di SALVO FLERES

La Sicilia non si smentisce mai e anche nella tornata elettorale nazionale e regionale appena conclusasi, nel bene e nel male, si conferma un laboratorio politico del quale è probabile che si sentirà parecchio parlare in seguito.

Le differenze rispetto al quadro generale presente nel resto del Paese sono diverse, a cominciare del boom del “fenomeno” Cateno De Luca, che nella competizione per il rinnovo di Sala D’Ercole ha raggiunto il 24%, con punte del 52,55 a Messina, la città di cui è stato sindaco ed in cui si è aggiudicato due seggi, uno alla Camera e uno al Senato, nei collegi uninominali.

Ma l’ottimo risultato di quello che molti giornalisti hanno definito “lo smutandato”, per via di certe sue audaci fotografie durante una manifestazione di protesta che giravano sul web, non è stato il solo a presentare caratteristiche particolari. Le “difformità” sono anche altre e non sono secondarie.

Nella terra di Pirandello, di Sciascia e di Brancati il “governatore” eletto, Renato Schifani, già autorevole Presidente del Senato, ha ottenuto il 42,04%, con punte del 50,72% ad Agrigento e del 47,36% a Catania, ma a Palermo, la sua città, è andato sotto la media ed è sceso al 40,14%, mentre il suo partito, Forza Italia, si è attestato ben oltre le percentuali del resto d’Italia, sfiorando il 15%, quasi appaiato con Fratelli d’Italia, ma ben oltre la Lega, che si è fermata al 6,8%: evidentemente la sua conversione in chiave nazionale, dunque aperta al Sud (icio), come lo definivano un tempo, non è stata creduta dagli elettori siciliani. 

Interessante è il risultato degli autonomisti dell’ex presidente della Regione Lombardo, che hanno resistito a certe aggressioni e si sono attestati sul 6,8%, e quello del redivivo Salvatore Cuffaro, che ha raggiunto il 6,5%, smentendo tutti coloro i quali ritenevano che la sua vita politica fosse stata definitivamente travolta a causa delle note vicende giudiziarie.

Il 25 settembre “Totò”, che durante la detenzione ha scritto diversi libri di successo ed ha conseguito una seconda laurea, ha raggiunto due risultati per nulla secondari: il primo in politica, portando a Sala d’Ercole un piccolo, ma agguerrito, plotone di deputati, e l’altro nella vita privata, con la figlia Ida, che è diventata magistrato.

La sinistra ha sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare, bruciando una candidata con pochi voti, ma con tanto prestigio, come Caterina Chinnici, precipitata al terzo posto, prima solo del candidato del Movimento cinque stelle, Nuccio Di Paola, che ha comunque raggiunto un risultato importante, superando di poco il 15%, conseguito soprattutto nei quartieri popolari delle grandi città, e di Gaetano Armao, di Azione Italia Viva Calenda, vice presidente della Regione uscente, che con la sua lista è stato protagonista di uno strano e molto discutibile esito elettorale: il 2,1% alle regionali e circa il 5% alle politiche.

Quest’ultimo dato segnala non poche anomalie circa la lealtà dei candidati “calendiani” e “Renziani” all’ARS, rispetto al candidato presidente, ma anche qualche sospetto riguardante lo scambio di preferenze con altre liste tra chi correva per le politiche e chi per le regionali.

C’è un’altra anomalia che merita di essere presa in considerazione e riguarda “l’accoglienza” che gli elettori siciliani hanno riservato ai candidati non siciliani, paracadutati nei collegi dell’Isola: ce l’ha fatta la fidanzata di Berlusconi, Marta Fascina, ce l’ha fatta Gianfranco Rotondi, ce l’ha fatta Annamaria Furlan, ce l’ha fatta Michela Brambilla, ce l’ha fatta Stefania Craxi, candidata dal centrodestra,  ma non ce l’ha fatta il fratello Bobo, candidato dal centrosinistra.

Come già detto, due seggi sono andati anche a De Luca, uno alla Camera e uno al Senato, a conferma del risultato conseguito dalle sue liste, nonostante qualche errore dovuto all’eccessivo frazionamento del voto ed alla lite con l’ex “iena” ed europarlamentare Giarrusso, che l’ex sindaco di Messina ha pagato con una rappresentanza all’ARS molto meno consistente di quella che avrebbe potuto ottenere, se avesse concentrato i consensi su due sole compagini.

In politica, ma non solo, non bisogna mai strafare, altrimenti si rischia di sbagliare e, in questo caso, lui ha sbagliato.

Un’ultima notazione riguarda la bassa affluenza alle urne, meno del 50% degli aventi diritto, che dovrebbe far riflettere molto tutti i partiti, ma della cui gravità pochi, nella realtà, si occuperanno davvero, sferrando un ulteriore duro, ma “comodo”, attacco alla democrazia partecipata.

Adesso, a risultati conseguiti, sarà la volta dei programmi e della loro realizzazione, dunque alla verifica reale dei velleitarismi.

Secondo il neo presidente della Regione, Renato Schifani, si faranno subito sia il ponte sullo Stretto di Messina, sia la riforma della burocrazia “per facilitare le imprese che vogliono investire nell’Isola”, sia una super-commissione, composta di ex prefetti, ex magistrati ed ex ufficiali delle forze di polizia per controllare gli uffici, le procedure e gli appalti.

Schifani non è solito parlare a vanvera, dunque, forte anche dell’ omologo governo nazionale che dovrebbe sostenerlo parecchio, è probabile che si metta all’opera per mantenere gli impegni assunti con i siciliani che lo hanno scelto.

A Roma, intanto, si riparla con maggiore insistenza di autonomia differenziata che, per uscire da ogni “aulica” metafora, significa spaccare l’Italia in due, quella delle regioni ricche, che diventeranno più ricche, e quella delle regioni povere, che diventeranno più povere.

Sarebbe curioso capire come si muoveranno in tal senso sia i parlamentari nazionali siciliani eletti nelle liste dei partiti nazionali, sia quelli paracadutati da altre parti d’Italia, che con la loro presenza indeboliscono non di poco la già indebolita compagine di deputati e senatori meridionali, ridottasi dopo il taglio del numero dei seggi sia a Montecitorio, sia a Palazzo Madama. Chi vivrà vedrà!