di MARIO PACELLI

Roma. Piazza Montecitorio, 14 luglio 1948, ore 11.30 circa. Fa caldo, la piazza è quasi deserta. All’angolo con Via Uffici del Vicario vigilano due carabinieri in divisa. In Via della Missione è ferma una grossa auto di colore blu con accanto un uomo alto e corpulento che legge il giornale: è Armando Rosati, che tutti chiamano Armandino, autista e guardia del corpo di Palmiro Togliatti, segretario del P.C.I. In quel momento lo sta aspettando: uscirà dalla porticina che si apre sulla strada, un tempo ingresso dell’ufficio passaporti dello Stato pontificio ed oggi della Sala stampa della Camera dei deputati.

Togliatti esce con accanto Nilde Jotti, la sua compagna, e si dirige verso

l’auto. Dall’angolo dell’albergo Nazionale, sul lato opposto, un uomo si muove verso Togliatti, giunge alle sue spalle e spara con una pistola a tamburo calibro 38,8. Un proiettile sfiora la nuca di Togliatti, un altro lo colpisce alla schiena, al polmone sinistro; il terzo proiettile finisce su un cartellone pubblicitario. Al secondo colpo Nilde Jotti si è gettata su di lui tentando di fargli da scudo. Un quarto colpo colpisce Togliatti di striscio su un fianco, all’altezza della milza quando è già steso in terra.

Il ferito perde molto sangue. Rivolto alla Jotti la invita a raccogliere la sua borsa e la·busta piena di carte cadute in terra accanto a lui. Il primo a soccorrerlo è Pasquale Villata, un giornalista parlamentare de “Il Lavoro”

di Genova che lo aveva accompagnato dall’interno del palazzo fino all’uscita: lo solleva, vede che perde molto sangue, chiama aiuto. Togliatti viene adagiato .su una barella e portato nell’infermeria di Montecitorio. Il medico, Giulio Lega, si accorge immediatamente della gravità delle ferite e chiede telefonicamente l’invio di una ambulanza.

Togliatti non ha perso conoscenza e chiede di parlare con Secchia: il particolare, riferito da “l’Unità” uscito in edizione straordinaria poche ore dopo, è molto importante per le vicende successive. Accorrono Longo, Secchia, Giorgio Amendola. Longo invia un deputato comunista al Policlinico .per preparare la sala operatoria: è chiaramente necessario intervenire con urgenza. Anche Mario Spallone, il medico personale di Togliatti, viene avvertito dell’accaduto affinchè si rechi all’ospedale. Il

ferito viene caricato sull’autoambulanza: l’accompagnano, oltre Nilde Jotti, Longo e Secchia. Togliatti parla ancora, anche se con un filo di voce. Longo e Secchia si chinano su di lui che raccomanda di stare calmi e di non fare “stupidaggini”. Al Policlinico c’è già Cesare Valdoni, famoso chirurgo del tempo: è lui ad intervenire dopo una trasfusione di sangue, offerto a gara dalle persone, tra cui un frate, che gremivano il corridoio della sala operatoria. L’intervento chirurgico riguarda il polmone sinistro. I proiettili vengono estratti: per il ferito il peggio è passato, anche se resta riservata la prognosi.

La notizia dell’attentato si diffuse rapidamente nel Paese: nell’Italia di quegli anni, caratterizzata da violente lacerazioni politiche, specie dopo la esclusione dei comunisti dal IV Governo presieduto da De Gasperi (31 maggio 1947), l’attentato al segretario politico del maggiore partito di opposizione equivaleva, per le forze politiche di sinistra (e per i comunisti in particolare) ad una sorta di dichiarazione di guerra armata dalle imprevedibili conseguenze.

Nella seduta pomeridiana della Camera dei deputati dello stesso 14 luglio De Gasperi, rispondendo (dopo la lettura da parte del Presidente Granchi di un comunicato medico rassicurante sulle condizioni di salute di Togliatti) alle numerose interrogazioni subito presentate, condannò l’attentato, -respinse l’analogia con il delitto Matteotti, ma non riuscì ad evitare la presentazione da parte comunista di un ordine del giorno di sfiducia al Governo per costringerlo alle dimissioni.

Solo l’abilità del Presidente Granchi riuscì a far slittare al giorno successivo la votazione del documento, in modo che non avvenisse sull’onda delle emozioni. Il Governo era per il momento salvo ma la confusione era al massimo, alimentata anche dai molti interrogativi che l’attentato poneva.

La questione fondamentale riguardava l’esistenza di eventuali mandanti del feritore e l’inserimento o meno del fatto in un piano preordinato ad

annullare la forza politica del P.C.I. e forse anche a mettere m discussione la sua sopravvivenza come partito politico.

Il feritore era stato subito catturato ma la sua identificazione non aveva offerto alcun chiarimento decisivo. Antonio Pallante, l’autore dell’attentato, era nato a Bagnoli Irpino, in provincia di Avellino, il 3 agosto 1923, e risultava residente a Randazzo, in provincia di Catania.

A Catania, dopo aver conseguito la maturità classica in seminario, si era iscritto alla facoltà di giurisprudenza soprattutto per ottenere il rinvio del servizio militare (aveva sostenuto solo cinque esami). Era stato iscritto al partito Liberale e poi al Fronte dell’,Uomo Qualunque ma alle elezioni politiche del 18 aprile 1948 aveva fatto propaganda elettorale per la Democrazia Cristiana. Il 9 luglio era partito per Roma ed il 12 aveva chiesto ai commessi della Camera di poter parlare con Togliatti, ma senza successo.

Risultò dalla successiva indagine che a Roma si era rivolto a due deputati siciliani, Francesco Turnaturi, democristiano, e Salvatore La Marca, comunista, che aveva conosciuto occasionalmente m precedenza ed aveva ottenuto da ciascuno all’insaputa dell’altro due biglietti per poter assistere alle sedute della Camera dei deputati.

Il giorno 13 aveva utilizzato il primo biglietto (quello di La Marca) per assistere alla seduta pomeridiana: dalla tribuna del pubblico aveva avuto modo di osservare Togliatti, che aveva però poi perso di vista. La

mattina successiva usò il secondo biglietto (quello avuto da Turnaturi), osservò di nuovo le mosse di Togliatti in aula e quando lo vide uscire si affrettò ad uscire anche lui. Conversando nei giorni precedenti con alcuni autisti fermi in piazza Montecitorio aveva saputo che di solito Togliatti usciva dal palazzo passando dalla porticina in Via della Missione. Arrivato su piazza del Parlamento, Pallante percorse velocemente Via della Missione, salì la breve scalinata e si mise ad aspettare.

Il giorno prima aveva comprato in Via Carlo Alberto una vecchia pistola americana ed i relativi· proiettili spendendo 4500 lire, una cifra equivalente ad una ottantina di euro attuali. In una bancarella vicina aveva acquistato i proiettili, attratto dal basso prezzo: 175 lire. Quel prezzo aveva una ragione che Pallante in quel momento, per fortuna di Togliatti, ignorava: i proiettili erano di quelli non ricoperti in antimonio usati solitamente dalla polizia americana per ferire e non uccidere in quanto, una volta colpito il bersaglio, si deformavano senza infrangere le ossa. Era passato poi alla sede del P.C.I. in Via delle Botteghe Oscure lasciando un biglietto per Togliatti con la richiesta di un colloquio (l’originale del biglietto è conservato nell’archivio del P.C.I.). Il giorno dopo decise di passare all’azione: alle 11.30 del mattino del giorno realizzò il suo obbiettivo.

La particolarità dei proiettili, emersa subito dopo l’intervento chirurgico eseguito da Valdoni che ne estrasse due dal corpo del ferito, pose

immediatamente un interrogativo: perché Pallante, se voleva uccidere veramente Togliatti, aveva usato quei proiettili? Se lo aveva fatto non per uccidere ma solo per intimidire il segretario del P.C.I., perché aveva sparato contro di lui quattro colpi quando ne sarebbe stato sufficiente uno soltanto?

Il quesito è restato fino ad oggi senza risposta: l’unica ipotesi plausibile è che Pallante non conoscesse le particolari caratteristiche di quei proiettili e che esse gli fossero state taciute al momento dell’acquisto.

In quei giorni il dubbio parve però legittimo, così come lasciava spazio a molte perplessità la personalità del feritore. I rapporti delle forze di polizia su Pallante non furono. resi noti: l’unica fonte in proposito è un telegramma inviato dall’ambasciata americana di Roma il 22 luglio al Segretario di Stato Marshall, estremamente preoccupato di quanto stava avvenendo in Italia; a otto giorni di distanza dall’attentato nel telegramma

veniva escluso che esso fosse un inside job, che facesse cioè parte di

un piano offensivo,.e fornito un profilo psicologico dell’attentatore tratto da quei rapporti: “Apparentemente calmo ma irascibile e impulsivo, di spirito megalomane con aspirazione alla pubblicità specie nel campo politico”.

Al di là della figura dell’attentatore e dei suoi eventuali collegamenti politici, tutti in quel momento da accertare, esisteva però un problema immediato:  come controllare la reazione che con ogni probabilità

sarebbe venuta dal popolo comunista e che la direzione del partito tendeva a contenere entro i limiti della lotta politica evitando il pericolo della guerra civile. Era il timore implicito nelle parole pronunciate da Togliatti sulla barella dell’autoambulanza che lo portava al Policlinico.

La riunione della direzione del P.C.I. emise lo stesso 14 luglio un comunicato, pubblicato nell’edizione straordinaria de “l’Unità” uscita nello stesso giorno dell’attentato, che sciolse ogni dubbio: il titolo (“Via il governo della guerra civile”) significava chiaramente “No alla guerra civile”, anche se era un invito alla protesta “dei lavoratori e di tutti gli uomini liberi” contro “il proposito di colpire mortalmente la democrazia e la libertà dei popolo italiano”. Pietro Secchia, che nel P.C.I. rappresentava l’ala più intransigente, in un lungo saggio pubblicato in agosto su “l’Unità” con il titolo “Esperienze di un giorno di sciopero” spiegò chiaramente le ragioni dell’atteggiamento del suo partito: una rivoluzione per riuscire doveva essere preparata, mentre quanto era accaduto dopo l’attentato aveva dimostrato chiaramente una diffusa impreparazione. Nel Sud lo sciopero generale proclamato subito dopo l’attentato non aveva avuto le adesioni sperate, le organizzazioni collaterali al Partito avevano risposto tiepidamente all’appello di mobilitazione, in alcune zone gli ex comandanti partigiani avevano assunto iniziative in contrasto con la linea tracciata dalla Direzione del P.C.I.

Il punto più rilevante dell’articolo di Secchia era la dissociazione di responsabilità del partito rispetto a quanto avvenuto in diverse province del centro Nord dopo l’attentato.

A Milano vi erano stati diversi incidenti, con lancio di bombe a mano ed arresti. A Genova vi era stata una sparatoria al centro della città, intorno a Via XX Settembre, tra manifestanti e polizia, con due morti e tre feriti. Altri scontri fra dimostranti e forze dell’ordine si erano avuti un po’ in tutta l’Italia: a La Spezia, a Livorno, a Genova, a Roma, a Napoli, a Marghera, a Bologna e a Taranto, complessivamente con 4 morti tra le forze dell’ordine e 11 tra i dimostranti, oltre a numerosi feriti. Manifestazioni, scioperi, assalti alle sedi della D.C., blocchi della circolazione ferroviaria si ebbero in numerose città e paesi. A Piombino furono assediate le caserme dei carabinieri e della guardia di finanza con la richiesta agli assediati di consegnare le armi: l’assedio fu tolto per intervento di funzionari della polizia e di dirigenti comunisti.

Un giorno  dopo  l’attentato  la  situazione  continuava  a  restare

particolarmente difficile ad Abbadia San Salvatore, sul Monte Amiata, una zona dove aspri erano stati i combattimenti, a partire dal 1943, tra i partigiani della brigata garibaldina “Spartaco Lavagnini” ed i tedeschi. Era seguita nel 1944 l’occupazione alleata con due giorni di saccheggi. In un clima pesante, con molte armi usate nella lotta partigiana ancora occultate nei boschi, la notizia dell’attentato a Togliatti fece scattare

manifestazioni di protesta che durarono fino a notte alta con devastazioni di abitazioni e pestaggi di persone legate in passato al fascismo. La

caserma dei carabinieri fu circondata, al comandante della stazione fu                  .. impedito      di   mettersi               in       comunicazione       con                  il     comando, fu   reso impossibile il funzionamento dell’ufficio postale e di quello telefonico e tagliato il cavo che assicurava le comunicazioni telefoniche di Stato tra il

Nord ed il Sud d’Italia.

Nel pomeriggio del giorno 15 un autocarro con un gruppo di agenti di pubblica sicurezza al comando di un maresciallo inviato per ristabilire l’ordine fu bloccato da una barricata eretta alla periferia del paese. Seguirono scontri con la folla dei dimostranti durante i quali due agenti vennero feriti; uno di loro morì poco dopo all’ospedale.

Il Maresciallo, Virgilio Ranieri, che si era allontanato per chiedere aiuti, fu ucciso a colpi di trincetto.

Gli uomini che avevano partecipato agli scontri si rifugiarono nei boschi, secondo una strategia più volte usata durante la resistenza. Durante i funerali del maresciallo e dell’agente ucciso che si svolsero al Duomo di Siena scoppiarono incidenti tra polizia e lavoratori della terra che avevano la sede del loro sindacato dinanzi alla questura: un colono fu ucciso da un colpo di pistola alla testa.

Ad Abbadia San Salvatore il 16 luglio fu inviato un battaglione mobile dei carabinieri ed una compagnia del reggimento “Lupi di Toscana” con sei

autoblinde che rastrellarono il paese, sequestrarono molte armi ed arrestarono 264 persone, tra le quali quarantasei dirigenti sindacali, quattro sindaci, tre dirigenti socialisti e venticinque comunisti. L’autore dell’omicidio del maresciallo, Luigi Forti, pure arrestato, risultò ricoverato in passato in un ospedale psichiatrico.

Nel processo che si svolse nel 1950 presso la Corte d’assise di Lucca, tra gli avvocati difensori dei 147 imputati vi fu anche Lelio Basso, per molti anni deputato socialista, che tentò di accreditare la tesi di diffuse infermità nel sistema nervoso tra le popolazioni dell’Amiata per le esalazioni dei vapori di mercurio estratto dalla miniera di Abbadia San Salvatore. Non ebbe molto successo: la Corte inflisse agli imputati complessivamente 233 anni di carcere: l’uccisore del maresciallo dei carabinieri ne ebbe 27.

Il 17 luglio 1948, nella seduta del Consiglio dei Ministri che aveva all’ordine del giorno l’esame della grave situazione dell’ordine pubblico, il Ministro degli interni Scelba sostenne che quanto accaduto ad Abbadia San Salvatore e le interruzioni delle comunicazioni ferroviarie in talune zone dell’Italia centrale (Foligno, Fidenza, Massarosa) dimostravano che il P.C.I. aveva dato attuazione al “piano K”, un piano insurrezionale predisposto da un ignoto generale russo (Kewb) che avrebbe dovuto portare alla instaurazione di una repubblica comunista in Italia: il P.C.I.

non aveva dato l’ordine ma il piano era scattato quasi automaticamente per iniziativa di chi doveva metterlo in pratica.

Fu solo l’inizio di una polemica destinata a durare a lungo negli anni

successivi, con reciproche accuse da parte dei partiti di governo e dell’opposizione di sinistra di disporre di organizzazioni clandestine armate e di elaborare piani eversivi delle istituzioni democratiche.

Esistevano veramente quelle organizzazioni e quei piani? I documenti emersi negli anni successivi, le testimonianze dei protagonisti degli avvenimenti  politici  di quegli  anni e, da ultimo,  la vasta  opera  di

ricognizione delle organizzazioni eversive clandestine condotta alla metà

_:;,t‘.•·

degli anni ’90 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi consentono oggi di avere un quadro abbastanza chiaro della situazione.

Accanto alla Polizia e ai Carabinieri, vi era, in funzione anticomunista,

–                   ··\r·•.::-:

una   organizzazione   segreta,   con   piani   di   impiego   eminentemente

difensivi rispetto ad una minaccia comunista interna o esterna: esisteva, secondo le· dichiarazioni fatte anni dopo dal Ministro degli interni Scelba, una organizzazione facente capo al Ministero stesso (probabilmente incardinata nella Direzione generale dei servizi antincendi: v. De Lutiis). Anche il P.C.I. disponeva di una complessa organizzazione costruita a rete sul territorio ed i cui punti di forza erano gli ex partigiani, che non avevano  consegnato   tutte le armi usate durante la Resistenza.                   Si trattava secondo una stima di fonte americana (l’ambasciatore a Roma

James Dunn: v. Speroni) di circa 50.000 uomini, al comando di Matteo Secchia, fratello di Pietro. La rete aveva assunto una funzione eminentemente difensiva. Dopo la scelta, non senza contrasti interni, del P.C.I. a favore del parlamentarismo e la rinuncia ad una rivoluzione impossibile che non avrebbe avuto fra l’altro l’appoggio dell’Unione Sovietica, impegnata dagli accordi di Yalta (1945) a lasciare l’Italia nella sfera di influenza americana. La precisa volontà russa di dissociarsi da qualsiasi tentativo insurrezionale in Italia venne ribadita a Matteo Secchia dall’ambasciatore russo a Roma subito dopo l’attentato a Togliatti (M. Cervi, Il Giornale, 14 luglio 1988), ad eliminare ogni perplessità sulla strada da scegliere.

È stato efficacemente rilevato (Pellegrino) che nel 1948 e per alcuni anni ancora due blocchi di forze clandestine, che sostanzialmente si equivalevano e ciascuna delle quali era a conoscenza dell’esistenza dell’altra, si fronteggiarono in attesa che l’avversario facesse la prima mossa per reagire prima di essere sopraffatta: era, a livello nazionale, una sorta di quell”‘equilibrio del terrore” che conseguì alla “guerra fredda” tra Oriente e Occidente. Ritenere che i fatti successivi all’attentato a Togliatti segnassero l’inizio della attuazione di un piano insurrezionale derivò forse dalla situazione di allarme esistente nel Paese più che avere riscontri oggettivi: ad affermarlo fu Giulio Andreotti, all’epoca Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e stretto collaboratore di

De Gasperi, che fece rilevare che “sia il Partito comunista sia i sindacati si impegnarono immediatamente per controllare la spinta che veniva dalla base”.

Giuseppe Di Vittorio, Segretario della C.G.I.L., si mosse infatti in perfetta sintonia con la Direzione del P.C.I., sia nel proclamare già nel pomeriggio del giorno 14 luglio lo sciopero generale, sia nell’attacco al Governo che non garantiva “la libera e pacifica convivenza di tutti i cittadini nell’ambito della legalità democratica repubblicana”, affermazione che significava in pratica riportare i fatti nella dialettica politico – parlamentare, senza nessun appello alla violenza.

Il prezzo pagato fu molto caro: la mattina del giorno successivo (15 luglio) Giulio Pastore e gli altri esponenti della corrente democristiana della Confederazione chiesero la fine dello sciopero generale “in quanto in contrasto con le finalità e le funzioni della C.G.I.L. Era il primo passo verso la scissione sindacale che fu ratificata nei giorni successivi. Il 26 luglio l’esecutivo della Confederazione dichiarò decaduti i membri della componente cattolica: nell’ottobre successivo fu fondata la Libera

C.G.I.L. che nell’aprile 1970 mutò il nome in Confederazione sindacale dei lavoratori italiani (C.I.S.L.).

Il 15 luglio. Di Vittorio, accompagnato da altri dirigenti della C.G.I.L., tra cui Fernando Santi, della componente socialista, incontrò De Gasperi a Palazzo Chigi: lo sciopero generale avrebbe avuto fine se il Governo

avesse seguito una politica più democratica a proposito dell’ordine pubblico rispettando la libertà di opinione. Era il minimo che la C.G.I.L. potesse chieder : l’incontro segnò la fine dello scontro frontale. Nel Consiglio dei Ministri convocato nel pomeriggio De Gasperi riferì il colloquio avuto con Di Vittorio e comunicò le assicurazioni da lui fornite a proposito del tono obbiettivo e sereno che il Ministro degli interni Scelba avrebbe usato nel rispondere alla Camera alle interrogazioni presentate sui fatti.

La stessa sera alle 23 l’esecutivo della C.G.I.L. fissò il termine dello sciopero alle ore 12 del giorno successivo: stava tornando rapidamente la normalità nel Paese.

Anche Togliatti si andava ristabilendo. Il 1° agosto “l’Unità” pubblicò un

suo articolo in cui si sosteneva la necessità che nella gravissima situazione che si era determinata “i lavoratori e i cittadini consapevoli facessero sentire la loro forza, la loro volontà di libertà e di pace e che il (nostro) Partito sapesse stare alla testa di un movimento così imponente che ancora una volta ha costretto i nemici del popolo italiano a riflettere serenamente sul rischio” che correvano. Il Segretario del P.C.I. mostrava di credere che l’attentato fosse il segno di un tentativo di trasformare in regime la formula politica del Governo (democristiani – socialdemocratici

– repubblicani): se così non era, perché Pallante aveva sparato? La domanda, · malgrado  tutti  gli  sforzi  compiuti  dalla  polizia  e dalla

magistratura da una parte e dalla capillare organizzazione del P.C.I. dall’altra, non ha mai avuto una risposta esauriente.

Un testimone oculare, Ruggero Di Schiena, riferì che Pallante si era mosso per sparare a Togliatti solo quando un individuo fermo all’angolo di Piazza Montecitorio si era toccato più volte i capelli. Dopo gli spari lo stesso testimone aveva ·-sentito il rumore di una macchina che si allontanava percorrendo Via Uffici del Vicario e non aveva più visto la persona che si toccava i capelli.

La testimonianza resa al Commissariato di pubblica sicurezza di Trevi non si rivelò di alcuna utilità per le indagini in quanto, malgrado ogni sforzo, non se ne trovarono conferme.

Risultò che a Randazzo Pallante aveva numerose amicizie negli ambienti di estrema destra, ma le indagini, condotte anche in quella direzione, non consentirono di arrivare ad alcuna conclusione.

Il 23 luglio Togliatti, ancora ricoverato al Policlinico, non aveva dato alcuna indicazione utile_alle indagini al Procuratore della Repubblica Giuseppe Aromatisi che lo interrogava quale parte lesa: non aveva visto in viso il suo feritore né lo aveva mai conosciuto.

Il processo per direttissima iniziò presso la Corte d’Assise a Roma il 30 giugno 1949. Il difensore di Pallante, Giuseppe Succiante, sostenne che si era trattato di un delitto politico. Per l’accusa (sostenuta dal Procuratore Generale Dandolo) e per la parte civile (rappresentata dagli

avvocati Giovanni Berlinguer e Fausto Gullo) si era trattato invece di un reato comune.

Pallante, interrogato, sostenne di aver tentato di uccidere Togliatti in quanto asservito ad una potenza straniera, fautore di una “politica di incitamento all’odio · e alla guerra civile” e “mandante delle stragi avvenute al Nord”. Negò di aver avuto dei complici: era partito con novemila lire, frutto di una colletta tra amici.

L’accusa chiese una condanna a 18 anni e sei mesi di reclusione. La parte civile domandò il massimo della pena mentre la difesa sostenne che non si era trattato di tentato omicidio ma di lesioni gravi, ciò che comportava una notevole riduzione della pena. Dopo tre sole udienze la Corte riconobbe a Pallante le attenuanti generiche e lo condannò a tredici anni e otto mesi di reclusione, oltre al risarcimento dei danni nella misura richi sta dalla parte civile: 25 lire.

Pallante venne trasferito nel carcere di Noto dove l’anno dopo un detenuto, Giulio Guastalla, tentò di pugnalarlo: affermò di averlo fatto per ingraziarsi i comunisti.

La Corte d’Assise d’Appello ridusse la pena a dieci anni, tre dei quali

,._,

condonati. La Corte di Cassazione ridusse la pena a cinque anni. Nel

…..

1953 Pallante tornò a Catania, si sposò e si impiegò come guardia forestale. Quarant’anni più tardi dichiarò (Oggi, 19 maggio 1988) che aveva “deciso di eliminare il pericolo” per l’Italia costituito da Togliatti in

quanto esaltato · da un articolo di Carlo Andreani pubblicato su “L’Umanità”, organo del P.S.D.I., in cui si indicava il segretario del P.C.I. come uomo infausto, da “inchiodare al muro”.

Era chiaramente una menzogna: l’articolo cui si riferiva era stato pubblicato il 13 luglio, quando Pallante era già da quattro giorni partito per Roma, aveva chiesto i biglietti per l’accesso a Montecitorio e si era recato presso la sede del P.C.I. chiedendo di incontrare Togliatti.

A risultati non diversi da quelli dell’inchiesta giudiziaria giunsero le indagini svolte dal P.C.I.

Le lettere che Pallante scriveva e riceveva dal carcere vennero passate dai carcerati e secondini ad Alberto Jacoviello, un giornalista de “l’Unità” incaricato di condurre una inchiesta giornalistica sui fatti. Alcuni originali delle lettere sono ancora conservate negli archivi del P.C.I.: dalla lettura non risulta nulla di rilevante.

Jacoviello nei suoi articoli su “l’Unità” tra la fine del mese di luglio e

l’inizio di quello si agosto sollevò otto questioni: i rapporti di Pallante con circoli e persone aventi simpatie fasciste di Randazzo, Catania e Brente; dove aveva soggiornato prima di trasferirsi a Randazzo; il comportamento di Pallante prima della partenza per Roma e le persone da lui incontrate ed il modo in cui si era procurato il denaro per il viaggio; i rapporti con gli ambienti ecclesiastici che aveva frequentato ai tempi del seminario,  il legame con Francesco Caracciolo, un impiegato del

Ministero dell’Africa con strani rapporti con alcuni polacchi dell’armata del gen. Anders, incontrato (apparentemente per caso) in treno, che gli aveva indicato l’affittacamere di Via del Macao n. 6, dove avrebbe potuto trovare alloggio; l’impiego del tempo a Roma prima dell’attentato e i frequentatori, tra cui alcuni misteriosi polacchi, della pensione, tenuta da una donna, Bianca Taccetti, che svolgeva clandestinamente la sua attività per sottrarsi, secondo le sue affermazioni, al fisco. In particolare il giornalista si domandò chi fosse colui che aveva dormito nella stanza con Pallante e che restò sempre sconosciuto in quanto la polizia sequestrò subito i registri.

Le domande di Jacoviello restarono senza risposta; anche se quelle relative alla (apparentemente casuale) scelta dell’alloggio erano tali da esigere almeno un chiarimento.

Giulio Seniga, stretto collaboratore di Secchia, fece anche lui condurre un’indagine:                 la conclusione,          senza alcuna prova concreta, fu che i complici di Pallante erano da ricercarsi nella mafia legata agli americani. Negli anni successivi è emerso un solo fatto nuovo per molti versi sconcertante. In una foto di Togliatti ferito, che giace ancora sul selciato di Via della Missione, compare un ufficiale dei carabinieri: è Antonio Perenze, lo stesso ufficiale fotografato due anni dopo, il 5 gennaio 1950, accanto al corpo di Salvatore Giuliano. Perenze era stato in Sicilia, durante la caccia al bandito, il più diretto collaboratore del colonnello

Ugo Luca, che aveva trascorso molti anni della sua carriera nei servizi segreti miIitari.

Togliatti restò nella posizione in cui è fotografato solo pochi minuti, il

tempo necessario perché arrivasse dall’infermeria della Camera, a qualche decina di metri di distanza, una barella. Come fece Perenze ad arrivare così rapidamente? Evidentemente era nelle vicinanze: nessuno ha mai fornito chiarimenti in proposito. Forse i servizi segreti vennero a conoscenza dell’intenzione di Pallante e si limitarono a sorvegliarlo da lontano. Forse furono messi in allarme dalle domande di Pallante fatte nei giorni precedenti l’attentato agli autisti che sostavano a Piazza Montecitorio a proposito della via abitualmente seguita da Togliatti per uscire dal palazzo: la sorveglianza esterna era allora – come oggi – affidata ai carabinieri e non è da escludersi che fra quegli autisti ci fossero alcuni di loro in borghese. Si tratta peraltro solo di ipotesi, nessuna delle quali è stata suffragata, almeno fino ad oggi, da documenti o testimonianze.

La fotografia resta uno dei tanti misteri irrisolti dell’attentato a Togliatti: Pallante vive da tranquillo pensionato a Randazzo, e non sa – o non può, o non vuole, ammesso che lo possa – chiarire quei misteri.

Bibliografia

G. Speroni, L’attentato a Togliatti, Milano, 1998.

G. Gozzini, Hanno sparato a Togliatti, Milano, 1998.

M. Scelba, Intervista, Prospettive nel mondo, 1988, n. 139 – 140.

G. Serafini, I ribelli della montagna, Montepulciano, 1981.

S. Orlandini, Luglio 1948 – L’insurrezione proletaria in provincia di Siena, Firenze, 1976.

W. Tobagi, La rivoluzione impossibile, Milano, 1978.

M. Caprar , L’attentato a Togliatti, Venezia, 1978.

G. Andreotti, Intervista su De Gasperi, Bari, 1977.

G. Pellegrino, Segreto di Stato, Milano, 2000.

G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Roma, 1984.