di GIANCARLO GOVERNI

Filippo Ganna, valoroso corridore dal nome storico, ha battuto il record dell’ora, cioè ha corso in una ora 56,792 chilometri polverizzando il record precedente. Le cronache dicono che Ganna ha fatto il record con una bicicletta definita “spaziale”, costata 75.000 euro. L’impresa riuscita dal nostro Ganna dovrebbe riportare la nostra memoria a quel Fausto Coppi che nel 1942 riuscì a battere quel record nel tentativo disperato di rimandare l’invio al fronte. Fausto il record lo batté dopo soli 20 giorni di licenza, con una normale bicicletta, molto più pesante di quella di Ganna, al Vigorelli di Milano sotto il terrore dei bombardamenti. Visto che non lo hanno ricordato lo voglio ricordare prendendo a prestito le parole che scrissi nel mio libro Il volo dell’Airone pubblicato da Fandango Libri

«C’è un record che resiste da diversi anni», gli dice un giorno Cavanna, «è il record dell’ora di Archambaud, potresti tentare di batterlo». Fausto guarda Cavanna stupito, cosa c’entra questo record dell’ora, in questo momento con tutti i problemi che ho? «E poi ci vorrà una preparazione lunga e faticosa…», obietta Fausto. «Ecco, hai usato la parola giusta, quella che fa al caso nostro», risponde Cavanna, «hai detto lunga no? Infatti ti ci vorrà una preparazione lunga, molto lunga che puoi fare soltanto al Vigorelli di Milano. E poi se non batti il record…», Cavanna allarga le braccia come se volesse dire non ha importanza, «l’importante», aggiunge, «è ritardare la tua partenza per il fronte, il più possibile. Nel frattempo possono succedere tante cose… può finire la guerra, al tuo reggimento può venire un altro comandante più sensibile allo sport… possono succedere tante cose in tre, quattro mesi… hai capito?».

Sì, ora Fausto ha capito ma sono quelli della Legnano che non hanno capito. «State tutti a battere record» dice il direttore, «il Vigorelli è pieno di gente che si allena per battere i record».

Di fronte a tanta insensibilità Fausto si mette a urlare, mette da parte la sua timidezza, minaccia di lasciare la Legnano. «Tenetevi il vostro Bartali, io vado da un’altra parte», urla, «ma ve la farò pagare, non vi farò vincere più una corsa».

È Pavesi che gli viene in aiuto e fa ragionare i dirigenti della Legnano, «in fin dei conti cosa vi chiede Fausto, una bicicletta speciale, un po’ di soldi per stare a Milano ad allenarsi…», dice e Fausto aggiunge «…e la licenza militare…», poi a brutto muso, «ma non capite che se non tento di battere questo record, devo partire, mi mandano in Africa, al fronte… e allora addio ciclismo, addio tutto?»

I tre-quattro mesi ipotizzati da Cavanna per la preparazione sono una chimera perché il colonnello ha concesso appena venti giorni e la Legnano che non è entusiasta dell’idea non ha insistito neppure un po’ per ottenere una licenza più lunga. Venti giorni, prendere o lasciare, e Fausto, ovviamente, prende. «Ma se lo batto, quel maledetto record», minaccia quelli della Legnano mentre sta uscendo, «voi il Coppi Fausto non lo vedete più…», poi riapre la porta e aggiunge: «… E anche se non lo batto!»

Pavesi lo insegue per le scale, cerca di scusare quelli della Legnano, di farlo ragionare ma Fausto è furioso, ha perso tutta la sua mitezza, dice a Pavesi che non ce l’ha con lui perché sa che ha fatto di tutto per aiutarlo ma che non capisce perché la Legnano non si sia adoperata per lui come ha fatto per Bartali, che è militare come tutti ma nessuno lo minaccia di farlo partire per il fronte. Gli sembra quasi che la Legnano, messa di fronte a una scelta fra lui e Gino abbia scelto Gino. «Se le cose stanno così», dice Fausto, «grazie tanto, se lo tengano il loro Bartali!»

Fausto scende sulla pista del Vigorelli nel primo pomeriggio del 7 novembre 1942. Spettatori soltanto gli operai della vicina Alfa Romeo in pausa mensa. La notte precedente, i bombardieri inglesi della Raf  hanno attaccato Genova, devastando interi quartieri della città e facendo molte vittime e numerosi feriti.

Tutta Italia è in allarme, anche Milano, la cui periferia sarà bombardata poche ore dopo il tentativo di Fausto. Non passa notte che le sirene non squassino l’aria invitando la gente a scendere nei rifugi che sono stati ricavati per lo più negli scantinati dei palazzi. I primi tempi i coinquilini si ritrovavano nel cuore della notte per passare un’oretta in allegria, si chiacchierava, ci si raccontava le barzellette, i ragazzi facevano la corte alle ragazze, i bambini scorrazzavano per il rifugio poi suonavano le sirene del cessato allarme e la gente ritornava a dormire dandosi appuntamento alla notte successiva. Ma poi, quando i bombardamenti erano arrivati sul serio, quelli trascorsi nei rifugi erano divenuti minuti di ansia e di terrore.

Al calare delle ombre della sera la vita delle città cessava, niente più cinema, niente più teatri, che tenevano il loro spettacolo d’inverno nel primo pomeriggio, tutti chiusi dentro casa con le finestre oscurate. Potevano circolare liberamente soltanto i medici e i preti che portavano conforto ai moribondi.

Fausto in un’ora deve percorrere più di 45 chilometri e 840 metri, che è la misura stabilita dal francese Archambaud cinque anni prima su quella stessa pista. Dopo di allora nessuno ha più provato a battere quel record ritenuto inattaccabile.

L’attacco inizia alle ore 14 e 12 minuti, sugli spalti quelche centinaio di spettatori e sul prato c’è tutto il ciclismo italiano che segue il tentativo di Fausto con molto scetticismo.

Fausto è tranquillo, anche perché non è questione di vita o di morte. La prima mezz’ora di corsa solitaria contro il tempo scorre con scioltezza, in ritardo di pochi metri sulle misure di Archambaud. A ogni giro, sul tempo del francese, viene suonata una campana, così Fausto può regolarsi e sapere se ha tagliato il traguardo parziale prima o dopo il suo rivale.

È sulla seconda mezz’ora, la più dura e la più difficile di questa corsa assurda contro un punto di riferimento astratto, che Fausto sa di giocarsi tutto.

Fausto procede dosando lo sforzo sui trenta minuti che restano, con gli occhi fissi sul manubrio e la ruota anteriore, aspettando il suono della campana che copre il frusciare della ruota sulla pista di legno del Vigorelli.

Lentamente, metro per metro, Fausto recupera lo svantaggio accumulato nella prima mezz’ora, e negli ultimi minuti ha un vantaggio di qualche metro ma capisce che è difficile mantenerlo perché si sente morire di fatica, il cuore che scoppia, le gambe doloranti e nella testa un ritornello ossessionante «ce la fai… ce la fai… ce la fai…»

«Ancora due giri… ancora due giri», gli gridano, quando passa sul traguardo alcuni signori con le due dita alzate e Fausto raccoglie tutte le forze da dedicare a questi due ultimi maledetti giri, con l’ossessione della campana che non deve suonare prima che lui abbia tagliato il traguardo che finalmente sta per arrivare. «Taci campana… taci campana…» ripete mentalmente Fausto. Il traguardo è raggiunto e la campana suona che lui è trentuno metri avanti. Ha vinto, il record di Archambaud è archiviato. Sulle tribune gli spettatori in piedi urlano il suo nome, gli addetti ai lavori sono sbigottiti, nessuno avrebbe scommesso una lira su di lui. Fausto continua a pedalare in scioltezza, come un automa, spera che qualcuno lo fermi e gli faccia mettere i piedi a terra, perché la bicicletta ora gli dà la nausea. Una folla lo aggredisce, lo solleva di peso dalla bici e lo porta in trionfo. Soltanto ora Fausto realizza: ha vinto, ha battuto il record più difficile e più prestigioso.

“Un profondo silenzio mi circondava quando detti la prima pedalata. Fu una lotta terribile contro il tempo; mi sembrava di vedere le lancette correre troppo rapidamente sul quadrante dell’orologio. Ero disperatamente solo con i miei muscoli e il mio cuore, inchiodato sulla mia bicicletta. Udivo il fruscio delle ruote sull’intavolato del Vigorelli, una specie di musica che accompagnava il mio dramma.

La seconda parte fu senza dubbio drammatica e mi costrinse a uno sforzo che non esito a dire disumano. Posso ben dire che la vittoria del 7 novembre 1942 fu costruita nello spasimo.

Quando i giudici ufficiali annunciarono che il mio tentativo era stato coronato da successo, un grido altissimo si levò dalle tribune del Vigorelli. Il pubblico agitava le braccia ed i cappelli in segno di saluto. E io? In mezzo al prato, circondato da amici che volevano dimostrarmi la loro gioia, rimasi stupefatto. Sarà stata la recente durissima fatica; sarà stata l’emozione di aver raggiunto un così alto traguardo di importanza mondiale, il fatto è che restai stordito, come davanti a una notizia, terribilmente bella o dolorosa, che non riuscivo a considerare vera”.

Per Fausto non ci sono feste, le ombre della sera stanno per calare e tutti corrono a casa perché c’è il coprifuoco, non c’è tempo per festeggiare questo soldatino a cui domani scade il permesso speciale.

Tratto dal libro di Giancarlo Governi

Il Volo dell’Airone

Il romanzo della vita di Fausto Coppi

Fandango Libri Editore