Attendo l’apertura della “Biennale d’Arte di Venezia” con asia e trepidazione, anche quest’anno l’ansia si è rinnovata e l’emozione è stata tanta.

Il titolo della Mostra “Il Latte dei Sogni”, tratto da una favola che la curatrice Cecilia Alemani leggeva da piccola, lasciava presagire immagini riferibili a momenti onirici.

Quindi un mondo fatto di immaginazioni che coinvolgono, come nelle favole, ogni sfera del nostro essere.

L’impatto però è stato meno onirico di quello che mi aspettavo, infatti mi sono ritrovata in un mondo sì di favole ma di favole noir. Ibridazioni di ogni genere, corpi con teste di animali, alterazioni biologiche al limite dell’umano.

Non sto ad elencare ciò che ancora è visibile e quindi opinabile almeno fino a novembre, di sicuro l’intento, da parte della curatrice, di far sognare il visitatore, secondo me, è svanito. Non ho sognato anzi le angosce che il nostro tempo mi ha procurato, mi riferisco alla “pandemia”, alla “guerra in corso”, non sono state lenite dalle visioni cosiddette oniriche ma sono ulteriormente aumentate alle prospettive post-umanesimo a cui tutta la mostra faceva riferimento.

Davvero è così?

È questo il futuro che ci si prospetta all’orizzonte?

A volte la realtà supera l’immaginazione; in concomitanza della Biennale di arte visiva si svolge anche quella del teatro. Ho assistito quest’anno alla premiazione del Leone d’Argento assegnato al teatro nonché alla conferenza stampa che ne è seguita. Mi sono ritrovata catapultata in una realtà “oltre” a tu per tu con l’autrice premiata: una persona esile, dolce, alla ricerca della propria identità di genere. Infatti Samira, questo è il suo nome, stava concludendo in quel periodo, una transizione con un processo molto doloroso che ha deciso di condividere con gli spettatori attraverso dei video e delle esternazioni personali di momenti vissuti con partner accomunati nel suo stesso percorso.

Una voce ancora femminile tanto da suscitare in me un sentimento di “Pietas” per dirla alla latina, avrei voluto abbracciarla dirle che la sentivo ancora donna nonostante tutto, ma non potevo procurarle altro dolore. L’ho salutata con la speranza che possa ritrovare se stessa e non perdersi per poi annullarsi.