di MARIO PACELLI

La percentuale dei voti ottenuti da ciascuna lista non si traduce in una corrispondente percentuale di seggi assegnati a ciascuna lista.  Ciò vale sia per la Camera dei deputati che per il Senato della Repubblica.  Dei 400 seggi disponibili alla Camera e dei 200 al Senato solo i due terzi sono assegnati con il sistema proporzionale, cioè in proporzione dei voti ottenuti da ciascuna lista che abbia avuto più del 3% dei voti validi. Ne risulta che ad una lista che abbia ottenuto, ad esempio, il 10% dei voti validi sarà assegnato il 10% di quelli disponibili (74 al Senato e 147 alla Camera). Di conseguenza quella lista otterrà 15-16 seggi alla Camera e circa la metà al Senato (il numero dei seggi è approssimativo in quanto collegato alla possibilità o meno per alcune liste di ottenere il 3% dei voti – l’uno per cento se appartenente ad un gruppo di liste collegate – e quindi di partecipare alla assegnazione dei seggi).

Gli altri seggi (un terzo) sono assegnati con il sistema uninominale nei 74 collegi del Senato e nei 147 della Camera: è proclamato eletto il candidato che nel collegio abbia ottenuto il maggior numero di voti. Ne deriva che a determinare la vittoria è il radicamento territoriale di una lista che può essere elevato in alcune zone e meno in altre. Pertanto quella lista che ha ottenuto il 10% dei voti rischia nei collegi uninominali che pur mantenendo la stessa percentuale di voti non consegua nessun seggio. E’ lecito supporre che ciò non accada date le maggioranze politiche che nel nostro Paese sono territorialmente a macchia di leopardo: se si distinguono tre grandi aree geografiche (nord, centro e sud) si possono supporre risultati elettorali diversi ma tali però da non consentire a nessun gruppo di liste collegate, che abbia ottenuto fino al 50% dei voti, di superare di molto la maggioranza assoluta, tenuto anche conto che al Senato vi sono anche sei senatori di diritto (cinque di nomina presidenziale più l’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano).