di DIEGO CASTAGNO

Tommaso Nannicini, classe 1973, Senatore del Pd e professore ordinario di economia alla Bocconi di Milano. Ha insegnato a Madrid e Harvard, è stato visiting scholar al MIT e al Fondo Monetario Internazionale. Nel 2016 è stato anche Sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al “coordinamento delle politiche pubbliche in ambito economico, sociale e per la ricerca scientifica”.

Allora Senatore. Partiamo dal digitale: meriti o bisogni?

“Bisogni, il merito non esiste. E la digitalizzazione dei servizi non può tradursi in un passo indietro nell’universalismo dei diritti. Può essere uno strumento decisivo per un welfare nuovo, che tenga conto delle diverse dimensioni del bisogno e che parta dal territorio. Prendiamo i patronati e i Caaf, ad esempio. Se penso al welfare, penso al welfare nelle comunità. Nella commissione bicamerale che presiedo su previdenza e assistenza, per esempio, abbiamo avanzato proposte di riforma sul sistema dei patronati, per valorizzare la loro funzione sociale e le loro attività di accompagnamento e consulenza.”

Ti definisci un riformista rivoluzionario…

“Sì, ho scritto un documento che aveva quel titolo (ride). Diciamola così: si è ragionato troppo negli ultimi anni di strumenti e troppo poco di obiettivi. E si è pensato solo al presente. Certo, la pandemia, la guerra e la crisi sociale ci hanno portato a concentrarci sul quotidiano. Per fare politica però serve uno sguardo lungo, un pensiero che non sia schiacciato sul presente. E serve un’idea di giustizia sociale a misura di futuro. La sinistra se pensa troppo agli strumenti corre il rischio di perdere di vista l’obiettivo e di confondere i mezzi con i fini. Lo stato, il mercato, il terzo settore, così come il governo e le riforme, sono strumenti. Non obiettivi. Il mondo cambia ma noi riformisti riproponiamo le stesse ricette da decenni, come un disco rotto, spesso nascondendoci dietro all’Europa o ai governi tecnici. È arrivato il momento di cambiare musica. Di spiegare per quale idea di società ci battiamo, chi vogliamo rappresentare, come intendiamo sciogliere i conflitti del nostro tempo. Ora è tempo di tornare a pensare agli obiettivi, e a cambiamenti radicali. La politica del male minore non scalda i cuori. E non crea nuovi diritti.”

Ti sei occupato molto di lavoro in questi anni. Oggi a me pare che gli scenari siano molto cambiati. Non penso che molti di noi avessero previsto il fenomeno delle dimissioni di massa, anche in Italia e non solo negli Usa. Invece sapevamo dell’invero demografico e del lavoro povero….

“Infatti, bisogna avere ben chiari gli obiettivi e usare i giusti strumenti. Se per esempio voglio contrastare le disuguaglianze e rafforzare i salari devo intervenire per una “giusta” retribuzione, rendendo più forte la contrattazione collettiva e introducendo un salario minimo legale. E devo favorire una “buona” automazione che crei domanda di lavoro di qualità, devo scoraggiare l’introduzione di tecnologie che riducono l’occupazione, ripensare il fisco tassando di più la ricchezza e meno il lavoro, considerando che il nostro paese non cresce da decenni. Quanto alla questione demografica, la quasi totalità delle disuguaglianze di genere nel mondo del lavoro deriva dal fatto che le donne fanno figli la cui cura dipende solo da loro. Per questo dobbiamo passare da una politica della conciliazione, che è sempre a senso unico e che riguarda solo le donne, a quella della condivisione della genitorialità. Per farlo servirebbe un congedo di paternità obbligatorio a 5 mesi, misure per agevolare il part-time e lo smart working ma solo se di coppia, ulteriori congedi facoltativi ma sempre paritari tra genitori.”

Si discute molto di digitale e di nuovo mondo del lavoro. Il futuro è già arrivato però. 

“Se pensiamo alla transizione digitale dobbiamo pensare a uno stato sociale che ponga al riparo lavoratori e lavoratrici dai rischi legati alle trasformazioni in corso.

E parlando di transizione digitale credo che oggi la priorità stia nel costruire un sistema di formazione permanente “di massa”. Serve la garanzia del reddito naturalmente, ma questa garanzia va agganciata a servizi di orientamento, formazione e accompagnamento al lavoro. Servizi ben finanziati e valutati ancora meglio. Teniamo conto che questi servizi per essere efficaci devono essere personalizzati. Lo stesso discorso vale per la cosiddetta rivoluzione verde.

Leggo che hai pensato a un voucher per la formazione continua permanente.

La formazione continua non può essere una roba da convegni, ma va resa un diritto soggettivo, realmente esigibile. La grande sfida dello stato sociale di oggi è la formazione permanente di massa, nello stesso modo in cui lo è stata l’istruzione obbligatoria o la sanità pubblica nel passato. Serve un reddito di formazione, una Naspi rafforzata, per chi perde lavoro o sostegni al reddito per chi sta per perderlo, ma queste politiche passive devono essere legate a strumenti personalizzati che ti permettano di ricevere servizi di orientamento e formazione di qualità. La formazione permanente di massa è lo strumento su cui investire per riscrivere il nostro contratto sociale.

Sei un super tifoso della nazionale di calcio femminile…

Sì, e sono davvero contento che l’emendamento presentato alla fine del 2019 per sostenere economicamente il passaggio al professionismo degli sport femminili sia stato approvato. Ora gli italiani vedono in televisione le partite di calcio delle ragazze. Il passaggio al professionismo garantisce diritti alle atlete e a tutti quelli che fanno dello sport il proprio lavoro, senza differenze tra uomini e donne. Non solo, incentiva investimenti per gli impianti e le strutture sanitarie o politiche di promozione del settore.

La tua calciatrice preferita?

Sara Gama, il capitano della nazionale. Il pilastro della difesa delle azzurre.

L’ultima domanda è difficilissima…. Nello stesso convegno in cui parlavi di riformismo radicale ti ho sentito sostenere che il governo Draghi sta facendo molto bene e lavora per l’interesse del Paese ma che l’Agenda Draghi non esiste.

Non esiste a meno che non si confonda la buona amministrazione con la politica, il bon ton istituzionale con il sol dell’avvenire. Ma grazie per la domanda. Siccome non voglio essere frainteso mi spiego meglio: Draghi è una persona autorevole ed è una risorsa preziosa per l’Italia, il suo governo sta facendo bene ma non è nato in un orizzonte politico. È quello che si diceva prima: la buona amministrazione è lo strumento necessario ma non scalda i cuori e non crea nuovi diritti. Oggi più che mai i partiti per avere identità devono avere un’idea di futuro, senza nascondersi dietro l’Europa o i governi tecnici.