di MARIO PACELLI

Roma, 13 maggio 1981, Piazza San Pietro: Papa Giovanni Paolo 11° esce sulla piazza a bordo della sua auto scoperta, la “papamobile”, come viene di solito indicata. Sono le 17.05, il ‘Papa è in piedi, accanto a lui è il suo segretario, Mons. Dziwisz. Un giovane uomo, bruno, emerge dalla folla. Ha in mano una rivoltella Browninig calibro 9, un’arma da guerra, spara. Quanti colpi furono sparati esattamente è restato misterioso, così come non si sa con certezza se a sparare fu una sola rivoltella. Due proiettili colpiscono Giovanni Paolo II° ed escono dal suo corpo: uno cade sul fondo dell’auto su cui viaggia il Pontefice, mentre l’altro colpisce successivamente due turiste americano, prima Hall Rose e poi Anne Ordre, che restano ferite. II terzo proiettile sarà l’unico di cui potranno disporre gli inquirenti: viene consegnato alle autorità italiane da parte dei medici dell’ospedale di Santo Spirito che lo estraggono dal corpo della Ordre. L’altro proiettile viene trattenuto dal Vaticano e successivamente donato da Giovanni Paolo II° alla ma donna di Fatima ed inserito al centro della sua corona.

Il giovane che ha sparato viene fermato e subito consegnato alla polizia

italiana che scorta il Papa: è Mehmet Alì Agca, un nome assolutamente nuovo sia per la polizia italiana che per il Vaticano. Sulla sua colpevolezza non vi sono dubbi: è stato bloccato con la rivoltella in mano. ll terzo colpo è stato sparato da un complice rimasto fino ad oggi sconosciuto. Agca viene processato il 21 luglio 1981: la corte d’Assise di Roma lo condanna all’ergastolo. Sembra la fine ma è solo l’inizio di una storia alla quale ancora oggi non è stata posta la parola fine. Tante sono infatti le domande alle quali né durante il processo né dopo è stata data una risposta esauriente: la prima fra tutte è perché il giovane turco cercò di uccidere (ma anche questo, come si vedrà, viene messo in dubbio) Papa Giovanni Paolo II°. I fatti certi dai quali muovere sono molto pochi. ll primo in ordine di tempo è costituito dalle preoccupazioni dell’Unione Sovietica per la elezione il 13 ottobre 1978 di Karol Wojtila, cardinale arcivescovo di Cracovia, al vertice della Chiesa cattolica.

Un papa polacco lasciava temere l’apertura di una falla nel blocco dei Paesi comunisti proprio in quella Polonia che era fonte di molte preoccupazioni per il Cremlino. Già il giorno successivo alla elezione il residente del K.g.b. a Varsavia Vitali Pavlov inviava un allarmato messaggio a Mosca a proposito della “visione profondamente anticomunista” del nuovo papa (Ag. Ansa).

La visita del Papa in Polonia (1979), le trionfali accoglienze avute, la

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nascita di Solidarnosc, la sua dichiarazione a Radio Vaticana (“il nostro obbiettivo non è quello di distruggere il sistema politico ma aiutare la crescita di una nuova società”) dovettero provocare ulteriori allarmi. Il 13 dicembre 1979 il Comitato Centrala del P.C.U.S. chiese ad Andrej Gromyko, Ministro degli Esteri, lo svolgimento di una campagna di disinformazione nei confronti della politica vaticana. Il K.g.b. ebbe disposizioni in tal senso: l’ordine rivolto ai “servizi” dei Paesi di democrazia popolare fu di intraprendere “provvedimenti attivi” per dimostrare che la politica di Giovanni Paolo II° era dannosa per la Chiesa Cattolica. Molti anni dopo (2 marzo 1990) il “Washington Post” pubblicò una dichiarazione di Viktor Sheimov, ex ufficiale del K.g.b., passato al servizio degli inglesi: il K.G.B. nel 1979 chiese informazioni da usare per assassinare il Papa. L’affermazione va valutata con cautela: già da qualche anno infatti era iniziata una vasta operazione da parte dei servizi segreti U.S.A. per accreditare la tesi di un attentato al Papa da ricondursi ai Paesi del blocco comunista. Sta di fatto che nel 1980, alla vigilia dell’attentato, i timori di Mosca per la politica vaticana sembrarono aumentare.

Secondo il rapporto Impedian (Dossier Mitrokin, 1980) la “residenza” di Roma venne sollecitata a realizzare almeno infiltrazioni in Vaticano di agenti di supporto se disporre di un contatto diretto si presentava come impresa troppo difficile.

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L’attentato scaturì da queste preoccupazioni? A sostenerlo per la prima volta fu una giornalista americana, Claire Sterling, a parere di molti commentatori in contatto con la C.I.A.: in un articolo pubblicato sul numero agosto — settembre 1982 della rivista “Reader’s Digest”, la Sterling affermò che Alì Agca aveva attuato un piano messo a punto dai Paesi del blocco comunista. Un mese dopo, il 21 settembre, in un documentario trasmesso dalla N.B.C. Malvin Kalb e Bill Mc Laughlin affermarono che secondo i servizi segreti vaticani, U.S.A. e occidentali ad organizzare l’attentato erano stati i servizi segreti bulgari. La tesi verrà successivamente sviluppata ed ampliata dalla Sterling in un libro, “Anatomia di un attentato”, pubblicato nel 1983 e compilato anche in base ad interviste con molti responsabili o ex responsabili di servizi segreti europei. Tutta la ricostruzione è fondata sulla figura di Omer Mersan, un turco residente a Monaco, anello di congiunzione tra mafia turca, contrabbando internazionale di armi e di droga e servizi segreti bulgari, che avrebbe coinvolto nell’attentato Ali Agca (Mersan verrà arrestato dalla polizia tedesca e rilasciato il giorno successivo).

Perché la Sterling e gli altri giornalisti che seguono la sua linea investigativa puntano immediatamente iI dito sui servizi segreti bulgari? Secondo coloro che non condividono la ricostruzione dei fatti della Sterling per due ragioni: Agca è turco ed i rapporti tra Bulgaria e Turchia, specie a proposito di contrabbando, sono molto stretti.

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I servizi segreti americani ritengono che il K.g.b. deleghi proprio ai “servizi” bulgari la esecuzione del “lavoro bagnato” cioè delle attività più losche (rapimenti, terrorismo, assassinii).

Agca è un ragazzo di 21 anni con una lunga storia alle spalle. Giovanissimo (aveva meno di vent’anni) secondo il racconto da lui fatto

successivamente, durante la reclusione nel carcere di Ancona, era stato infiltrato dal K.g.b. in una organizzazione turca di estrema destra, quella dei Lupi grigi. Secondo un’antica leggenda turca i turchi, provenienti dall’Asia centrale, furono condotti sull’altopiano dell’Anatolia da un lupo grigio, che diventò per questo il simbolo del nazionalismo di destra. Il gruppo dei “Lupi grigi” alla metà degli anni ’70 era legato al partito di estrema destra M.h.p., dopo la morte del suo fondatore Turkes divenuto partito di Governo.

Arrestato dalla polizia turca quale responsabile della uccisione di un giornalista, Abdi lpekci, Agca viene rinchiuso nel carcere — fortezza di Kartele Maltepe da cui fugge dopo pochi mesi: il capo della mafia turca corrompe una guardia carceraria, Agca indossa la sua divisa. Una volta fuori di prigione, può contare su validi aiuti per passare la frontiera con la Russia, dove è nuovamente il K.g.b., stando al suo racconto, a prendersi cura di lui e a dargli incarico di uccidere Papa Giovanni Paolo II° e l’ajatollah Khomeini. L’attentato in Iran fallisce: resta l’altro obiettivo. Quale suo referente per l’uccisione di Giovanni Paolo II°, Agca indica nel

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1982 il colonnello del K.G.B. Vladimir Kuziehkin, da lui incontrato a Teheran quando si trattava di uccidere Khomeini. Nel 1997, in una lettera al giudice Martella (v. Imposimato, pag. 200) Agca aggiunge altri particolari: l’addestramento era avvenuto nel 1977 in un campo di terroristi palestinesi in Siria da parte degli uomini fedeli a George Habbas e l’uomo chiave del K.g.b. in Europa e nei Balcani che aveva collaborato alla predisposizione dell’attentato al Papa era stato Bekir Celenk, trafficante di armi e di droga con la sua società Kintex.

Dal 1981, anno del primo processo a suo carico, in realtà Agca cambiò versione molte volte, spesso ritrattando quanto affermato alcuni mesi prima.

Nel corso del processo fece alcuni nomi: quello di Sadat Sirri Kadem e di Omer Ay, indicati come suoi complici presenti a Piazza San Pietro. Chiamati in causa da Agca furono anche Sergei Antonov, Capo scalo della Balcan Air, che venne arrestato, ed altri due bulgari, Todor Ayvazov, contabile presso l’ambasciata bulgara e Jelio Vassilev, segretario dell’addetto militare, entrambi latitanti.

A questo punto il cerchio è chiuso: sembra tutto chiaro ma non lo è affatto, dato che Agca modifica continuamente le sue dichiarazioni, ora accusando ora ritrattando, fino al punto di riconoscere in una fotografia, tra la folla a Piazza San Pietro al momento dell’attentato, Sotur Kolev, cioè Ayvazov, per poi essere costretto a smentire le sue dichiarazioni

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quando viene accertato che si tratta di persona diversa. Agca cambia versione: si trattava di Ora! Celik, un turco facente parte dell’organizzazione dei “Lupi grigi”, antica conoscenza di Agca, ma anche questa identificazione appare subito di valore molto relativo.

Agca aggiunge però un ulteriore particolare: durante gli incontri con Antonov, Ayvazov e Vassilev si era parlato anche di un attentato con una bomba radiocomandata a Lech Walesa, il leader di Solidarnosc, in visita a Roma. Artefice principale dell’attentato avrebbe dovuto essere Ivan Tomov Dontchev, addetto commerciale preso l’ambasciata bulgara a Roma. Il giudice istruttore Martella prese immediatamente contatto con il giudice istruttore Imposimato, che conduceva le indagini relative ai rapporti tra Luigi Scricciolo, un sindacalista della U.I.L., ed i servizi segreti bulgari: il suo interlocutore era proprio Dontchev. Nel successivo interrogatorio Agca smentì però la precedente testimonianza: come facesse ad avere notizie, quanto meno a proposito dell’interessamento di Dontchev per i particolari della visita di Walesa a Roma, fatto comprovato dalle dichiarazioni di Scricciolo, è restato finora un mistero.

Le rivelazioni — o pretese tali — di Agca avevano una logica, la stessa che predominava nella stampa americana e che direttamente o

indirettamente riproduceva l’orientamento della C.I.A.: la elezione al pontificato del cardinale di Cracovia aveva determinato seri timori in campo comunista ed era del tutto normale una reazione russa attraverso

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il K.b.g. ed i “servizi” satelliti, prima di tutto quello bulgaro per la sua (affermata) specializzazione. Né sotto il profilo formale – le accuse di complicità erano state formulate da Agca nel corso di un procedimento penale — né sotto quello sostanziale meraviglia l’apertura in Italia di un processo nei confronti dei chiamati in ca usa da Agca (Sadat Sirri Kadem, Omer Ay, presenti secondo Agca a Piazza San Pietro al momento dell’attentato, oltre ad Arslan Samet, chie avrebbe curato il reperimento delle armi e a Omer Bagci, indicato da Agca come colui che avrebbe custodito la rivoltella e gliela avrebbe poi consegnata a Milano ed ai tre bulgari).

Al termine del processo (dicembre 1987) solo Agca e Bagci vennero condannati mentre gli altri imputati furono assolti per mancanza di prove a loro carico. Nella sentenza si afferma esplicitamente la esistenza di un complotto di cui Agca fu solo il braccio armato, “un killer prezzolato disponibile e ben disposto, per denaro, a compiere qualsiasi azione, come dimostrano la sua partecipazione all’omicidio lpecki, i suoi certi legami con ambienti della malavita connune e politica e le sue stesse significative ammissioni”.

Comunque lo si voglia valutare, il comportamento dell’ex Lupo grigio dopo la condanna, per la quale non ricorse in appello è sotto molti aspetti sconcertante. In una prima fase si sforzò di chiamare in causa in tutti i modi i servizi segreti bulgari e di parlare della promessa fattagli da

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Celenk di un compenso di tre milionii di marchi per l’uccisione del Pontefice. Le sue accuse però ebbero scarsi riscontri testimoniali ed in molti casi è venuta meno la possibilità di effettuare ulteriori verifiche. Abdullah Catli, che, secondo Agca, aveva fornito l’arma per uccidere il Pontefice, morì in un incidente automobilistico in Turchia, mentre viaggiava con il capo dei servizi segreti turchi. Aveva vari documenti e porti d’armi con nomi diversi, passaporti diplomatici e molte pistole. Celik, estradato in Italia dalla Francia, negò l’appartenenza di Agca ai “Lupi grigi”, pur ammettendo di averlo incontrato nel 1979, affermò di essere stato invitato ad accusare dell’attentato i servizi segreti bulgari in cambio di molto denaro, ed accennò ad un misterioso fornitore di armi ed a due cardinali che avrebbero incontrato Agca sei mesi prima dell’attentato (sent. Priore, relazione sulla detenzione extra carceraria di Celik). Il 22 settembre 1994 per la prima volta Celik negò che i “Lupi grigi” fossero implicati nel sequestro di Emanuela Orlandi, come invece sostenuto da Agca. La Orlandi, una ragazza di quindici anni figlia del commesso apostolico Ercole Orlandi, cittadino vaticano, era scomparsa da Roma il 22 giugno 1983: malgrado ogni ricerca, la sua sorte è ancora oggi avvolta nel mistero.

Nell’autunno 1993 Agca in un colloquiio con il giudice Imposimato a Rebibbia aveva collegato la scomparsa della ragazza all’attentato al Papa: la Orlandi era stata rapita dai “Lupi grigi” per salvarlo.

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E’ questo un punto molto controverso della vicenda: sia Margherita Gerunda, il magistrato che si occupò della scomparsa della ragazza, sia Adele Rando, nella sentenza di proscioglimento di Agca dall’accusa di complicità nel rapimento di Mirella Gregori, un’altra ragazza scomparsa a Roma quasi contemporaneamente all’Orlandi, hanno escluso un qualsiasi nesso tra la scomparsa della ragazza e l’attentato al Papa, tesi invece tenacemente sostenuta da Imposimato, altro magistrato pure coinvolto nell’indagine, che ha scritto anzi un libro (Vaticano, Un affare di Stato) per meglio esporre la sua tesi di uno stretto rapporto tra i due fatti. E’ da ricordare tuttavia che, ad avviso di Vincenzo Parisi, all’epoca dei fatti vicedirettore del S.I.S.D.E., le indagini sul caso Orlandi erano state viziate da un eccesso di riservatezza della Santa Sede (ANSA, 14 giugno 2000). L’indagine venne chiusa nel dicembre 1997 in quanto per il giudice (Rando) che dispose l’archiviazione esisteva “il fondato convincimento che il movente politico — terroristico costituisca in realtà un abile operazione di dissimulazione dell’effettivo movente del rapimento”.

Nel 1994 Celik tirò nuovamente in baldo la storia del rapimento della Orlandi, portata in un convento in Columbia complice un monsignore: in

realtà tutta la sua testimonianza, molto abile, è volutamente intesa, come afferma il giudice Priore nella sua sentenza (“Considerazioni finali sulla testimonianza di Celik”) ad intorbidare le acque lanciando al tempo

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stesso una serie di segnali “nel complesso gioco dei servizi segreti e degli Stati”.

Arsian Samet, anche lui chiamato in causa da Agca quale complice (avrebbe dovuto proteggere la sua fuga con il lancio di alcune bombe — panico) e da lui in un primo tempo identificato in una foto scattata a Piazza San Pietro al momento dell’attentato, fu arrestato nel 1985 in Olanda: negò sia la proprietà della rivoltella trovata in suo possesso (appartenente allo stesso stock di quella usata da Agca) sia di aver mai conosciuto Agca. Estradato in Turchia, il 30 dicembre 1988 si suicidò nel carcere di Agri dove era rinchiuso. L’arma sequestratagli — una rivoltella Browning calibro 9 — risultò distrutta dalla polizia olandese.

Bekir Celenk morì il 14 ottobre 1985 in Turchia, dove era stato estradato dalla Bulgaria: venne così meno la possibilità di verificare l’asserzione di Agca a proposito del ruolo avuto da Celenk nell’attentato.

A partire dal luglio 1995 Agca iniziò, negli interrogatori da parte del giudice Priore, che indagava sull’attentato, a smantellare sistematicamente tutte le sue precedenti

dichiarazioni a favore della “pista bulgara” nella ricostruzione dell’attentato e ad accusare invece direttamente la C.I.A., senza peraltro

fornire prove specifiche. La motivazione del suo mutamento dì atteggiamento sarebbe stata da ricercarsi nelle minacce rivoltegli da due magistrati bulgari nel carcere romano di Rebibbia nel corso di una rogatoria, autorizzata dal Governo italiano per reati commessi in

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Bulgaria (uso di passaporti falsi). I magistrati, Markov Petkov e Jordan Ormankov (per Imposimato si trattava rispettivamente di un agente del K.g.b. e di un colonnello dei “servizi” bullgari) secondo Agca gli imposero di mutare atteggiamento e di non accusare più il K.g.b. ed i servizi segreti bulgari pena gravi ritorsioni nei confronti suoi e della sua famiglia. Verità o ennesimo voltafaccia di Agca per motivi solo a lui noti? Certo è che anche recentemente il giudice Martella, presente alla rogatoria dei due (veri o presunti) magistrati buligari, ha ribadito davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin di avere nel 1983, all’epoca della rogatoria, ricevuto minacce di guai per se e per la sua famiglia, indicata con grande precisione, se non avesse smesso di indagare sulla “pista bulgara”.

E’ inoltre da sottolineare che tra i documenti provenienti dalla Bulgaria alla Commissione vi è un fascicolo intestato a Markov Petkov, uno dei due (veri o pretesi) g iudici bulgari che interrogarono Agca a Rebibbia e che sarebbe stato dunque non un giudice ma un agente segreto. Anche l’altro magistrato, Yordan Ormankov, deceduto, secondo un documento del S.1..S.M.I. del 1983 pervenuto alla Commissione Mitrokhin, era un agente segreto bulgaro (tenente colonnello, capo del reparto 07/GSU del Ministero dell’Interno bulgaro). La notizia è stata decisamente smentita dalla moglie.

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E’ possibile pensare che Agca abbia abbandonato la “pista bulgara” coscientemente, dopo che a partire dal 1992, essa era stata ritenuta non attendibile dagli Stati Uniti in baso ai risultati dell’inchiesta svolta dal Senato sulla nomina di Robert Gates a n uovo direttore della C.I.A.?

Le rogatorie del 1985 e del 1991 dell’autorità giudiziaria italiana, a quella statunitense, in particolare a proposito della presenza in Italia di agenti segreti americani e di loro contatti con Agca, sono risultalte, senza risposta. Peraltro, secondo una nota del S.I.S.M.I. del 1981, i servizi segreti degli Stati Uniti avevano ricevuto la segnalazione che quelli sovietici preparavano un attentato a Giovanni Paolo II° in collaborazione con il Fronte popolare per la liberazione della Palestina ed avevano trasmesso la notizia tempestivamente al Vaticano, come risulta da un appunto del settembre 1981 dalla delegazione apostolica a Washington.

II 13 giugno 2000 il Presidente della Repubblica, ottenuto il consenso del Vaticano, concesse ad Ali Agca la grazia. Agca venne condotto il giorno

stesso in Turchia, dove doveva scontare la pena residua per l’uccisione del giornalista Ipekci. Il giorno successivo, in una intervista al quotidiano

“La Stampa”, Giulio Andreotti affermò che “Partito Agca, addio verità sull’attentato al Papa. Perché è del tutto, evidente che lui se ne va senza aver chiarito … l’itinerario politico che l’ha portato a Roma”.

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Analogamente il Cardinale Silvestrini definì l’attentato “Un mistero che lo stesso Agca ha contribuito ad alimentare … Non si è mai chiarito da chi fu aiutato e perché”.

Il 18 giugno il giudice Priore, in una intervista al settimanale “Focus”, ha affermato che ancora esistevano probabilmente gruppi politici che non avevano alcun interesse a che fosse fatta piena luce sull’attentato e che dai documenti ottenuti dopo la caduta del muro di Berlino a Praga, Sofia e Berlino (ma non da Mosca) era emerso che la Bulgaria aveva chiesto aiuto alla Repubblica democratica tedesca contro la campagna internazionale di stampa a proposito delle responsabilità bulgare nel tentativo di uccidere Giovanni Paolo II. Ad avviso di Andreotti (presentazione del libro “Pontificie Università ed atenei romani, Agenzia ANSA, 19 giugno 2000) alla pista bulgara non sembra credere lo stesso Agca, nel suo libro (“La mia vita”), anche se restano alcuni fatti inquietanti, come il riconoscimento da parte dello stesso Agca della piantina della casa di Antonov, da lui chiamato in causa quale appartenente ai servizi segreti bulgari mentre la piantina si riferiva ad altro appartamento dello stesso edificio.

Il giudice Priore il 10 luglio 2000, in una intervista al TG2, accennò alla possibilità di una “matrice interna” all’attentato, una delle varie possibilità una volta scartata la `pista bulgara”, per ricostruire la dinamica dell’attentato.

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A questo proposito vi sono state varie testimonianze, alcune provenienti dalla criminalità comune. Nel 1993 Vincenzo Calcara, collaboratore di

giustizia per delitti di mafia, dichiarò al giudice Priore che il delitto era stato

deciso in un incontro tra Mons. Marcinkus, la mafia siciliana e Antonov in rappresentanza dei servizi segreti bulgari e commissionato ai terroristi

turchi. Già nel 1985, in un’intervista all’Espresso” Giovanni Pandico, noto per il caso Tortora, aveva dichiarato che “il pentimento di Agca, nel 1982, era stato provocato dalla camorra su sollecitazione del generale del S.I.S.D.E. Pietro Musmeci, che aveva avuto nel carcere di Ascoli Piceno un colloquio in proposito con lo, stesso Pandico e con Raffaele Cutolo). In entrambi i casi non fu trovato, malgrado le indagini effettuate, alcun riscontro oggettivo a quanto affermato da Pandico.

Più complessa la testimonianza di Flavio Carboni (giugno 1993) il quale affermò che il banchiere Roberto Calvi gli aveva confidato che le ragioni dell’attentato al Papa andavano identificate nel tentativo del Vaticano, che, attraverso la creazione di “avamposti finanziari” con la collaborazione dello stesso Calvi, voleva bloccare il comunismo in Sud America e penetrare nei Paesi dell’Est. Era obiettivamente troppo poco per ricostruire la dinamica dell’attentato.

E’ stata anche formulata la tesi (Francesco Bruno, ex funzionario S.I.S.D.E.), pure riportata senza commento nella sentenza del giudice Priore, che Alì Agca, se avesse voluto veramente uccidere Giovanni

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Paolo II) non avrebbe certamente fallito il bersaglio: la sua missione era solo di ferirlo per condizionarlo politicamente. A sostegno della sua tesi Bruno cita l’angolazione del proiettile che colpì il Pontefice (dal basso verso l’alto) in contrasto con i risultati dellla perizia (colpo sparato dall’alto verso il basso).

Dimostratesi difficilmente praticabili le altre strade, ha ripreso un qualche vigore, specie dopo la pubblicazione del libro di Imposimato e l’audizione del giudice Martella da parte della commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin, la tesi sostenuta da Imposimato della “pista bulgara”, fondata principalmente sul rapimento, a fini ricattatori nei confronti di Giovanni Paolo II° di Emanuela Orlandi, figlia di un dipendente vaticano a lui vicino, con la complicità di Alois Estermann, agente della “Stasi”, la polizia segreta della ex Repubblica democratica tedesca e neo comandante della Guardia Svizzera, ucciso nel suo alloggio in Vaticano il 4 maggio 1998.

A sostegno della sua tesi Imposimato riporta anche alcune testimonianze recentemente raccolte all’estero: quelle del colonnello Gunther

Bohsnack, ex ufficiale della STASI, secondo il quale era la stessa “Stasi” a scrivere i messaggi a firma dei “Lupi grigi” e del Fronte Turkesh a proposito della Orlandi e del suo collegamento con la detenzione di Agca.

Un tentativo di accedere ai documenti esistenti presso i servizi segreti

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bulgari era già stato effettuato nel 1991 dal giudice Priore, specie dopo la pubblicazione sul quotidiano “Il giorno” del 3 aprile di un articolo firmato dall’ex capo del comitato per la sicurezza statale della Bulgaria, Kostantin Karadzhov, con il titolo “Come ho armato la mano di Agca”. E’ da notare che il nome di Karadzhov era stato fatto da Agca come referente dell’attentato.

Nell’articolo Karadzhov accusava esplicitamente il K.g.b. di essere il mandante dell’attentato. La risposta alla► rogatoria da parte delle autorità bulgare fu molto semplice: Karadzhov non aveva mai avuto l’incarico vantato ed era detenuto per corruzione. Interrogato, Karadzhov ritrattò quanto affermato nell’articolo. Agca, dal canto suo, affermò di non averlo mai conosciuto né di aver mai visto qualcuno dei personaggi da lui citati. Todor Milkov Michaijlov, nome di copertura nei “servizi” bulgari Palmen, confermò invece il racconto di Karadzhov: il K.g.b. si era rivolto ai “servizi” bulgari per l’esecuzione dell’attentato in quanto essi potevano restare in ombra ed agire attraverso i “Lupi grigi”, che entravano spesso nei paesi europei. L’incarico di guidare Agca nell’impresa era stato

attribuito a Todor Ajvozoz e Zeliv Vasilev, che gli avevano fornito l’arma ed erano presenti in Piazza San Pietro al momento dell’attentato per

facilitargli la fuga. Ad Agca furono consegnati solo due dei tre milioni di marchi promessigli come ricompensa: l’altro gli sarebbe stato

consegnato prima che abbandonasse l’Italia Agca si era però messo

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d’accordo con la C.I.A., aveva cambiato i proiettili e aveva solo ferito il Pontefice. Messi a confronto Karadzhov e Michaijlov mantennero ciascuno le sue posizioni, quasi a segnare due verità inconciliabili e di cui tuttavia nessuna sembrò capace di prevalere definitivamente sull’altra.

Nel 2005 Giovanni Paolo 11°, nel suo libro “Memoria e identità” a proposito dell’attentato di cui fu vittima, raccontando il suo incontro in carcere (1983) con Agca scrisse che “Alì Agca, come tutti dicono,èun assassino professionista. Questo vuol dire che l’attentato non fu un’iniziativa sua, che fu qualcun altro a idearlo, che qualcun altro l’aveva a lui commissionato”, che esso fu opera di “una delle ultime convulsioni della prepotenza, scatenatesi nel XX secolo” e che la “sopraffazione fu praticata dal fascismo e dal nazismo, così come dal comunismo”. Il dito è chiaramente puntato contro i Paesi comunisti dell’Europa orientale: lo scrisse perché ne era convinto o per dissipare i sospetti su altri possibili mandanti?

I dubbi sulla matrice dell’attentato e sulla sua riconducibilità al K.g.b. sono riemersi dall’esame del dossier Mitrokhin: il rapporto n. 83 riguarda Segei Soklov, agente del K.g.b. a Teheran, successore nella catena di comando prima a Teheran e poi a Roma di Vladimir Kuzichkin, indicato a suo tempo da Agca come suo riferimento in quella città a proposito del tentativo — non riuscito — di uccidere l’ayatollah Khomeini, e poi

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dell’attentato al Papa. Le affermazioni di Agca risulterebbero a questo proposito confermate.

Nel marzo 2005 il governo della Bulgaria, in seguito a una rogatoria della Commissione parlamentare di inchiesta sul dossier Mitrokhin, ha inviato alla Commissione i documenti della Darzavna Sigurnos, l’ex servizio segreto bulgaro, riguardanti l’attentato al Pontefice , compresa la corrispondenza, con la “Stasi”, l’ex servizio segreto della Repubblica democratica tedesca(Germania Est). Dai documenti, emergono responsabilità dei servizi segreti bulgari, tedeschi orientali e sovietici nell’attentato. Analoghe dichiarazioni hanno fatto, per quanto riguarda il K.g.b., il colonnello Boris Labusev, portavoce del S.u.r., il servizio russo di spionaggio all’estero e, per la Darzavna Sigurnast Marin Petkov, capostazione a Roma negli anni ’80 (ANSA).

Risulta anche che un gruppo di avvocati russi fu incaricato di seguire nel 1986 il processo contro Antonov e gli altri bulgari chiamati in causa da

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Agca (dichiarazioni dell’avv. Mijkail Gofstein al settimanale russo Argumenty Fakty: v. ANSA 13 aprile 2005). Ci si può però anche chiedere se l’aiuto russo in caso di necessità non facesse parte di accordi precedenti all’attentato.

Sembra difficilmente confutabile l’esistenza di rapporti tra Agca ed i servizi segreti della Germania Est. Il nome di Alì Agca figura infatti nella sezione Sund della “Stasi”, la sezione diretta dal K.g.b. ed a disposizione di tutti i Paesi del blocco sovietico, oltre che nella sezione di sicurezza del Reparto 1 della sezione HAXXII della stessa organizzazione (L’Espresso, 21 aprile 2005).

Ciò non significa però ancora aver fatto piena luce sui mandanti dell’attentato. Tra i documenti della “Stasi” resi noti vi è anche, in un foglio scritto a mano, l’elenco dei nomi falsi usati da Agca prima di giungere a Roma (Faruk Ozguri, Hanut Gokenc, Bezin, ecc…). La copia di un rapporto del S.I.S.M.I., datato 19 maggio 1981, e indica quale mandante dell’attentato al Papa il generale Ustinov, Ministro della Difesa russo. L’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza Francesco Mazzola viene invece indicato come il primo rappresentate politico italiano a parlare della “pista bulgara”. Secondo un altro documento della “Stasi” le affermazioni di Agca circa la responsabilità dei “servizi bulgari” sono successive al rapporto del S.I.S.M.I.

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e rilasciate dopo una visita ad Agca ‘di esponenti dei servizi segreti italiani (il dott. Bonagura e il Sig. Petruccelli)” (Repubblica, 11 maggio 2005).

Come nel gioco dell’oca, si torna al punto di partenza: sono stati gli occidentali ad “inventare” una pista bulgara per l’attentato? Può darsi che sia quanto effettivamente avvenuto: restano però tutti i dubbi a proposito del ruolo svolto dal K.g.b. e dai “servizi” dei Paesi dell’Est nell’attentato. Giovanni Paolo II° sembra in proposito saperne molto di più di quanto scritto nel suo libro.

Ali Agca dopo la detenzione in Italia e quella successiva in Turchia, è attualmente in libertà vigilata e vive nella periferia di Istanbul.  Sull’attentato a Giovanni Paolo III restano molte ombre: recentemente Luigi Zanda, un tempo molto vicino a Cossiga, ha ipotizzato un disegno di destabilizzazione politica che porterebbe all’attentato in Bulgaria (1973) a Enrico Berlinguer, segretario politico del P.C.I., proseguirebbe (1977) con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro ed avrebbe fine con l’attentato a Giovanni Paolo II (1981): ipotesi o fantapolitica?

Libri da consultare

Ali Agca, La mia verità.

F. Imposimato, Vaticano, Un affare di Stato, Roma, 2003.

M. R. Calderoni — C. Fido, Processo del secolo, Palermo, 1985.

C. Sterling, Anatomia di un attentato.

V. Mitrokhin, Dossier KGB, Roma, 1999.

Paul B. Henze, II complotto per uccidere il Papa.

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Tribunale di Roma, L’attentato al Papa, Roma (Kaos), 2003.