Da più parti, specialmente in area progressista, si pensa che i sostenitori del maggioritario continuino a dettar legge senza però avere fondamenti solidi da cui partire e su cui fondare tale modello elettorale.

La premessa: maggioritario inutile

Si definisce, questa schiera maggioritaria, “una specie di gigantesco e trasversale comitato tecnico-istituzionale che da trent’anni filati prescrive le stesse medicine, incurante del fatto che fino a oggi le sue cure abbiano prodotto risultati sempre peggiori e del tutto opposti agli obiettivi dichiarati, dall’instabilità dei governi alla frammentazione dei partiti, per non parlare della qualità e della rappresentatività di dirigenti ed eletti”.

Riflessione: andiamo a vedere i numeri

La cosa, a pelle, sembra esser vera e una constatazione-riflessione su cui concordare. Andando a vedere un po’ di numeri, sembra che qualche dubbio possa nascere. Per esempio, a proposito della durata dei governi… Un breve riepilogo preso saltabeccando online, tra Ansa e Wikipedia…

Dal 1948 a oggi

Dal 1948 ad oggi, in Italia si sono alternati 67 governi, guidati da 29 presidenti del Consiglio diversi. In media, i governi italiani sono rimasti in carica per 414 giorni, meno di un anno e due mesi, e hanno governato effettivamente per 380 giorni, poco più di un anno.

Il governo che è rimasto in assoluto più tempo in carica, con 1.412 giorni, è il secondo esecutivo guidato da Silvio Berlusconi tra il 2001 e il 2005. Anche il secondo governo più duraturo, 1.287 giorni, è quello guidato da Berlusconi tra il 2008 e il 2011, mentre al terzo posto c’è il primo governo di Bettino Craxi, tra il 1983 e il 1986.

La “Seconda Repubblica”

Limitandosi agli esecutivi della Seconda Repubblica, il periodo che va dal 1994 in poi, in media i governi sono rimasti in carica per 611 giorni e hanno governato effettivamente per 576 giorni. Dopo i due governi di Berlusconi, al terzo posto, come governo più duraturo in questo periodo, c’è quello guidato da Matteo Renzi tra il 2014 e il 2016, con 1.024 giorni in carica. Il governo che è durato di meno è invece il secondo guidato da Massimo D’Alema nel 2000.

L’ultima legislatura

Dal 2018: il primo governo di Giuseppe Conte, sostenuto da Lega e da Movimento 5 Stelle, è rimasto in carica 461 giorni,

il secondo governo Conte con Movimento 5 Stelle e Partito democratico 527 giorni. Il governo Draghi è al momento a 519 giorni.

(La differenza tra “giorni in carica” e “giorni di governo effettivi”: dopo le dimissioni un governo rimane comunque in carica fino a quando non giura il suo successore.)

Guadiamo alla statistica

Quindi, parlando di media pura, nella “Seconda Repubblica” (dal ’94), con un modello più o meno maggioritario, i governi sono rimasti in carica di più. Ed è singolare che i più duraturi siano stati Berlusconi e Renzi, ovvero due nomi molto polarizzati.  E che in assoluto dal 1948 i più longevi siano Berlusconi e Craxi (con il suo primo governo tra il 1983 e il 1986), entrambi personaggi di alta levatura umana e politica (pur con tutte le parentesi dovute a Berlusconi! che comunque ha cambiato la politica negli ultimi 25 anni e che io non amo di certo!! )

Per quanto riguarda i partiti

in Italia oggi ci sono 25 partiti in parlamento (molti dei quali sono formazioni o presenti nel misto non avendo numeri sufficienti per formare un proprio gruppo); 13 partiti fuori dal parlamento e un imprecisato numero di movimenti e partiti minori.

Alle elezioni del 1992 – in un’epoca che Pietro Scoppola bollò con il titolo di un suo saggio “La Repubblica dei Partiti” – In lista per la  Camera erano 23 partiti (+ ALTRI); in lista per il Senato c’erano 27 partiti (+ ALTRI)

Il male della politica

Cosa dire? Non so, ma forse che il male della politica non sta tanto (o almeno non solo) nella forma del sistema elettorale, bensì nella vita dei partiti e nel loro rapporto con la gente. Per esempio, i tre governi più lunghi della “seconda repubblica” sono figli di una polarizzazione abbastanza importante. Mentre il più corto (quello di D’Alema) è figli di una furbata assurda.

Ergo… Io credo che vada studiato un nuovo modello di fare politica, di essere della politica (e dei partiti), più che un nuovo modello elettorale in sé che, sì, servirà pure (sicuramente) ma non credo sia la panacea nel rapporto cittadini-politica e neppure per un ritrovato ruolo dei partiti.

Una federazione progressista? Io credo sempre di più che la strada debba essere quella di uno schieramento progressista federato, anche unito in fase elettorale, dove la sintesi ovviamente non potrà essere l’elenco dei desiderata o delle aspirazioni di tutti, ma una mediazione frutto di dialettica e di dinamiche interne senza che però prendere una posizione o l’altra debba significare dividersi alle elezioni. E ovviamente fermo restando l’identità delle varie formazioni federate che possono aspirare a diventare più grandi all’interno dell’alleanza e contare di più. Può darsi sia sempre ingenuo, ma a volte la politica è anche sogno. O visione. Perlomeno nel tentativo di vedere all’orizzonte una possibilità diversa da quella attuale…