(A Ischia, con la sorella Annamaria)
  1. Il 3 febbraio del 2006 moriva all’ospedale Pertini di Roma non ancora ottantenne, per una malattia fulminante, Romano Mussolini. La sua è una storia davvero straordinaria che voglio ricordare, essendogli stato amico ed avendo suonato con lui per molti anni.


    Quarto, dei cinque figli di Benito Mussolini e Rachele Guidi inizia a suonare il piano mentre era confinato con la madre e la sorella ad Ischia, dopo la caduta del fascismo e sotto la guida più esperta di Ugo Calise, l’autore di Nun è peccato e ‘Na voce, ‘na chitarra e ‘o poco ‘e luna. Il jazz è la “musica nuova” importata dagli americani con i Victory Disc, ma amata anche da suo fratello Vittorio che gliela fa conoscere, e Romano ne viene folgorato, non ostante pochi anni prima suo padre l’avesse addirittura proibita.
    Comincia così una carriera che lo porterà a suonare in tutto il mondo e con i jazzisti più importanti, molti dei quali incuriositi dalla sua personalità e, soprattutto, dal suo cognome tragico.
    Roma, gli anni ’50 e ’60,  i personaggi della Dolce Vita, i locali di via Veneto, il Cinema, la Hollywood sul Tevere, gli scandali, la nascita del gossip, i paparazzi e il jazz come comun denominatore, come colonna sonora, come “collante” nella storia del figlio del Duce che suonava il Jazz.
    La vita di Romano è stata sempre caratterizzata da due elementi fortissimi della sua personalità, ambedue equivalenti ed in contrasto fra loro: la pesantezza del cognome che si portava dietro, con il suo percorso tragico e gli strascichi lasciati al giudizio della Storia e a quello delle persone che incontrava, e il suo carattere allegro e gioviale, tendente alla giocosità ed alla goliardia, apparentemente superficiale,  non per natura ma per esigenze di sopravvivenza.

    (A Ischia, con la sorella Annamaria)

    Del suo cognome aveva un forte pudore ma, al tempo stesso, una grande fierezza e non accettava mai giudizi sull’operato della sua famiglia che non fossero ammorbiditi da classici luoghi comuni del genere – Tuo padre ha fatto solo l’errore di entrare in guerra –  oppure – Se non si fosse alleato con Hitler sarebbe stato diverso – e via su questo genere. Peraltro gli piacevano molto i giudizi estetici sul fascismo e sulle cose buone che il padre aveva fatto, come quelle legate all’architettura, ultimo esempio di stile concettuale, in un’Italia che sarebbe poi finita negli scempi dei cementificatori. Gli piaceva molto la Storia, leggerla, studiarla, revisionarla a suo piacere, forse solo per quietare qualche senso di colpa che certamente si portava dietro, causa principale della sua timidezza e delle sue nevrosi.
    Mi meravigliavo sempre dei consensi che otteneva non solo come pianista ma soprattutto come figlio del duce, ed ero sorpreso che mai nessuno gli si parasse  davanti minacciosamente, magari dicendo – Ehi, tu sei il figlio di un dittatore pazzo che ha distrutto l’Italia e ti odio! – Generalmente gli si avvicinavano persone che lo riconoscevano o sapevano chi era e lo abbracciavano, ricoprendolo di elogi per suo padre, la sua famiglia e il fascismo. Alcuni piangevano e lo baciavano, altri gli chiedevano un autografo sulla tessera del Msi, il rinato partito fascista di Giorgio Almirante, ma mai nessuno che lo abbia insultato, a mia memoria. Spesso le persone si rivolgevano a me che gli ero vicino e con voce sognante mi dicevano – E’ tutto suo padre! – E io mi incazzavo, pensando che lui da suo padre era altro e che in Italia c’erano veramente ancora milioni di nostalgici fascisti con la memoria corta. A quel tempo, si parla degli anni ’70, ero piuttosto intransigente e in giro con Romano si mandava giù qualche boccone politico non proprio squisito.
(Romano con la fisarmonica ad Ischia con Calise al centro)

Era timido, dicevo, ma goliarda e buontempone, incline al “cazzeggio”, sempre con la battuta pronta, una barzelletta da raccontare e con la voglia di ridere. Aveva terrore di tutto ciò che potesse essere serio. Sembrava non volesse mai approfondire gli argomenti o impegnarsi più di tanto, come se volesse sempre veleggiare leggero al di sopra di tutte le situazioni scomode, con la sua nevrosi che lo obbligava ad alleggerire tutto, anche quando si presentavano problemi da risolvere.

Per via di questa timidezza era un po’ goffo e spesso impacciato, ma davanti al pianoforte si trasformava in un musicista possente e trascinatore. Suonava il piano jazz meravigliosamente e lo suonava senza averlo mai studiato, in senso canonico. I suoi percorsi musicali erano stati altri: aveva imparato a suonare, come si diceva,  ascoltando i dischi di jazz che il fratello Vittorio, grande appassionato del genere, gli aveva regalato. Erano proprio quei ‘Victory disc’ , i V disc come li chiamavano all’epoca, una delle cose buone arrivate con gli americani, insieme alla cioccolata ed alle gomme da masticare. Gli americani, i “freerer”, i liberatori che cacciarono Hitler ed i fascisti dall’Italia e dall’Europa.  I V disc erano intrisi di quella nuova musica che nel nostro paese si era ascoltata poco, per via dell’autarchia e della xenofobia fascista. Quella musica nuova piaceva molto a Romano e lo conquistò, tanto da fregarsene se il fascismo l’aveva messa in mora e, in qualche modo, cercato di italianizzare stupidamente (“St. Louis blues” e “Honeysuckle rose” erano diventati per il ventennio “Le tristezze di san Luigi” e “Pepe sulle rose”).

Fu così che Romano, confinato alla fine della guerra ad Ischia con il resto della sua famiglia (Donna Rachele, Annamaria, Vittorio ed Edda) iniziò ad appassionarsi seriamente al pianoforte che aveva in casa e che suonava anche dodici ore al giorno. In seguito, come abbiamo raccontato nella prima parte, entrò nel complessino di Ugo Calise, il cantautore ischitano, anch’egli grande  appassionato di jazz.

(Romano in braccio al padre)

In realtà dai Mussolini la musica aveva sempre avuto un posto d’onore, se non altro per  i dischi che il duce era uso ‘suonare’ quando tornava a casa la sera dopo il suo ufficio. – Erano dischi di jazz – racconta Romano, – a mio padre piaceva molto – senza mai aggiungere che al resto d’Italia non  era concesso ascoltarli. E poi il duce suonava il violino. La storia di questo violino appartenuto a Mussolini è ormai diventata leggenda nazionale: sembra ne circolino nel mondo almeno una decina, di cui due o tre di dubbia provenienza e tutti gli altri forse autenticati da Romano… Una piccola furbata? Può darsi, non è dato saperlo, ed è con affetto sincero che svelo qualche piccolo espediente che permetteva a Romano di non vivere in bolletta, com’era solito vivere lui.

Per tutta la vita aveva avuto a che fare con problemi economici e li risolveva a suo modo, come poteva. Un giorno il violino del padre, l’altro gli orologi firmati da lui, un altro ancora i quadri. Certo, c’era la musica e c’erano i concerti, ma non sempre i soldi bastavano, soprattutto a lui che si lamentava di avere più famiglie a carico.

3. Una nave scuola del jazz italiano

Una di queste famiglie l’aveva combinata con la sorella di Sophia Loren, Maria Scicolone, con la quale aveva avuto due figlie, Alessandra ed Elisabetta. Da queste tre donne che amava moltissimo si era poi separato, ma mai definitivamente, lasciandole nella casa di Montesacro, a piazza Monte Gennaro. Lui era andato ad abitare a viale Libia (ricorrenti sono nella vita di Romano i luoghi storici del fascismo). Ho un ricordo di quella casa veramente tragicomico. Una volta Romano mi chiese di andare da lui per provare alcuni brani nuovi di repertorio per i concerti. Entrai nell’appartamento e rimasi bloccato all’ingresso, cercando di portare il mio non voluminoso amplificatore del basso nel salone dove c’era il pianoforte. Ma l’ampli non entrava nella stanza per via del passaggio ridottissimo che permetteva l’accesso solo ad una persona magra e pergiunta di profilo. Sorprendentemente il resto era tutto normale: il telaio dell’entrata di legno pregiato e le mura perfette dipinte di bianco. Solo tutto incomprensibilmente stretto. Quando, stupito e con un sorriso da ebete in faccia chiesi a Romano spiegazioni, lui fu vago e mi disse di lasciare l’amplificatore all’ingresso e di suonare lì, mentre lui andava al piano nel salone. – Mi senti bene? – mi chiedeva da lontano e poi – Suona tu che provo a sentirti –  In realtà non riuscivamo ad accordarci, vista la distanza che c’era tra i nostri strumenti! Scoppiai a ridere per l’assurdità della situazione e alla fine, pressato dalla mia insistenza, mi rivelò l’arcano. Era solo un espediente per non farsi portar via i mobili, in caso fosse venuto l’ufficiale giudiziario a pignorarli per venderli. “Per legge – mi confessò furbescamente – non si può abbattere nessun muro di casa per far uscire dei mobili destinati all’asta giudiziaria.” Quel giorno imparai un’altra cosa. (I due film di cui si parla nella storia, prodotti da Romano, con la colonna sonora scritta insieme a Roberto Pregadio).

I problemi economici gli erano iniziati a causa di alcuni film da lui prodotti che non avevano avuto il successo sperato. Si era fatto coinvolgere da alcuni cinematografari romani di B movies sperando in un ritorno economico, e per questo aveva firmato “fantozziani” pacchi di cambiali che erano andate puntualmente in protesto. I film finanziati da Romano si chiamavano: “Diabolik” “Kriminal” e “Satanik”, tratti da fortunatissimi fumetti in voga a quel tempo. In realtà non seppi mai perché l’operazione andò male. In genere questi film di “serie B” avevano comunque e quasi sempre un pubblico di affezionati che li andava a vedere, magari con le uscite già programmate nelle seconde e terze visioni e sale parrocchiali, e poi si producevano in totale economia. Ma anche quel poco fu fatale a Romano, che evidentemente non era tagliato per far soldi in quel modo, e pagò per lungo tempo quell’investimento improvvido, anche in termini di serenità personale. Mi ricordo, negli interminabili viaggi in automobile per raggiungere i luoghi dove suonavamo, o quando ritornavamo di notte a casa, mi parlava spesso di quei soldi buttati e dei guai che gli avevano procurato i creditori.


(Uno dei tanti quadri con soggetto clown di Romano)

(Uno dei tanti quadri con soggetto clown di Romano)

Chiunque abbia suonato con lui conosce il dramma degli spostamenti in lungo ed in largo nella Penisola. Romano non aveva nessun pudore nel prendere una serata a Milano e l’altra, il giorno successivo, a Bari: “L’Italia si percorre in un giorno – diceva – e se vuoi lavorare non devi fare lo schizzinoso.” Ricordo, tra le tante, la ‘tratta’ peggiore: Pordenone – Lecce – Rimini – Udine – Roma e tutte un giorno dopo l’altro, facendo i concerti, viaggiando su pulmini scassati o macchine con le gomme spesso lisce, mangiando come e dove si poteva. Si dormiva a turno come in guerra e spesso, oltre che guidare, mi toccava tenere sveglio Romano (grande driver) con storie e cazzeggi vari. Si andava a letto al mattino e, incrociando la gente che andava a lavorare alle fermate degli autobus, Romano spesso esclamava: ”Eh, poveracci, si son dovuti svegliare presto, che vita fanno!” “Loro – aggiungevo io – e perché noi che vita facciamo?” (Mirage, il disco della “svolta elettrica”di Romano del 1977, prodotto da me e suonato da Romano, Roberto Spizzichino, Tullio de Piscopo, Emilio Soana e Glauco Masetti e il sottoscritto al basso Fender). 

Al suo funerale abbiamo suonato nella chiesa stracolma, tutti noi suoi amici e collaboratori. Negli anni siamo stati davvero tanti, Romano era una specie di Vespucci, nave – scuola del jazz italiano. Ma quel triste giorno c’erano anche molti che con Romano non c’entravano nulla, quelli con i gagliardetti della repubblica sociale di Salò, vestiti di tutto punto con camice nere che fuori, all’uscita della bara, anno urlato “Saluti al Duce” per tre volte.

Quel giorno la mia malinconia per la morte di un amico, si unì alla rabbia perché Romano era stato insultato per l’ultima volta.