di MASSIMO DEPAOLI

Da quando la riforma ha trasformato la Provincia in un ente di secondo livello, i cui organismi (Presidente e Consiglio) vengono eletti non direttamente dai cittadini ma dai consiglieri comunali, sembrerebbe che l’esito delle elezioni sia largamente prevedibile sulla base della rappresentanza dei partiti nei comuni. Sorvoliamo sulla nostra convinzione che tale riforma sia stata una scelta insensata e veniamo piuttosto a vedere come il caso di Pavia abbia fatto saltare il quadro delle previsioni.

Il colore politico dei comuni della Provincia di Pavia (189) nell’autunno del 2021 era chiarissimo: nelle recenti tornate amministrative il centrodestra aveva fatto un en plein, conquistando (o mantenendo) le tre grandi città (Pavia, Vigevano, Voghera), buona parte dei comuni medi (eccetto Broni) e attraendo a sé molti sindaci dei piccoli comuni. Con un quadro simile, il pronostico sembrava ben definito: Presidente e 10 consiglieri su 12 targati Lega, Fratelli d’Italia o Forza Italia.

In questo quadro, mentre il PD appariva come il “volgo disperso” di manzoniana memoria, le liste civiche delle tre città sopra citate costruivano un percorso di contatti e relazioni con sindaci e consiglieri del territorio, ricordando che con un numero così alto di comuni piccoli e piccolissimi le appartenenze politiche tendono a sfumare. Un cammino sulle gambe dei contenuti propri delle competenze dell’ente Provincia e sulla credibilità delle persone: ambiente e territorio su tutti e sindaci riconosciuti come coerenti e affidabili proprio sui contenuti. Come Alleanza Civica eravamo, però, altrettanto coscienti di non avere i numeri per presentare una lista nostra e che quindi fosse indispensabile una interlocuzione nell’ambito del centrosinistra. Già si presentava difficile tenere insieme i due aspetti quando il quadro si è complicato.

Mentre le segreterie provinciali dei tre partiti di centrodestra identificavano il loro candidato nel sindaco di Varzi Giovanni Palli, nella Lega scoppiava la rivolta. Guidati dalla longa manus dell’europarlamentare pavese Angelo Ciocca (col senno di questi giorni e la sua investitura da parte di Umberto Bossi la scelta appare più chiara), molti sindaci e consiglieri leghisti, seguiti poi da altri del centrodestra, contestavano una scelta a loro dire imposta dall’alto e annunciavano una lista e un candidato alternativo, Angelo Bargigia, sindaco di un piccolo comune del pavese. Ciocca, ricordiamolo, è l’europarlamentare della scarpa sulle carte di Moscovici, definito “euroimbecille”, ha fatto messe di preferenze nel 2019 (circoscrizione nord-ovest subito alle spalle di Salvini), ma è stato anche condannato in primo grado nel gennaio 2019 dal tribunale di Milano nello scandalo “Rimborsopoli” della Regione Lombardia (è stato consigliere regionale dal 2010 al 2016), pena confermata nel luglio 2021 dalla Corte d’Appello. Su scala locale, è socio di uno studio di progettazione molto attivo nel promuovere e realizzare logistiche e insediamenti commerciali, su una linea di stravolgimento del territorio opposta alle scelte di Alleanza Civica.

Quando un campo politico si divide così apertamente, il campo opposto dovrebbe trarne frutto con una chiara linea alternativa che possa attrarre gli indecisi e i disorientati dalla frattura. Cosa è accaduto invece? Il PD provinciale, diviso in tre correnti riconducibili a parlamentari o ex tali e consiglieri regionali locali ma unito in una tattica di rara astuzia, ha ritenuto che ci si dovesse infilare nella frattura per dialogare con la parte “ribelle” del centrodestra. Ciò avrebbe significato presentare una lista PD per il consiglio ma senza candidare nessuno alla presidenza e facendo così convergere i voti sul candidato ciocchiano.

Di fronte a una scelta simile, ad Alleanza Civica si sono avvicinate le altre forze di centrosinistra nel rifiuto del dialogo con personaggi squalificati e pronti a tutelare i soli propri interessi personali e nel rifiuto, parimenti, di una simile suicida strategia: Azione, Italia Viva, Più Europa, Articolo 1, Cinque Stelle, Sinistra Italiana. Un “campo largo” eterogeneo quanto a sigle ma molto solido sui contenuti, appunto di scelte su ambiente e territorio. Ammettiamolo, non era ancora “largo” a sufficienza quanto a numeri necessari a presentare una lista e a eleggere con certezza un consigliere ma, di fronte a un PD che interloquiva con tanta fulgida rappresentanza della pavesità, determinato a provarci comunque.

Non è finita. Mentre la segretaria provinciale del PD si dimetteva in polemica con la strada intrapresa, i ribelli del centrodestra declinavano – almeno formalmente – l’offerta di aiuto. Il tutto mentre mancavano pochi giorni alla scadenza per la presentazione delle liste. A quel punto il PD ha cercato di salvare la faccia presentando un proprio candidato presidente nella persona del sindaco civico di San Martino Siccomario, Alessandro Zocca sostenuto da una lista di candidati consiglieri in cui il PD stesso accettava che fossero presenti due candidati civici, uno dei quali era Zocca stesso e l’altro Elio Grossi, da subito punto di riferimento di Alleanza Civica e delle altre forze.

Che si trattasse di fumo negli occhi è apparso chiaro quando, alla scadenza dei termini, non si è raggiunto il numero di firme necessario anche perché qualche maggiorente PD invitava velatamente a non darsi da fare più di tanto. Risultato: alla presidenza della Provincia correvano i due soli candidati del centrodestra diviso, ognuno sostenuto da una lista di candidati consiglieri. A correre per il consiglio provinciale era anche la lista di centrosinistra-civica. Come Alleanza Civica eravamo nauseati dal balletto ma non abbiamo smesso di perseguire con lucidità l’obiettivo di portare i nostri contenuti in consiglio provinciale, pur con una compagnia dalla precaria stabilità e affidabilità.

La sera delle elezioni il risultato è stato sorprendente sotto due aspetti, uno negativo e uno positivo. Nel testa a testa fra i due candidati, era palese che i voti PD fossero confluiti sul candidato “ribelle”, al punto da portarlo a una incollatura dal rivale, poi eletto, con tanto di candidati PD a braccetto con i “ribelli” nel sostenere l’attribuzione di preferenze nelle schede dubbie o contestate. Dall’altra, la lista di centrosinistra-civica otteneva un inaspettato risultato di eleggere 4 consiglieri (anziché i due previsti), due dei quali erano appunto i sindaci civici, con Elio Grossi primo nelle preferenze.

Se siete riusciti a seguire la vicenda fino a qui, oltre a congratularci per la pazienza, crediamo condividiate il messaggio di fondo, in sé persino banale: il radicamento sul territorio, la credibilità delle persone, la chiarezza sui contenuti e la trasparenza sul metodo hanno pagato e aggregato. Crediamo che civismo voglia dire anche questo.