di FRANCESCO LUIGI GALLO

Che la disabilità non sia una condizione assoluta, monolitica e oggettivamente stabile è un’idea preziosa, conquistata dopo diverse tribolazioni e ancora oggi scarsamente introiettata nelle coscienze. Una triste testimonianza della scarsità della cultura inclusiva ci è stata malauguratamente fornita da un noto programma di Mediaset alcuni giorni fa, quando una chiara situazione di sofferenza interiore è stata pubblicamente stigmatizzata, alienata e – da alcuni – finanche oltraggiata. La facilità con cui la persona in questione è stata emarginata, nonostante la presenza fisse delle telecamere – e quindi nonostante il carattere pubblico della situazione– è indice, a mio modo di vedere, della nefasta naturalezza con cui, ancora oggi, dopo un tortuoso cammino di progressivo consolidamento dei valori inclusivi (che, beninteso, non riguardano soltanto la scuola ma la società intera) una consistente fetta della popolazione stenta a riconoscere le condizioni di sofferenza e di estrema difficoltà. Come si può pretendere, d’altra parte, che talune persone rispettino ben determinate situazioni di sofferenza se ancora faticano a riconoscerle?

La scuola, alla quale appartengo in quanto insegnante specializzato in attività di sostegno didattico, è soltanto una delle dimensioni nelle quali il discorso sul riconoscimento, sul rispetto e sul prendersi cura della disabilità nell’eterogeneità delle sue manifestazioni, diventa particolarmente urgente. In verità non c’è dimensione (privata o sociale) che possa prescindere dal rispetto della disabilità e delle difficoltà psicologiche, qualsiasi sia la loro origine e la loro manifestazione. Depressioni, condizioni socioeconomiche sfavorevoli, traumi, stati d’ansia, deprivazioni culturali, menomazioni fisiche sono condizioni sì radicalmente diverse, ma tutte possiedono un comune denominatore: esse concorrono a rendere assai fragile la vita delle persone che sono afflitte determinando per esse alcune ‘speciali necessità’ che richiedono a loro volta ‘speciali interventi’. Queste diciture, tuttavia, non vanno assolutizzate. Se infatti si assolutizzassero, si rischierebbe di sovraccaricare eccessivamente l’aggettivo ‘speciale’, con il risultato che l’alienazione, cacciata via dalla porta principale della teoria, rientri poi dalla finestra della prassi quotidiana.  Il carattere speciale di talune condizioni psico-fisiche avrebbe, cioè, l’effetto negativo di riproporre – seppur involontariamente – una concezione ontologica della disabilità. Al contrario quest’ultima va intesa non tanto come una deviazione da una norma fissa e rigidamente tracciata, ma come una condizione – più o meno stabile – che nasce dalla confluenza di più fattori. La disabilità, cioè, non è una condizione ontologica definitivamente individuabile e localizzabile in uno sfasamento di parametri, in una situazione difficile, in una menomazione fisica, ecc.

Al contrario la disabilità è la  risultante di diversi fattori sui quali si può certamente intervenire, sebbene in misura diversa e con un margine di miglioramento diverso. Ciò che accade – almeno teoricamente –  in ambito scolastico può valere come un proficuo suggerimento per l’intera società, nell’eterogeneità delle sue dimensioni sociali-professionali-familiari. Il modello di riferimento sul quale ormai noi insegnanti ci basiamo per le nostre osservazioni e per la compilazione dei nostri documenti inclusivi – compilazione coadiuvata da tutto il corpo docente, e non solo – è quello dell’ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health, OMS, 1999). Esso si presenta come un tentativo di sintesi tra il modello individuale della disabilità (ICDH, OMS. 1980) e il modello sociale promosso dai ben noti Disability Studies. Del modello individuale il nuovo approccio dell’ICF (che è un sistema di classificazione del funzionamento complessivo della persona, non un sistema diagnostico) conserva l’attenzione per l’imprescindibile dimensione psicofisica della disabilità. Essa, sebbene non possa essere trascesa o bypassata in alcun modo, perde però quel tratto di radicale unicità che contraddistingueva il modello medico-biologistico, secondo cui è soltanto alla dimensione fisica della disabilità che bisogna necessariamente guardare. A controbilanciare questa tendenza di orientamento riduzionista sono stati i risultati dei Disability studies alla base dei modello sociale della disabilità. Secondo quest’ultimo approccio la disabilità non va intesa come una faccenda esclusivamente dell’individuo, bensì come la risultante del rapporto tra la condizione effettiva e reale della persona rispetto alla concreta risposta degli ambienti in cui si trova a vivere:

[…[ una persona ha una disabilità non perché si muove con una sedia a rotelle, comunica con il linguaggio gestuale, si orienta con un cane guida, ma perché gli edifici sono costruiti con le scale, perché si pensa pregiudizialmente che comunicare sia possibile solo attraverso il linguaggio orale, perché è possibile orientarsi solo attraverso la vista. (Barbuto et al., 2007 citato in Lucio Cottini, Didattica speciale e inclusione scolastica, Carocci, Roma, 2018, p. 56).

Il modello ICF sintetizza queste due grandi prospettive, cerca di riunificarle partendo da un’idea che non è né semplicemente scolastica (sebbene l’ICF sia erroneamente associato sempre ai documenti centrali dell’inclusione scolastica) e né medica, bensì realmente antropologico-filosofica. L’idea centrale, cioè, che questo approccio all’essere umano veicola è che la realizzazione di ogni persona dipende in fondo da una serie di variabili che insieme – e soltanto insieme – determinano, nella complessità delle reciproche relazioni, le possibilità che ha effettivamente a disposizione. Una persona incapace ad utilizzare il linguaggio verbale, in altri termini, sarà disabile soltanto in un contesto sociale e ambientale incapace di valorizzare e utilizzare canali comunicativi diversi – non verbali.

La nostra società continua purtroppo ad essere divisa, in modo manicheo, in due schieramenti. Da un lato vi sono coloro – in minoranza – che hanno già recepito i principi fondamentali della cultura inclusiva, e che quindi rispettano autenticamente la diversità. Costoro, un giorno non lontano, arriveranno forse ad eliminare il concetto stesso di diversità, nella ferma convinzione che il diverso è una categoria che in fondo veicola sempre l’idea di non appartenenza e di distanza non completamente colmabile. Tali persone, invece, se realmente hanno introiettato i valori inclusivi sapranno ben intendere le diversità come modalità di esistenza alternative, diverse sì l’una dall’altra, ma non diverse rispetto ad un modello unico di salute e benessere che, a conti fatti, non esiste affatto. L’altro schieramento, la maggioranza, continua invece a permanere all’ombra di un modello assai alienante della disabilità. Costoro, per uno strano gioco sul quale la psicanalisi dovrebbe certo gettar luce, temono le disabilità al punto da odiarle, bullizzarle, emarginarle. Essi ancora sono ben lontani dal capire che la follia, la sofferenza psichica in tutte le sue forme, le disabilità in tutte le sue manifestazioni non appartengono ad un’altra umanità, meno dotata, meno forte, meno umana per l’appunto, ma sono possibilità di esistenza, evenienze probabili, vite vicine alle nostre, specchi nei quali rifletterci con empatia e serenità.