di STEFANO ROLANDO

Quando da ragazzi eravamo più tifosi della musica popolare italiana che di Sanremo, il duo di Piadena era in gran voga, non solo nel cremonese, in cui erano nati, ma in tutta la generazione sessantottina di cui erano una delicata parte della colonna sonora. Amore mio non piangere arrivò fino a Canzonissima e Come è bella l’uva fogarina divento’ cult con i fratelli Taviani. Da quel tempo, quando vedo apparire una coppia in performance mi viene spontaneo dire “il duo di Piadena”.

Appellativo inappropriato per il Calendenzi o Renzenda che dir si voglia, che si sta configurando a conclusione di patemi, giravolte, esclusioni, dissociazioni e tradimenti. 

E che, con una certa evidenza, viene da altre colonne sonore. 

Ma, finito di scherzare, resta il problema di una contraddizione aperta tra gli scettici profondi del bipartitismo imperfetto (copywriter Giorgio Galli) che in fondo all’idea di “terzo polo” vorrebbero approdare per smontare il cinismo delle alleanze forzate e la politica in cui le mediazioni contano più delle scelte. 

Conosco tanti a cui, a questo punto, votare per il “duo di Piadena” – va bene, d’accordo, non li chiamerò più così – e’ l’ultima chance per evitare l’astensione. Che non è un crimine, perché esprime anche un dissenso piuttosto radicale, ma passivizza un po’ il comportamento elettorale. 

E per qualcuno – come si dice a Milano – “piutost che nient, l’è’ mei piutost”. 

Ma chi sta faticando da tempo sul filo di un certo rigore critico, perché ha in ballo più la sua coscienza che il “tengo famiglia”, potrà anche arrivare a fare questa scelta, ma e’ meglio che si ponga qualche domanda e provi a darsi qualche risposta. 

Ecco il mio piccolo “confessionale” sul “terzo polo” (che per allusione ai polli di Renzo, potrebbe anche diventare il “terzo pollo” di Renzi). 

Quattro domandine.

Domanda 1

L’intesa Renzi-Calenda diventa così il territorio che continua prioritariamente a dare voce al metodo e ai contenuti del governo Draghi?

Risposta 

Sulla carta il centro destra ha fatto cadere Draghi e il centrosinistra ha finito per imbarcare gli ultras antiDraghi. Ma nella sostanza dei comportamenti che hanno parte importante nella gestione delle idee politiche, ne’ Renzi ne’ Calenda appartengono alla formazione e al metodo di tenuta istituzionale di Mario Draghi. Renzi viene dal politichese di battaglia fin da ragazzo, Calenda viene da un funambolismo borghese maturato nella cultura dello spettacolo in cui c’è poco format Draghi, anche se a lui piace considerarsi un super tifoso draghiano. Nella sostanza Draghi, che potrebbe avere anche qualche blandizia dal terzo polo che talvolta gli cavera’ un sorriso, non darà mai copertura sostanziale al 10% della striscia intermedia, che gli ricorderà più Mastella che l’esprit repubblicain, che si esprime quando convince maggioranze sicure non quando e’ invocato in un pur simpatico e intelligente movimentismo.

Domanda 2 

Ma, al netto di furbizie e contorsioni del ceto politico italiano, alla fine Renzi e Calenda sono quelli che hanno meno reticenza a vedere la mediocrità della polarizzazione e che tendono a raccontare più verità agli italiani. Non è questa una cosa sufficiente per votarli?

Risposta 

Il percorso dei due non è lo stesso. Calenda e’ in ascesa, Renzi e’ in discesa. Renzi sta viaggiando dal 40 al 2 per cento. Calenda dal 2 al 20 per cento preso a Roma. Il primo vive lo stress, spericolato ma anche disperato, di mantenere il “diritto di tribuna” con gli italiani; il secondo vive lo stress, adrenalinico ma anche impreciso, di tenere in scacco chiunque per fare un po’ di bottino. Nei manuali di scienza politica e di psicologia del potere, ne’ l’uno ne’ l’altro stanno vivendo i caratteri che si chiamano “da statista”. Di giocolieri ne abbiamo visti tanti in Italia da anni. Di statisti pochissimi. E sarebbero questi – ovvero i modelli di questa postura – quelli davvero utili al nostro Paese.

Domanda n. 3

D’accordo, ma l’incrocio dei due percorsi opposti non finisce per creare un equilibrio interessante? Nel senso del carattere “consolare” del progetto, per cui si compensano i difetti, ma si raddoppiano anche i pregi…

Risposta 

L’analisi su questo punto l’ha fatta Claudio Martelli. Uno che, in via di principio, potrebbe avere simpatia per lo sfoderamento di cose brillanti e intelligenti che i due potrebbero continuare ad avere nell’interesse del dibattito pubblico in Italia. Ha cioè affrontato il problema di “chi guida”. Smontando l’idea che sia Calenda a guidare. Tanto Carlo e’ altalenante, dichiarato, spettacolare, esplicito; quanto Matteo e’ silenzioso, calcolatore, reattivo solo nel momento opportuno. E Martelli sostiene che “Calenda e’ così finito nelle mani di Renzi che conosce la psicologia di Calenda meglio dello stesso Calenda”. Ciò comporta che, per una parte importante degli aspiranti elettori del “duo”, il rischio della sorpresa strategica e’ alto. Per l’altra parte il “patto” e’ strumentale. Il risultato, se fosse un’ offerta di azioni in Borsa, non avrebbe un’ondata di consensi. 

Domanda n. 4

Ma se Renzi (ex-dc) e’ l’inquietudine per un PD ormai a guida democristiana e Calenda e’ l’inquietudine liberale per Forza Italia, ormai alla deriva nelle mani della destra sovranista, ciò non permette nella prossima legislatura di mettere in movimento la transizione finora incompiuta della riforma elettorale in senso proporzionale addirittura accelerando i tempi della crisi di sistema che potrebbe andare verso un accorpamento europeo di partiti oggi a brandelli?

Risposta 

Queste cose sono facili da scrivere nel tratteggiare un’ipotesi e difficilissime nel prendere poi una piega strategica che richiederebbe il prevalere di uno straordinario spirito di servizio alla Patria. La risposta può essere si, detto con titubanza. Ma può essere anche no, detto con una risata. Ora dobbiamo fare i conti con quel che venticinque anni di declino politico ci mettono a disposizione. Ogni scelta é’ legittima. Per carità.  Ma anche ogni riserva deve essere seriamente meditata. Intanto, tra gli oggetti da meditare, vi é anche la nuova stima sugli esiti dei collegi uninominali fatta dall’Istituto Cattaneo, in cui il centrodestra va al 61% dei seggi alla Camera e al 64% dei seggi al Senato.