di FRANCO RAIMONDO BARBABELLA

Dopo la fine della “storia a disegno”, il finalismo ottocentesco, la storia – dice Benedetto Croce – è una continua transizione. Sabino Cassese (Il Foglio, mercoledi 17 agosto) ne deduce che non conviene “mettere troppa enfasi sulle fasi di passaggio”, come è quella attuale, perché in tal caso si dovrebbe chiarire “da quale regime si transita in quale altro regime”, ciò che evidentemente rischia di essere una forzatura di realtà. Piuttosto conviene non fermarsi al palcoscenico della transizione e andare invece dietro le quinte per capire quali possono essere i suoi tratti caratteristici.

Seguendo questa impostazione, dalla vicenda elettorale che si sta srotolando davanti ai nostri occhi con le consuete convulsioni non ci si dovrebbe aspettare nemmeno una schiarita momentanea sul futuro del nostro Paese, tanta è la confusione. Eppure si va a consultare il corpo elettorale per questo, per una schiarita. Qualcosa non funziona. La legge elettorale, ad esempio, e ancor più i partiti che l’hanno voluta e quelli che non l’hanno saputa/voluta cambiare dopo la riduzione sciagurata (Villone) del numero dei parlamentari.

In realtà io penso che la storia, oltre a essere segnata dalla comparsa improvvisa di “cigni neri” – gli eventi non previsti (per imprevedibilità o per imprevidenza) che cambiano l’illusoria continuità del corso delle cose (la crisi finanziaria, la crisi climatica, la pandemia, la guerra di Putin) – presenti proprio nella transizione, e più spesso di quanto non si creda se letta con il criterio della lunga durata, momenti di discontinuità anche quando la continuità sembra essere l’aspetto dominante.

Quello che viviamo in effetti è uno di questi momenti. Mi pare che ne sia convinto lo stesso Cassese, che nell’articolo citato, in cui, come detto, si chiede quali siano i tratti caratteristici di questa fase della storia repubblicana, nel mettere a confronto gli elementi di continuità e quelli di discontinuità propende per la prevalenza dei secondi, a differenza di Giuseppe De Rita che in un libro del 2020 (Come cambia l’Italia. Discontinuità e continuismo) propendeva per la somma dei due. Non sono discontinuità di poco conto quelle che commenta Cassese, sia per numero che per consistenza, dunque da non sottovalutare.

D’altronde, se fossimo convinti di una intangibile continuità nel percorso delle cose reali, oggi come domani, a che varrebbe un nostro darci da fare, come cittadini che esercitano il proprio diritto-dovere di cittadinanza, con pensieri, passioni e opere? Ci illudiamo? Rischiamo? Sbagliamo? Evviva, siamo uomini (esseri umani)! L’alternativa non mi parrebbe esaltante. Vorrebbe dire, infatti, accettare che la realtà venga decisa solo dagli altri. Come confondere la prudenza con l’indifferenza. Perché è chiaro che la storia non si ferma e non aspetta.

Perciò, osservando le dinamiche di questo nostro tempo, mentre sono convinto che bisogna lasciarsi guidare dal pensiero critico e ragionare con lo sguardo lungo, quello che va oltre le pulsioni del momento, sono anche convinto che laddove si profilino spazi di novità in sintonia anche solo potenziale con le nostre idee fondamentali, lì bisogna inserirsi e giocare la partita.

Dunque c’è una domanda alla quale come civici non possiamo e non dobbiamo sfuggire: il panorama dell’offerta politica, pur piegata alle elezioni, è così piatta e respingente da convincerci a doverne restare fuori senza titubanze, o almeno qualche novità c’è ed è tale da sollecitare una nostra attenzione fino, a certe condizioni, ad una qualche forma di partecipazione? Da vedere naturalmente a quali livelli e con quali modalità questa poi concretamente potrà essere esercitata.

Credo che si possa sensatamente affermare che, pur nell’apparente continuità di una battaglia politica che si ripete addirittura peggiorata, una discontinuità politicamente rilevante c’è, ed è data da ciò che la solfa mediatica per mesi e mesi ci ha comunicato come impossibile. Dico la convergenza in extremis di Renzi e Calenda e soprattutto il suo approdo, l’avvio della costituzione di quello che per comodità comunicativa viene definito terzo polo e che per dargli fiducia forse sarebbe meglio chiamare, come dice un mio amico, nuovo polo.

Nuovo, non solo perché di per sé, per la sua stessa esistenza, rappresenta lo smascheramento dell’inganno del bipolarismo all’italiana, ma perché di fatto, anche al di là della volontà di chi ha contratto il patto (Hegel direbbe “l’astuzia della ragione”), indica la possibilità/ necessità (accetto la suggestione di Claudio Signorile) di quel partito riformista che manca da tempo immemorabile in Italia. Un partito che sia capace di coniugare nella realtà di oggi giustizia e libertà (il tema già di Socialismo liberale di Carlo Rosselli e del Manifesto del liberalsocialismo di Guido Calogero) e di aprire una prospettiva di rinascita riformatrice per un Paese ormai sull’orlo del collasso.

Ne deriva dunque immediatamente una seconda domanda: è davvero questo il polo nuovo? Di che cosa si tratta? È un’operazione di circostanza, di pura convenienza elettorale, oppure è, può essere, un autentico progetto politico che, seppure allo stato nascente, autorizza fin da subito a immaginare la costruzione di un soggetto riformatore per il quale vale la pena spendersi? Se ci si fermasse ai nomi dei protagonisti principali la tentazione di chiudere il discorso sarebbe probabilmente grande.

Stessa cosa se ci si fermasse all’osservazione delle convulsioni nella fase di formazione delle liste di cui qua e là si ha notizia. Ma abbiamo detto che bisogna non fermarsi al palcoscenico e cogliere, fin dove la realtà stessa ci porti a poterlo fare, la direzione di spinta della storia repubblicana.

Quale è allora oggettivamente (ma anche soggettivamente) questa direzione? Cioè quale è il bisogno di fondo che la realtà pone alla politica come esigenza imprescindibile di governo? È certamente il bisogno troppo a lungo non risolto di modernizzazione, che rinvia sia ad un coraggioso progetto di riorganizzazione del sistema politico-istituzionale, sia alla capacità di affrontare insieme le emergenze e le riforme non fatte che per questo da decenni frenano lo sviluppo e ci tengono sospesi in un limbo che minaccia un irreversibile degrado. Un progetto che richiede concretezza, saper stare sul problema, ma anche visione, intuizione e slancio ideale.

Solo una forza ancorata saldamente alla democrazia parlamentare, espressione di culture riformatrici realmente convergenti, orientata alla valorizzazione delle competenze e del merito, lontana dai condizionamenti ideologici ma non dalle idee, e perciò capace di scegliere soluzioni meditate dentro una prospettiva europea e atlantica, può essere la speranza che questo progetto diventi sostanza di politica praticata. Ma il terzo polo, potrà essere effettivamente questa speranza, cioè polo nuovo, e a quali condizioni?

È la domanda che si è posto anche Massimo Recalcati (La Stampa, sempre mercoledi 17 agosto), che riconoscendo la novità del terzo polo nel panorama delle prossime elezioni si è chiesto se si tratta di novità grande o piccola. Sarà piccola, dice Recalcati, se nasce solo per catturare voti in probabile uscita dal centrodestra per aver provocato, insieme a Giuseppe Conte, la caduta del governo Draghi; sarà al contrario grande, continua Recalcati, se l’operazione è rivolta all’intera area riformista del nostro Paese, che spazia da destra a sinistra e coinvolge direttamente il PD che sconta la sua alleanza con il populismo pentastellato.

E qui sta appunto la questione. Io penso che nelle condizioni oggettive del Paese e dentro una riorganizzazione dei poteri mondiali, di fronte alla piega che ha preso la battaglia elettorale, con due aggregazioni costruite con l’obiettivo non di governare ma di vincere l’una sull’altra catturando voti, sia sensato, forse perfino doveroso, fornire un apporto civico al terzo polo perché si incammini decisamente verso una formazione politica riformista che pone al centro della sua iniziativa la riorganizzazione del Paese secondo linee di razionalità moderna. Un apporto in autonomia, per originalità e complessità di esperienze, di consistenza ideale e di organizzazione e secondo quella concezione federale della politica che è propria del civismo.

 Come già detto, le modalità in cui questo apporto può essere fornito sono infatti diverse (anche fuori dal terzo polo, ovviamente): da una partecipazione alla battaglia delle idee al sostegno ai candidati che più si avvicinano alle idealità e alla concezione della politica propria del civismo, fino alla presenza diretta con proprie candidature per sottolineare convergenze programmatiche su temi ritenuti essenziali.

Modalità di apporto differenti, tutte legittime ovviamente. Ciò che importa però è non perdere la bussola, restando riconoscibili sia per l’inscindibilità del disegno riformatore nazionale dalle tematiche territoriali, sia per la coerenza dei metodi e dei percorsi del personale politico. Soprattutto, ci si potrà qualificare per la sollecitazione di attenzione, che ad altri non appartiene, a temi capaci di grande impatto riformatore per la dimensione territoriale della politica. In questo senso ci interessa ovviamente una riforma elettorale che àncori la rappresentanza ai territori. Ci interessa che venga messa al centro della battaglia riformatrice la questione della infrastrutturazione moderna del Paese superando ritardi e squilibri. Ci interessa la riorganizzazione territoriale dei servizi superando contraddizioni storiche, deleterie sovrapposizioni e insopportabili inefficienze.

Soprattutto, è venuto il momento di mettere mano al grande tema della riforma istituzionale, che non può essere più rinviata ma non può nemmeno essere fatta con interventi parziali, aggiustamenti di comodo e improvvisazioni interessate. In direzione di un’Europa federale l’Italia dovrà superare la frammentazione istituzionale e costituirsi come federazione di macroregioni che congiuntamente ripristina enti intermedi efficienti e prevede comuni dotati di reale capacità operativa territoriale in forma singola o associata.

Sarà bene dunque mettere sul piatto delle battaglie fondamentali e caratterizzanti quella che Bettino Craxi chiamò “la grande riforma”, da affrontare tuttavia non con gli strumenti consunti delle commissioni speciali ma con un’Assemblea Nazionale Costituente eletta a suffragio universale. Tutti temi che valgono oggi, nel fuoco della battaglia elettorale, e che valgono a maggior ragione domani nel percorso di costituzione di quella Federazione nazionale civica che abbiamo annunciato poche settimane fa. Un grande lavoro che può essere anche entusiasmante.