di SALVO FLERES


Una posizione geografica straordinaria, ai piedi dell’Etna, il più grande e spettacolare vulcano d’Europa, una struttura urbana poggiata su una pianura coltivata prevalentemente a frumento, ulivi e agrumi, una costa, in parte rocciosa in parte sabbiosa, lunga alcune decine di chilometri, in cui la bella stagione, calda ma ventilata, dura dai sei agli otto mesi l’anno.

Poco più di 300 mila abitanti nella città capoluogo, circa 700 mila nell’area metropolitana e quasi 1,1 milioni nell’intera provincia; 58 comuni, alcuni storicamente ed economicamente importanti e con una popolazione superiore ai 50 mila abitanti, una superficie complessiva di 3.573 chilometri quadrati, una densità di circa 1.600 abitanti per kmq, avente una tendenza a diminuire dello 0,92% l’anno, a causa, purtroppo, di una significativa e preoccupante emigrazione, soprattutto giovanile, che la priva delle energie migliori.

Questa, per grandi linee, è la descrizione geo-anagrafica della città di Catania, una delle prima dieci città d’Italia, con il quarto aeroporto del Paese, il cui traffico passeggeri costituisce il risultato di importanti investimenti, ma anche di una pessima rete ferroviaria e dell’assenza del Ponte sullo Stretto, un’infrastruttura dalle dimensioni maestose, che permetterebbe l’introduzione in Sicilia dell’alta velocità.

In  atto, invece, per fare i 190 km che separano la città Etnea da Palermo si impiegano oltre tre ore, lo stesso tempo che serve a raggiungere Roma partendo da Milano o da Torino, mentre per raggiungere Trapani da Ragusa, circa 390 chilometri, di ore ce ne vogliono ben 11.

Per completare la descrizione del capoluogo etneo, serve ricordare anche una eredità imprenditoriale ed economica particolarmente “pesante”, che negli anni ‘60 del secolo scorso l’aveva portata a guadagnarsi l’appellativo di Milano del Sud, ma che oggi registra la presenza di sole 105.180 imprese le quali, pur rappresentando il dato più alto della Sicilia, che in totale ne conta circa 450 mila, indica una cifra inferiore del 22% rispetto a quella censita nel 2018.

Oggi, purtroppo, solo 36 aziende catanesi superano la soglia dei 250 addetti, mentre la maggioranza è costituita da piccole e medie realtà con pochi dipendenti. Gran parte di queste sono a conduzione familiare, con meno di cinque lavoratori e con un fatturato di poche centinaia di migliaia di euro l’anno, soprattutto nell’ambito del commercio, dell’artigianato, della pesca, dell’edilizia e dei settori collegati.

Eppure non mancano le contraddizioni. Nonostante nella “prosperosa” città etnea, la disoccupazione superi il 25%, a fronte del 13% che si segnala nel resto del Paese, con tassi elevatissimi in ambito giovanile e femminile, oltre il 31% delle richieste di personale restano inevase, spesso per mancanza dei requisiti professionali richiesti.

D’altra parte, l’abbandono scolastico sfiora il 20%, gli emigranti sono circa 8 mila l’anno, la povertà cresce, i percettori di reddito di cittadinanza sono 260 mila circa e, fatta eccezione per chi non può materialmente lavorare, costituiscono un elemento di sensibile alterazione delle dinamiche di mercato.

Catania è una città con dei grossi problemi, ma anche con delle enormi potenzialità in ogni campo; possibilità che non sa o non può sfruttare adeguatamente, a causa di una serie di criticità legate alla sua inadeguata, per non dire drammatica, condizione infrastrutturale, le cui vistose carenze sono perfettamente in sintonia con quelle dell’intera Regione.

In Sicilia, la regione d’Italia più grande per estensione territoriale, a causa di una rete idrica di distribuzione molto simile ad un colabrodo, si spreca il 47,3% di acqua, a Catania il 51,3%; in Sicilia ci sono 1.369 km di strade ferrate, a Catania circa un quinto, mentre in Lombardia ce ne sono circa 2.000; in Sicilia ci sono 3.591 km di strade statali, in Lombardia 11.000, a Catania solo 471.

La zona industriale Etnea, quella che fece guadagnare alla città l’appellativo di “Milano del Sud”, produce molto poco, ormai è ridotta ad un insieme di depositi commerciali ai quali si alterna qualche decina di attività medio-piccole, costantemente alle prese con problemi di allagamenti, di interruzioni nell’erogazione di energia elettrica, e con una rete stradale interna, che sarebbe perfetta per lo svolgimento di qualche tappa dei rally automobilistici che si svolgono nel corso dell’anno.

Nonostante la situazione non sia florida, però, Catania resta un’importante realtà economica con enormi potenzialità di crescita, se solo fosse messa nelle condizioni di poter usufruire delle stesse infrastrutture, degli stessi servizi, della stesse reti viarie, ferroviarie, elettriche, idriche, informatiche presenti nelle aree del Paese economicamente più forti.

Due siti Unesco nel proprio territorio, un importante Teatro lirico, un notissimo Teatro Stabile, un’attività agricola ed agroindustriale di primo livello, un’acciaieria, un’Università tra le migliori d’Italia, un sistema sanitario strutturalmente adeguato, anche se non del tutto organizzato, decine di monumenti di straordinaria importanza storica, artistica e architettonica, un patrimonio letterario fondato su autori come Verga, Capuana, De Roberto, Patti, Brancati, Fava ed altri, una grande azienda elettronica come la ST Microelectronics, con diverse centinaia di dipendenti, un buon indotto ed un fatturato non indifferente, un porto suscettibile di miglioramento, e soprattutto la mentalità fortemente intraprendente dei suo cittadini potrebbero costituire alcuni dei pilastri sui quali tentare di edificare un solido futuro all’altezza dei tempi e delle esigenze economiche, sociali ed  occupazionali del territorio.

Tutte queste opportunità, però, potrebbero non bastare se la città non dovesse riuscire a dotarsi di una classe dirigente adeguata, efficiente, onesta e persino coraggiosa, capace di sostenere una ripresa a cui, oltre alle infrastrutture delle quali si è detto, non devono assolutamente mancare istituzioni sane, moderne, trasparenti e funzionali ad un modello che deve saper coniugare le risorse disponibili con l’attenzione dello Stato e soprattutto della Regione. Non si tratta di un obiettivo impossibile, ma bisogna cominciare dalla parte giusta e la già vista politica dei fiori non basta.