Lunedì 14 novembre va in onda su RAI UNO il film di Marco Bellocchio “Esterno notte” in cui il regista ritorna ad “indagare” sulla morte di Aldo Moro. Lo aveva già fatto nel 2003 con “Buongiorno notte”.

La vita e la carriera di Marco Bellocchio sono caratterizzati dalla riflessione sui due poli che hanno contraddistinto la vita italiana dal secondo dopoguerra, cattolicesimo e comunismo. Nato nella provincia emiliana (9 novembre 1939, a Piacenza) da una madre insegnante e da un padre avvocato, perso però durante l’adolescenza, Marco riceve un’educazione d’impronta fortemente cattolica, frequentando le medie e le superiori presso istituti religiosi. La rottura con quest’educazione si lega fortemente con l’inizio della sua carriera di regista.

Nel 1959 abbandona gli studi universitari di filosofia, presso l’Università Cattolica di Milano, per trasferirsi a Roma ed iscriversi ai corsi del “Centro Sperimentale di Cinematografia”. All’inizio degli anni ’60, dopo la realizzazione di alcuni cortometraggi in cui è evidente l’influenza di registi come Fellini ed Antonioni, decide di spostarsi a Londra, per frequentare i corsi della “Slade School of Fine Arts”. Gli studi si concludono con una dissertazione su Antonioni e Bresson.

L’esordio cinematografico di Bellocchio avviene nel 1965 ed è al centro di forti polemiche. Il suo primo lungometraggio, “I pugni in tasca” è una reprimenda dura e dai toni grotteschi di uno dei valori cardine della società borghese: la famiglia. Il protagonista, un giovane affetto da epilessia interpretato da Lou Castel dopo la rinuncia di Gianni Morandi, cerca di uccidere tutta la propria famiglia. La pellicola, rifiutata dalla selezione della “Mostra di Venezia”, viene insignita della “Vela d’Argento” al “Festival di Locarno” e di un “Nastro d’argento”.

Paragonato per lo stile e per le comuni origini emiliane ad un altro grande esordiente di quegli anni, Bernardo Bertolucci, Bellocchio diviene rapidamente una delle icone della sinistra italiana. Già dal finire degli anni ’60 però quest’immagine si incrina. Ne “La Cina è vicina” del 1967, “premio speciale della giuria” al Festival di Venezia e vincitore di un “Nastro d’argento”, e con l’episodio “Discutiamo, discutiamo…” inserito nel film “Amore e rabbia” – film collettivo del 1969 girato insieme a Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Carlo Lizzani e Jean Luc Godard – Marco Bellocchio non può più essere definito un regista di partito. Al duro attacco all’ipocrisia dei valori borghesi si affianca la denuncia della passività, del trasformismo, della sterilità di tanta parte della sinistra italiana. Una denuncia molto forte che non risparmia neanche il rinnovamento proposto in quegli anni dalla contestazione giovanile del biennio ’68-’69.

È negli anni ’70 che sembra aver luogo la definitiva maturazione artistica di Marco Bellocchio. Nel 1972, con “Nel nome del padre”, alla denuncia degli schemi di potere della società si affianca il tentativo di penetrare le strutture del potere e il loro rapporto coercitivo con l’individuo, tematica approfondita nei film successivi.

In “Matti da slegare” (1975), viene tentata la via del documentario. Il film è un’indagine impietosa sul mondo dei manicomi, visti come luogo di repressione più che di cura, e un’analisi delle cause della malattia mentale, di cui si mette in luce il legame di derivazione dall’organizzazione sociale. In “Marcia trionfale” (1976) si la macchina da presa di Bellocchio si interroga sul senso della vita militare.

È appena il caso di ricordare come i due temi fossero di stretta attualità negli anni ’70. Infatti nel 1972, venne approvata in Italia la legge 772 o “legge Marcora”, che sanciva per la prima volta il diritto all’obiezione di coscienza e nel 1978 venne approvata la legge 180, o “legge Basaglia“, che sanciva la fine dell’istituzione manicomiale.

Il 1977 si caratterizza come una nuova svolta nel percorso professionale di Marco Bellocchio. Esce il film “Il Gabbiano”, tratto dall’omonimo dramma teatrale di Anton Cechov. La pellicola segna l’avvio di una nuova stagione della produzione cinematografica del regista. Se da una parte permangono i dubbi, le domande e le denunce nei confronti della società borghese, dall’altra si fa più marcata la revisione critica delle risposte fornite dalla sinistra.

Il confronto con le grandi opere della letteratura resterà una costante. In questo senso i film “Enrico IV” (1984), molto criticato per la libera reinterpretazione del testo di Pirandello e “Il principe di Homburg” (1997), tratto dal testo di Heinrich von Kleist.

Dall’altra, aumenterà la visione introspettiva dei film di Bellocchio. Una ricerca interiore che non perderà assolutamente il legame con la realtà e con le scelte della vita quotidiana e politica. In questa direzione i film degli anni ’80, a partire da “Salto nel vuoto” (1980), vincitore del David di Donatello, a “Gli occhi, la bocca” (1982), fino a “Diavolo in corpo” (1986) e “La visione del sabba” (1988).

Dall’inizio degli anni ’90 la ricerca introspettiva che caratterizza sempre più i suoi film porterà il regista a palesare nelle suo opere il crescente interesse per il mondo della psichiatria e della psicologia.

Sarà proprio un film basato sulla sceneggiatura dello psichiatra Massimo Fagioli a portare al regista il premio più prestigioso della carriera. Nel 1991 infatti con “La condanna”, Bellocchio vince l’Orso d’argento al Festival di Berlino. Lo psichiatra Fagioli sceneggerà anche il meno fortunato “Il sogno della farfalla” (1994).

Per quanto riguarda il nuovo millennio il regista torna ad essere al centro di grandi polemiche. Nel 2001 il suo costante rapporto con la religione si traduce ne “L’ora di religione”, vincitore di un “Nastro d’argento”. Il protagonista, Sergio Castellitto, è un pittore, ateo e dal passato comunista, che si trova a vivere un confronto con la chiesa e con la religione di dimensioni kafkiane davanti all’improvvisa notizia del processo di beatificazione della madre e di fronte alla scelta del figlio di frequentare a scuola l’ora di religione.

Nel 2003 esce una ricostruzione in chiave introspettiva del rapimento di Aldo Moro, “Buongiorno notte”. La trama del film, tratta dal romanzo di Anna Laura Traghetti “Il prigioniero”, immagina il rapporto tra Moro e uno dei suoi rapitori, una giovane donna. La ragazza, lacerata dal contrasto della sua doppia vita, bibliotecaria di giorno e terrorista di notte, scopre un’affinità umana con Moro che fa entrare in crisi le sue convinzioni ideologiche. Nessuno la capisce, se non un giovane scrittore, nonché futuro autore del film sulla vicenda, proprio il regista Bellocchio.

Tra i suoi lungometraggi degli anni 2000 ricordiamo “Vincere”, un film storico (con Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi) le cui vicende narrano la storia di Benito Albino Dalser, figlio segreto di Benito Mussolini. “Vincere” è stato l’unico film italiano in concorso al Festival di Cannes del 2009 e il film più premiato ai David di Donatello 2010 (con otto premi su quindici candidature, fra cui Miglior regia).

Marco Bellocchio negli anni 2010

Il 4 e il 5 settembre 2010 dirige in diretta televisiva l’opera lirica Rigoletto a Mantova, interpretata da Placido Domingo, prodotta dalla RAI e trasmessa in mondovisione in 148 paesi.

L’anno seguente a Marco Bellocchio viene assegnata l’Alabarda d’oro alla carriera per il cinema e anche il premio per la miglior regia per il film “Sorelle Mai”. Il 9 settembre alla 68ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia riceve dalle mani di Bernardo Bertolucci il Leone d’oro alla carriera.

In seguito annuncia la sua intenzione di girare una storia ispirata alla vicenda di Eluana Englaro e di suo padre Beppino Englaro. Nonostante le numerose difficoltà produttive e i contrasti con la Regione Friuli-Venezia Giulia, le riprese iniziano nel gennaio 2012. Il film viene presentato in anteprima al Festival di Venezia 2012 con il titolo “Bella addormentata”.

Quest’opera affronta il tema dell’eutanasia e la difficoltà di avere una legislazione in materia di fine vita in un paese, l’Italia, che ospita nei suoi confini la Città del Vaticano, centro mondiale della Chiesa cattolica. Nel 2013 al Bari International Film Festival Bellocchio riceve il Premio Mario Monicelli come regista del miglior film, “Bella addormentata”.

Da marzo 2014 è presidente della Cineteca di Bologna.

Nel 2016 esce “Fai bei sogni”, film interpretato da Valerio Mastandrea e Bérénice Bejo basato sul romanzo autobiografico omonimo di Massimo Gramellini.

Nel 2019 esce “Il traditore“, film interpretato da Pierfrancesco Favino e Luigi Lo Cascio incentrato sul personaggio di Tommaso Buscetta, il mafioso, noto come “il boss dei due mondi”, che aiutò i giudici Falcone e Borsellino a far luce sull’organizzazione di Cosa nostra e sui suoi vertici. Dopo essere stato in concorso al Festival di Cannes 2019, viene candidato dall’Italia agli Oscar 2020.

L’anno seguente riceve la Palma d’oro alla carriera al Festival di Cannes. LA REDAZIONE