’Italia in una colonia. Ecco, io risposi a muso duro. Ma duro, eh!”.

L’affermazione di D’Amato è confermata dalla  neutralizzazione  awenuta  negli anni successivi del nucleo creato da Tambroni con l’emarginazione di tutti coloro che ne avevano fatto parte in uffici diversi, tutti rigorosamente inquadrati nelle strutture ministeriali e senza più alcuna possibliità di riprendere la vecchia attività. Malgrado la scoperta della “polizia segreta”, la carriera politica di Tambroni era tutt’altro che conclusa. Nel 1959, quando il 11° Governo Fanfani si dimise, divenne Presidente del Consiglio Antonio Segni, che riservò a se anche il Ministero degli Interni: Tambroni fu il nuovo Ministro del bilancio, un incarico di minore rilevanza politica rispetto a quello precedente, conseguenza di uno spostamento a destra dell’asse politico: il governo Segni si reggeva infatti con il voto dei liberali e quello, anche se non determinante, del M.S.I..

Tambroni, al congresso della o.e. del 1959 a Firenze si presentò alle elezioni per

il  Consiglio  nazionale  nella lista fanfaniana con un discorso contenente un’ampia

apertura all’ingresso nella maggioranza parlamentare dei socialisti, scavalcando a sinistra lo stesso Fanfani. Moro, eletto segretario della o.e., cercò di mantenere l’unità   del  partito   contenendo   la  spinta   delle  correnti   di  destra, nettamente

contrarie a qualunque apertura ai socialisti.

Giovanni Malagoldi, segretario del P.L.I. ritenne che fosse venuto il momento di tentare di riprendere la strada di una maggioranza organica centrista (O.C., P.R.I., P.S.O.1., P.L.I.), segnando al tempo stesso le distanze dei liberali dalla destra

economica,   che  premeva  invece  per  una   collaborazione  o.e. –  M.S.I.   che

avrebbe  confinato in un angolo i liberali. Il Consiglio  nazionale  del P.L.I. decise il

21 febbraio 1960 di ritirare il suo appoggio esterno al Governo e Segni fu costretto a dimettersi.

Fu subito chiaro che si trattava di una crisi di non facile soluzione anche per la complessa situazione internazionale. Erano gli anni in cui la politica estera degli Stati Uniti collezionava un insuccesso dietro l’altro, in Medio Oriente l’Egitto filosovietico di Nasser metteva in pericolo gli equilibri mondiali mentre in Sud America l’appoggio alle dittature locali alimentava le ostilità nei riguardi degli Stati Uniti e Cuba entrava nell’orbita russa.

Krusciov, nel viaggio effettuato nel 1959 negli Stati Uniti, sembrò deciso nel riproporre    una    politica    di    distensione,    ma    la    destra    politica    e   quella ultranazionalista americana videro nell’iniziativa russa solo un tentativo propagandistico per allentare i vincoli dell’alleanza atlantica, di cui l’Italia, con la sua confusa situazione politica, era ritenuta un punto debole ed a rischio elevato.

Largamente diffusi erano negli Stati Uniti i timori per una svolta a sinistra della politica italiana, con l’ingresso dei socialisti al Governo e i comunisti, fino a quel momento loro alleati, sull’uscio della maggioranza. Documenti americani divenuti recentemente consultabili (Gatti) provano l’attenzione con la quale il Dipartimento di Stato e la C.I.A. seguivano la politica italiana con valutazioni spesso contrastanti.

Il mondo industriale, rappresentato da una Confindustria decisamente  arroccata su posizioni conservatrici, era nettamente contrario ad ogni, seppur minimo, spostamento a sinistra della linea politica di Governo, tanto da eleggere alla Presidenza dell’associazione nel 1955 un industriale (Alighiero De Micheli) legato al partito liberale e ai gruppi industriali del nord che sollecitavano un più pressante

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intervento nella politica del Paese per bloccare qualunque tentativo di evoluzione della formula di Governo allargando a sinistra la maggioranza parlamentare.

La ricostruzione alla fine degli anni ’50 poteva dirsi conclusa, la produzione industriale era in costante aumento, l’Italia si preparava, in una situazione di sostanziale “deregulation” al grande balzo degli anni ’60, l’entrata in vigore con il 1959 del Trattato di Roma sul Mercato comune europeo offriva l’opportunità di un ulteriore espansione per l’industria italiana: era del tutto logico che il mondo economico vedesse con netto sfavore un mutamento della linea politica  di Governo che avrebbe potuto incidere negativamente  sulle posizioni di vantaggio  di cui godeva a quel tempo l’imprenditoria italiana. Emblematica a  questo proposito è la furibonda lotta contro una nuova legge urbanistica, tenacemente

sollecitata dai partiti di sinistra e da alcune correnti della o.e. (quella di “Base”

soprattutto, con Fiorentino Sullo e Camillo Ripamonti), che avrebbe introdotto un minimo di rapporto pubblico sull’uso del territorio, con ripercussioni vincolistiche sulle nuove localizzazioni industriali e sulla acquisizione della rendita.

La o.e., il partito di maggioranza relativa, sentiva direttamente l’impatto di tutte

queste spinte e controspinte: da una parte a premere c’era l’anticomunismo dei Comitati civici e di “Civiltà cattolica”, che negava qualsiasi possibilità di  distinguere, ai fini di una collaborazione di Governo, tra comunisti e socialisti, tutti accomunati nella condanna pontificia; dalla parte opposta il solidarismo cristiano e la dottrina sociale della Chiesa erano altrettanti punti di riferimento per chi, come Fanfani, sollecitava il superamento del centrismo per una politica più rispondente alle esigenze di una società in rapida trasformazione.

La situazione  politica  era però giunta  ad un punto di svolta.  La vittoria al :XXVll0

congresso del P.R.I. (1960) della corrente di sinistra, favorevole ad un

allargamento della maggioranza in base ad un programma di rinnovamento e di sviluppo, la pressione del P.S.O.I. per una collaborazione di Governo con i socialisti anche in funzione anticomunista, la prevalenza al XX.111° congresso del

  • della linea politica autonomista sostenuta da Nenni, nettamente favorevole all’inizio di un dialogo con le forze politiche di centro, l’uscita dalla maggioranza  del P.L.I., erano tutti fatti che imponevano  al partito di maggioranza

relativa una scelta precisa a proposito degli alleati di Governo. Era però una decisione che la o.e. stentava ad assumere: la maggioranza uscita dal Congresso era molto esitante in proposito.

Quando, in seguito alle dimissioni del Governo Segni, si trattò  di  conferire l’incarico per la formazione di un nuovo Governo, il Presidente della Repubblica Gronchi non poteva non tener conto di tutto questo nella scelta della persona cui conferire l’incarico, così come non ignorava certamente l’ostilità degli Stati Uniti a proposito degli uomini politici favorevoli alla apertura a sinistra ed  alla  sua persona in particolare. Al Dipartimento di Stato era sempre viva l’irritazione per quanto awenuto durante il suo viaggio a Mosca nel 1959, quando Gronchi aveva incontrato Krusciov e discusso con lui dei problemi mondiali come se l’Italia non fosse un Paese del blocco occidentale.

Consapevole delle difficoltà esistenti, il 4 marzo 1960 Gronchi affidò al Presidente della Camera dei deputati Giovanni Leone un incarico esplorativo per verificare le intenzioni  dei partiti.  li  congresso  nazionale  del P.R.I.  votò una mozione  per la

ricostituzione  di  un  governo  o.e. –  P.R.I.  –   P.S.0.1.  con  un  programma che

consentisse di far conto della astensione socialista. Leone riferì a Gronchi che 1’8 marzo convocò Attilio Piccioni al Quirinale per affidargli l’incarico di formare il nuovo governo.  Piccioni rifiutò ed il giorno successivo l’incarico fu affidato a Segni

che si scontrò subito con l’ostilità di ampi settori della O.C. all’ingresso  dei socialisti nella maggioranza di Governo, con la motivazione che spettava ai cattolici garantire gli equilibri politici in grado di contenere i rischi conseguenti alla presenza nel Paese di un forte partito comunista.

Il 21 marzo Segni declinò l’incarico. Gronchi, dopo un incontro formale con Moro

al termine del quale il segretario della O.C. rifiutò l’incarico di formare lui stesso un Governo di centro – sinistra, conferì l’incarico a Tambron.i

Quale fu la ragione della scelta del Presidente della Repubblica a favore di un uomo politico non di primissima evidenza nel panorama politico di quegli anni?

Ancora nel 1973 Gronchi insisté (v. l’intervista pubblicata sul quotidiano “Il giorno” del 29 agosto) nel ritenere politicamente valida la scelta di Tambroni quale Presidente del Consiglio parlando di una involuzione successiva del suo pensiero politico e di un “caso personale ” che ancora oggi resta nell’ombra.

Unica certezza è che Tambroni, al momento dell’incarico, non poteva contare su una maggioranza di Governo più di quanto potessero contarvi coloro  che l’avevano preceduto nel tentativo.

Si trattò  della individuazione da parte  del Presidente  della Repubblica dell'”uomo

nuovo” capace di realizzare quella collaborazione con i socialisti di cui aveva parlato al Congresso della o.e. dell’anno precedente? Fu una sfida di Gronchi alla O.C., suo antico partito, ad uscire fuori dalle sue ambiguità e dichiarare

apertamente le sue intenzioni? Si trattò di un progetto politico che,  secondo quanto sostenuto da uno dei suoi più stretti collaboratori (Merli G., La presidenza di Giovanni Gronchi in “Il Parlamento Italiano”, XVII, Milano, 1991) tendeva alla realizzazione di “un rapporto tra organi costituzionali fondato sulla responsabilità autonoma  ed effettiva e sul garantismo reciproco”,  ciò che significava nei fatti una

accentuazione del potere del Presidente della Repubblica, rispetto ad un Governo senza una maggioranza parlamentare precostituita, da trovare volta per  volta nelle due Camere del Parlamento?

Il quesito é tra quelli destinati a restare senza una risposta univoca:  sta di fatto che Tambroni il 25 marzo 1960 diede vita ad un Governo monocolore dando spazio nella sua composizione a tutte le correnti della D.C..

Il 4 aprile il Governo si presentò al Parlamento per la fiducia e Tambroni espose il programma del suo Governo, un programma molto ampio ed articolato senza alcuna apertura nei confronti dei socialisti e con un duro attacco finale  nei confronti dei comunisti.

Le reazioni dei partiti furono immediate. Il gruppo parlamentare socialista, subito riunito, decise di votare contro il Governo nella votazione sulla fiducia; in senso diametralmente opposto decise il gruppo del  M.S.I.. Contro la fiducia al Governo  si pronunciarono anche repubblicani e socialdemocraitci, ed a favore invece i monarchici.  Il  Governo  ebbe la fiducia con i  voti determinanti  del M.S.I.:  300 si,

293 no, 24 i voti dei deputati del M.S.I. Subito dopo il voto  tre  ministri  delle correnti di sinistra, Giulio Pastore, Fiorentino Sullo e Giorgio Bo si dimisero. L’11 aprile la direzione D.C. rilevò la necessità di un chiarimento politico: Tambroni presentò al Capo dello Stato le dimissioni del suo Governo. Il 14 aprile Gronchi incaricò di formare un nuovo Governo Fanfani, che tentò di realizzare una maggioranza D.C. – P.R.I. – P.S.D.I. che potesse contare sulla astensione dei socialisti. Il 21 aprile successivo la Direzione nazionale della D.C., sotto la pressione delle correnti di destra, autorizzò Fanfani solo alla formazione di un governo tripartito che avrebbe dovuto contare sul voto favorevole di qualche indipendente  per  avere  la maggioranza  necessaria.  li  giorno  successivo anche

Fanfani rinunciò all’incarico. La risposta di Gronchi fu immediata: convocò Tambroni e lo invitò a presentarsi al Senato per chiedere la fiducia già ottenuta alla Camera dei deputati.

Nessuna norma costituzionale impediva – ed impedisce – al Presidente della Repubblica di rinviare alle Camere un Governo dimissionario per ottenere un chiarimento politico: Gronchi però rinviò al Senato Tambroni respingendo non  solo le dimissioni presentate ma anche il motivo di esse (il voto determinante del M.S.I., le dimissioni di tre Ministri (Sullo, Bo, Pastore) della sinistra D.C.).

La soluzione adottata da Gronchi fu ritenuta costituzionalmente legittima dal Presidente della Camera Giovanni Leone; in senso opposto si espressero gli ex Presidenti dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini e Giuseppe Saragat.

Al Senato Tambroni il 29 aprile ottenne la fiducia con 128 voti favorevoli e 110 contrari. I ministri dimissionari non furono sostituiti e l’interim fu assunto dal Presidente del Consiglio.

Si delineò a questo punto una spaccatura radicale fra le forze politiche, ed una situazione di estrema tensione nel Paese. La scintilla scoccò quando ai primi di maggio i giornali diedero notizia che il Ministro degli interni Spataro aveva autorizzato lo svolgimento a Genova del congresso del M.S.I. Iniziarono immediatamente manifestazioni contro il M.S.I. e assalti alle sedi del partito.

Il 30 giugno di svolse a Genova uno sciopero generale con una manifestazione promossa dalla Camera del lavoro. A Piazza dell’Annunziata, dove giunse  il corteo per deporre corone al monumento ai Caduti nella guerra di Liberazione scoppiano gravissimi incidenti: polizia e carabinieri intervennero duramente e vi furono numerosi feriti sia tra i dimostranti che tra le forze dell’ordine.

Il proprietario del teatro Margherita, dove avrebbe dovuto svolgersi il congresso, revocò la disponibilità del teatro “per cause di forza maggiore”. Al M.S.I. venne offerto il teatro di Nervi, che il segretario del partito, Arturo Michelini, rifiutò, rinunciando al congresso. Un nuovo sciopero generale, indetto per il 2 luglio, venne pertanto revocato.

Era solo l’inizio. Il 6 luglio a Roma si sarebbe dovuta tenere una manifestazione a Porta San Paolo per portare una corona alla lapide che ricorda i caduti della resistenza:   il  Prefetto   la   vietò   ma   la  folla   si  riunì   ugualmente.   Alle  18.30 scoppiarono i primi incidenti: proseguirono per ben quattro ore, con cariche dei reparti Celere della polizia e dello squadrone a cavallo dei carabinieri. Alla fine si contarono i feriti: 60 fra i dimostranti ed altrettanti fra le forze dell’ordine.

Una cinquantina fra deputati e senatori comunisti parteciparono alla manifestazione: alcuni vennero colpiti.

Altri incidenti scoppiarono in Sicilia, a Palermo, Licata e Catania:. un morto fra i dimostranti a Licata ed uno a Palermo. Le cose andarono molto peggio a Reggio Emilia: il 7 luglio durante una manifestazione, vennero uccisi cinque giovani dimostranti. I feriti furono numerosi, anche fra la polizia.

L’8 luglio il Presidente del Senato Merzagora propone a Palazzo Madama una tregua: le forze di polizia restassero in caserma per quindici giorni per evitare altri spargimenti di sangue e cessassero nello stesso periodo le manifestazioni di piazza, mentre si sarebbe svolto in Parlamento un dibattito politico di cui tutte le parti si dovevano impegnare ad accettare le conclusioni. Il Consiglio dei Ministri, riunito lo stesso giorno, emanò al termine della riunione un comunicato in cui si affermava che “il Governo impedirà che la piazza si sostituisca al Parlamento e

che siano sowertite le norme della convivenza democratica fissate dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato”.

Il 14 luglio alla Camera dei Deputati il Presidente del Consiglio fece risalire la responsabilità degli incidenti ai comunisti ed ai loro alleati socialisti parlando di un piano preciso per destabilizzare le istituzioni democratiche la cui realizzazione, secondo una dichiarazione attribuita al socialista Riccardo Lombardi, era stata bloccata da Umberto Terracini che aveva convinto il Consiglio nazionale della Resistenza che non era ancora giunto il momento della rivoluzione. Era un ennesimo tentativo di legittimare il ricorso alla maniera forte, fino alle estreme conseguenze: nessuno, ad iniziare dal Presidente della Repubblica,  che durante un tempestoso incontro al Quirinale invitò Tambroni a far cessare le esibizioni dei carabinieri a cavallo per le strade di Roma, restò convinto che era in corso un tentativo eversivo della sinistra.

Il 16 luglio Moro, segretario della D.C., annunciò che era intervenuto un accordo tra D.C., P.R.I. e P.S.D.I., al quale aveva aderito anche il P.L.I., per la formazione di un governo monocolore a guida democristiana. La tesi delle “convergenze parallele” enunciata dal Segretario della D.C. non rispondeva ad alcuna precisa logica politica ma aveva l’indubbio vantaggio di consentire alle forze politiche di uscire da una situazione ricca di incognite per le stesse sorti della democrazia parlamentare in Italia.

Il 19 luglio Tambroni (per la seconda volta nell’arco della crisi) si dimise e Fanfani formò un governo monocolore D.C. con l’appoggio esterno di P.S.D.I., P.L.I. e

P.R.I. e l’astensione del P.S.I. e del P.N.M.

Negli anni successivi Tamborni continuò ad esprimere la convinzione che i moti di piazza del luglio 1960 facevano parte di un piano organizzato dal P.C.I.,

convinzione espressa anche a Gronchi, subito dopo le dimissioni dei tre ministri delle correnti di sinistra: si sarebbe trattato di “un complotto comunista internazionale del quale neppure il S.I.F.A.R. aveva notizia” (Tamburano). Nessun documento, almeno tra quelli fino ad oggi noti, comprova la tesi.

Ferdinando Tambroni, ormai in costante polemica con la sinistra, morì il 18 febbraio 1963, quando stava per iniziare la sua campagna elettorale: probabilmente portò con se molti segreti e la risposta ad altrettanti interrogativi.

Bibliografia

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Giuseppe Tamburrano, Storia e cronaca del centro – sinistra, Milano, 1990.