di MARIO PACELLI

L’intera vicenda delle dimissioni del Governo presieduto da Mario Draghi presenta alcuni aspetti, non sufficientemente chiariti, relativi alle tecniche usate per ottenere il risultato delle dimissioni: forse è bene chiarirle se non altro per evitare in futuro che altri cadono nella trappola.

Tutto ha origine dalla conversione in legge del decreto legge 12 marzo 2022 numero 50 emanato dal governo in base all’articolo 77 della Costituzione: per comprendere la questione occorre fare una breve premessa. Nel parlamentarismo classico (quello inglese ad esempio) i provvedimenti emanati dal Governo devono essere successivamente ratificati dal Parlamento senza la possibilità di modifiche. La mancata approvazione ha il significato di una manifestazione di sfiducia nei confronti del Governo che deve conseguentemente dimettersi.

In Italia durante il periodo regio non esisteva alcun termine di scadenza per il decreto legge: non di rado la ratifica (tecnicamente la conversione in legge) da parte del Parlamento non avveniva, o avveniva, con anni di ritardo. Nel 1925 i decreti legge in attesa di essere esaminati dal Parlamento erano parecchie centinaia:  Mussolini, Presidente del Consiglio, fece approvare una legge di delegificazione (decreti al posto delle leggi e dei decreti legge) senza possibilità di intervento successivo del Parlamento. Nei (pochi) casi in cui fosse necessario, data la materia, un decreto-legge doveva essere sottoposto al Parlamento ed approvato entro termini prestabiliti: in un sistema a Partito Unico la possibilità di modifiche durante la discussione parlamentare non era nemmeno ipotizzabile.

La Costituzione repubblicana recepì il meccanismo: approvazione entro 60 giorni pena la decadenza del decreto legge, del disegno di legge con il quale il Governo deve chiedere al Parlamento di convertirlo in legge. Il disegno di legge è costituito da un solo articolo che stabilisce la conversione in legge, segue il testo del decreto.

Prevalse subito la tesi che al testo del decreto-legge potessero essere apportate modifiche come a qualunque progetto di legge: in pratica il Governo legifera ed il Parlamento convalida con eventuali modifiche approvate con la stessa maggioranza richiesta per qualsiasi emendamento ad un progetto di legge. Fu una soluzione compromissoria, ben lontana dagli schemi del parlamentarismo classico, tra chi considerava (e considera) il Governo un comitato esecutivo del Parlamento e chi lo intende invece. Il comitato direttivo di esso.   Tracce dell’antico schema sono rimaste solo nel regolamento del Senato: se il Governo pone la questione di fiducia, essa si intende riferita all’articolo unico del disegno di legge di conversione, con la conseguenza che la votazione finale di esso forma un tutto unico con quello sulla fiducia: votare contro la conversione significa non votare la fiducia al Governo.

Chi rifletta attentamente su tutto questo, ben nota agli esperti di diritto e procedura parlamentare, e a chi di essi collabora nei partiti e con leader politici ha la sensazione che qualcosa dei recenti avvenimenti politici sia restato e sperduto nel bivio lasciando intravedere la trama di un sottile disegno di vendetta rusticana.

I fatti: Il Fatto Quotidiano, giornale notoriamente vicino ai 5 Stelle, pubblica una rivelazione: Draghi ha chiesto a Grillo di depotenziare Conte, capo politico del movimento, e ciò mentre la conversione del decreto legge n.50 è all’esame della Camera dei Deputati.  Nel decreto legge, oltre a norme di sostegno finanziarie per cittadini ed imprese, c’è anche una norma che demanda al sindaco di Roma di provvedere alla costruzione di un termovalorizzatore per fare fronte al grave problema dello smaltimento dei rifiuti nella capitale, eredità di cinque anni di un sindaco pentastellato come Virginia Raggi, esponente dell’area estremista del movimento. Poco conta che il decreto legge sia stato approvato in una riunione del Consiglio dei Ministri a cui erano presenti anche i ministri pentastellati: non per nulla il movimento ha come garante un ex attore comico….

Inizia il cannoneggiamento contro il decreto legge da parte dei pentastellati: gli argomenti sono diversi, dalla costruzione del termovalorizzatore, in contrasto con l’ecologismo del movimento, l’intervento per il rilancio del superbonus per l’edilizia, seguiti da una serie di enunciazioni programmatiche pentastellate che si afferma essere state ignorate: un documento di nove punti consegnato al Presidente del Consiglio riassume i temi di dissenso del movimento che legittima la loro contrarietà al decreto-legge. Sono le premesse formali di un piano strategico accuratamente predisposto: al centro c’è la volontà di provocare le dimissioni del Governo senza dargli la sfiducia i n quanto sarebbe un Governo usurpatore di quello precedente guidato dal professor Conte (ad avviso di Marco Travaglio direttore del Fatto Quotidiano si sarebbe trattato di un “Conticidio” ad opera del Presidente della Repubblica Mattarella). Di Maio ex capo politico dei 5 Stelle si rende conto, o forse viene a conoscenza, della trappola in preparazione, e del personalismo che ne è alla base, ed esce dal Movimento con un drappello di parlamentari.

Conte prosegue nel dichiararsi contro la conversione in legge del decreto-legge, ma si guardò bene da accennare anche minimamente alla votazione in Parlamento contro la fiducia al Governo Draghi.  Nella votazione alla Camera dei Deputati sul decreto legge il Governo pone la questione di fiducia.  Nelle due votazioni alla Camera dei Deputati, i pentastellati si assentano dall’aula quando si tratta dell’approvazione della legge di conversione ma votano a favore sulla questione di fiducia.

Draghi non si avvede della trappola in cui si caccia quando, giunta la legge di conversione all’esame del Senato, torna a porre la questione di fiducia sulla sua approvazione. Al momento della votazione finale i senatori pentastellati si dichiarano “presenti non votanti” (in italiano astenuti) in una votazione unica (decreto legge e fiducia). Seguono ampie dichiarazioni: i senatori non hanno votato il decreto legge: non è colpa loro se ha significato negare al Governo la fiducia. Il ministro dell’Agricoltura, senatore pentastellato, per non votare contro se stesso chiede ed ottiene di essere incluso tra i senatori “in missione”. Quanto è accaduto dopo, con i parlamentari pentastellati che discutono per ore, per giornate intere sul significato politico del loro comportamento in Parlamento è questione che va al di là di ogni valutazione politica, è degno di una analisi psicanalitica. Non votare la fiducia ad un governo di cui fanno parte anche i propri rappresentanti significa non votare la fiducia a se stessi e questo non è un comportamento normale. Conte accecato dal risentimento contro Draghi (magra cosa è avere a Palazzo Borghese vicino a Palazzo Chigi uno studio privato simile per quanto possibile a quello che aveva da Presidente del Consiglio) ha lanciato il Movimento 5 Stelle in una folle operazione politica contro tutto e contro tutti, ma attento a sottolineare quelli che sarebbero stati i presupposti della posizione assunta per accusare il presidente del consiglio di volere la crisi pur avendo avuto la fiducia delle due camere. Non aveva calcolato che nessuna forza politica, nessun movimento politico, nessun gruppo economico, nessun centro decisionale estero lo avrebbe seguito nella via in intrapresa in nome di quella linea politica anti sistema che per ore dimostra ampiamente di non riuscire a controllare. Problemi suoi e dei pentastellati: più interessante e chiedersi se vi sia stato un accordo preventivo con la Lega di Salvini per provocare la crisi di Governo, ma è una domanda destinata a restare senza risposta.

Maggiore interesse presenta un altro aspetto della questione: è veritiero, se non vero, che vi è stato un fattivo interessamento di Stati esteri nella dinamica della crisi come insinuano tra le righe alcuni giornali?

Non sarebbe opportuno che della questione si interessasse il COPASIR (comitato parlamentare di controllo sui servizi di informazione e sicurezza)? Il comitato è attualmente presieduto da un deputato appartenente ad un partito di opposizione (Fratelli d’Italia) al Governo Draghi, ma ciò non impedirebbe certamente una richiesta di chiarimenti ed un confronto tra le forze politiche che consentirebbe di eliminare sospetti lesivi della dignità nazionale.

E’ vero che le Camere sono sciolte ma è anche vero che il COPASIR è istituito da una legge che ne definisce i compiti e non può dunque essere posto sullo stesso piano di una delle tante Commissioni costituite in base ai regolamenti parlamentari. La cosa è tanto grave che legittimamente una sua riunione a Camere sciolte: se  ciò non accadrà dovrebbe essere uno dei primi treni all’ordine del giorno del Comitato nella prossima legislatura. Lo esige la dignità del paese.

 L’assurdo di aver provocato la crisi di un Governo che, pur con i limiti di un governo necessariamente disomogeneo dal punto di vista politico, stava operando In modo accettabile, è che esso opererà ancora per cercare di mettere in sicurezza i fondi del PNRR essenziali per la ripartenza dell’economia italiana e per le riforme di struttura. Anche la legge finanziaria per il 2023 sarà predisposta dal Governo dimissionario. Deve essere inviata entro il 15 ottobre alla comunità europea: ad ammettere che a quella data sarà stato formato un nuovo Governo e che esso abbia avuto la fiducia del Parlamento rinnovato è molto difficile che essa abbia il tempo di produrre un provvedimento complesso come la legge finanziaria rispettando la scadenza prefissata. La guerra in Ucraina intanto continua, la posizione europea con le dimissioni di Draghi è divenuta più debole, i titoli di Stato italiani perdono valore ed aumentano gli interessi da corrispondere su un enorme debito pubblico. Complimenti professor Conte e sinceri auguri per la vittoria sui pretendenti al suo posto alla testa del movimento: Virginia Raggi e Alessandro Di Battista non riuscirebbero ad essere una iattura politica maggiore di quella che è stato lei per questo paese che non lo merita proprio.