di N. MICHELE CAMPANOZZI*

Il tema della sepoltura dei nostri cari lungo il corso dei secoli e presso tutte le Culture e Religioni è sempre stato un argomento che si è prestato all’attenzione di tutti. Oggi, purtroppo, si va quasi smarrendo il senso della sacralità della stessa morte, vista la fretta con la quale si procede, ma non è accaduto sempre così nella Storia.

In passato sono state elevate costruzioni anche gigantesche per ricordare e salvare la memoria dei defunti (piramidi, fastosi mausolei…), come molto è stato scritto in prosa (Il cimitero di Praga…), in poesia (Canti di Ossian, I Sepolcri, Spoon River, Poesie di Emily Dickinson…) e anche nell’ambito della stessa religiosità (Libro tibetano dei morti, Libro dei morti degli antichi Egizi…).

Innanzitutto c’è da dire che una caratteristica che accomuna quasi tutte le antiche Culture è la costruzione di edifici sacri (templi) e la disposizione dei corpi nelle sepolture in direzione verso Oriente, perché si credeva che esso costituiva la dimora “della suprema divinità, che un giorno avrebbe portato a sé tutti i veri credenti” (Olcott). Così è accaduto per gli Ebrei (Tempio di Salomone), gli antichi Egizi, i Greci, i Celti (VIII-II sec. a.C.: disposti in forma supina e corredati di cibo e armi), gli Yumanas dell’America del Sud, i Tartari (nel Medioevo) e nello stesso mondo Occidentale cristiano.

Nell’area della Mesopotamia sono state rinvenute molte necropoli protostoriche e la maggioranza di queste annovera sepolture a fossa, o, come in Siria e in Palestina, tombe a pozzetto o a camera ipogea scavate nella pietra calcarea. Non infrequente, come a Gerico e in Giordania, si ricorreva al riutilizzo di cavità naturali sotterranee. Nel tardo Calcolitico (Età del rame: 6000-3000 a. C) era notevole la mortalità infantile e si riscontrano anche sepolture poste nelle abitazioni o nelle immediate vicinanze di queste, mentre le necropoli restavano ancora relativamente rare.

Si può dire che nel periodo medioassiro (XV-XII sec. a.C.) sono stati distinti i seguenti tipi di inumazioni: 1) terragne; 2) coperte con frammenti di cocci; 3) in grandi giare a siluro; 4) “a capsula”, vale a dire con l’inumato deposto all’interno di due metà giustapposte di grandi giare da conservazione; 5) a sarcofago in genere fittile; 6) a vascone; 7) composite; 8) costruite in mattoni crudi; 9) costruite in mattoni cotti.

Nelle Culture precolombiane, come per esempio presso gli Aztechi, molti giovani e neonati sono stati rinvenuti sepolti all’interno di un vaso, perché si pensava che la forma bulbosa del vaso imitasse la forma di un utero e non è chiaro se il bambino fosse morto prima o dopo la nascita. Nuclei familiari sono stati scoperti come inumati a spirale (la testa poggiata sul petto dell’altro defunto) come a voler indicare il “Cerchio della vita”.

Diverse nei secoli si sono presentate poi le modalità con cui venivano eseguite le cerimonie e le pratiche funerarie. Per rimanere nell’ambito della nostra tradizione culturale, in Grecia, per esempio, nel XII sec. a. C. sono attestati casi di sepolture di adulti nelle immediate vicinanze di strutture abitative, ma anche di neonati e bambini, talora inumati al di sotto dei pavimenti delle stesse case e deposti in anfore o pithoi (enchytrismòs).  Solo nell’ VIII sec. a.C.  forse si può cominciare a parlare di una netta separazione dello spazio dei vivi da quello dei morti. Sempre fra i Greci la sepoltura variava dalla inumazione all’utilizzo di sarcofagi scavati nel banco roccioso o da ciste costituite da lastre accuratamente connesse tra loro; stessa usanza di sepoltura nella roccia era praticata peraltro anche presso gli Ebrei. Come simboli funerari venivano utilizzati stele, cippi o sculture funerarie (kouroi).

Presso i Romani non esistevano cimiteri come quelli nostri attuali, che sono posteriori al periodo napoleonico (Editto di Saint-Cloud del 12 giugno 1804), ma seppellivano i loro morti dove volevano: bastava possedere solo un po’ di terreno e qui erigere tombe a pozzo, spesso in posizione fetale, o grandi monumenti (megaliti: dolmen, menhir…).

I cristiani, prima del V secolo, avevano le catacombe, poi a queste seguirono le inumazioni o le tumulazioni vicino alle Chiese o all’interno delle stesse (duomi, santuari, cripte…). Si racconta che alcuni monaci certosini venivano inumati sotto un albero, presso il quale di giorno si recavano i confratelli superstiti per dialogare con quello estinto.

Riassumendo si può affermare che generalmente le pratiche seguite per la sepoltura presso la quasi totalità dei popoli erano: l’inumazione, la cremazione, la tumulazione, gli ipogei.

E ora?

Per quanto riguarda l’Italia solo il 17%  della popolazione sceglie oggi la cremazione dei cadaveri (Doc. SEFIT), il restante 83% opta per la sepoltura tradizionale. Attualmente il mercato funerario sta volgendo il proprio sguardo verso nuove frontiere di sepoltura, perlopiù underground, ma questa volta ecologiche.

Ad applicare indirettamente il principio di conservazione della massa di Lavoisier (“In natura nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”) e quello ripetuto nella liturgia cattolica “Vita mutatur non tollitur” (”La vita è mutata non tolta”), tra gli odierni e, direi, originali progetti prospettati, a portare alta l’esigenza dell’ecosostenibilità è stata proposta in questi ultimi tempi la “Capsula Mundi”, un’azienda italiana di Milano che consente di seppellire il defunto non in bare di legno “senza vita” rivestite di zinco o piombo, ma in contenitori biodegradabili a forma d’uovo, spazi che sembrano rievocare l’habitat dell’utero materno. Sono una specie di “grembi” ovoidali realizzati con un materiale a base di amido, bambù o vimini, dove la salma viene sistemata in posizione fetale (o al suo posto un’urna con le ceneri) insieme ai semi di un albero attraverso un foro che viene richiuso per poi essere seppellita in un luogo che segnalerà la memoria del defunto. Sopra viene piantato un albero scelto in vita dal soggetto interessato. Lo scopo è di far crescere l’albero nutrendolo “anche” con i resti del caro estinto. A presentare il progetto nel 2003 al Salone del Mobile di Milano sono stati due designer italiani: Anna Citelli e Raoul Bretzel. Il cimitero verrebbe così ad assumere una nuova veste: non più loculi o lapidi in marmo e pietra, ma alberi vivi e vegeti, ognuno dei quali a fronde alte rievocherà la memoria di ogni defunto. Il principio che li guida è: “Piantiamo un albero per ciascuno di noi e i cimiteri diventeranno foreste, luoghi verdi, boschi sacri”. L’idea è quella di collegare un account digitale al sistema di riconoscimento, al quale affidare una sorta di “memoria virtuale” del defunto. Gli amici e i parenti si recheranno all’albero, peraltro portatore di ossigeno,  identificato attraverso un sistema GPS, e potranno così prendersene cura, diventando anche un’eredità per chi verrà dopo e per il futuro del nostro Pianeta. L’iniziativa sembra aver preso piede già in alcuni Paesi di cultura anglosassone (soprattutto Regno Unito, Canada, Australia).  Questo metodo oltretutto si presenterebbe anche molto più economico rispetto a quelli tradizionali, visti gli alti costi attuali degli stessi.

Per il momento, il tutto resta ancora embrione di un’ipotesi per realizzare la quale si sta lavorando

Altri progetti analoghi vengono proposti da alcuni ricercatori della Colunbia University: un’urna cineraria a forma di lampada con i resti del defunto che si illumina per circa 12 mesi grazie all’energia prodotta dalla sua biomassa interna.

A questo punto si rende necessario formulare qualche riflessione. Se la Natura, come nella nostra Cultura si pensa e si dice, è figlia di Dio e noi uomini siamo figli di Dio, ciò vuol dire che noi e la Natura teoricamente siamo sorella e fratelli, anzi in parte anche suoi figli perché essa dona il cibo, l’aria, la bellezza, pur se troppo spesso dimentichiamo di proteggerla. Poi ci sarebbe da chiedersi: un corpo in stato di decomposizione o le sue ceneri a cosa servono concretamente quando gli attuali viventi potrebbero recarsi all’ombra di un albero figlio “anche” dell’uomo, dal quale per crescere ha pur dovuto trarre parte della sua alimentazione? Nel giorno della Risurrezione finale, come annunciato soprattutto nella religiosità cristiana, non sarebbe meglio forse rinascere da un albero vivente piuttosto che da anonime ceneri finite peraltro chissà dove? Non sarebbe auspicabile risorgere da vita in Vita anziché da morte in Vita? Alla fine dei tempi non si realizzerebbe in questo modo il più stupendo miracolo della Potenza Divina nel vedere trasformato un albero forte e rigoglioso in un nuovo Essere divenuto ora fisicamente umano, del quale nel tempo ha comunque conservato e sviluppato un suo frammento vitale, superando così la barriera visibile dell’apparente silenzio del nulla? In tale maniera non si verrebbe a ricostituire finalmente quella tanto sognata e sperata unità nella Natura ora frantumata, perché, non lo si dimentichi, anche l’uomo è stato tratto dalla terra (Libro della Genesi 2,7) e quest’ultima viene spesso invocata da tutti i popoli come la “Grande Madre” e dallo stesso San Francesco definita “sora nostra matre terra”?  Chissà se il futuro a questi interrogativi, superate le inevitabili iniziali riserve, potrà dare una qualche risposta! Anche questo argomento fa parte della grande sfida alla quale la civiltà contemporanea, su un Pianeta avviato alla desertificazione, è chiamata a prospettare una intelligente e responsabile soluzione, quella della spinta alla Creazione-Rigenerazione di una Nuova Cultura.  

*N. Michele Campanozzi   è nato a San Paolo di Civitate (FG) e risiede a San Severo (FG). Laureato in Teologia, Filosofia e Psicologia Clinica, Professore di ruolo nei Licei, ha tenuto lezioni e Corsi di Psicologia Clinica e di Etica presso varie Università (Roma “La Sapienza”, Ancona, San Pio V, Foggia). Giornalista pubblicista: fra libri (32) e contributi scientifici apparsi su oltre 50 Riviste italiane ed estere ha circa duemila pubblicazioni. Sue opere sono presenti nelle Biblioteche Nazionali di Italia, Spagna, Germania, Svizzera, Inghilterra e Francia. È Direttore Scientifico Emerito del Laboratorio di Biopsicocibernetica di Bologna e Medaglia d’Argento della Presidenza della Repubblica per la Cultura Italiana (Anno 2005).