di GIANCARLO GOVERNI

“Muor giovane colui che al cielo è più caro”, diceva il poeta greco Menandro. E Salvatore Antonio Gaetano, detto Rino, deve essere stato molto caro al cielo se se n’è andato all’età di soli 31 anni, nel pieno della sua vita e della sua arte. Il richiamo alla cultura greca è legittimo poiché Rino veniva da una città, Crotone, città della Magna Grecia che è strettamente legata alla presenza di Pitagora, grande matematico e filosofo. Eppure Rino Gaetano non sembra avere ereditato dalla terra di Pitagora alcunché di matematico, dal momento che nelle sue canzoni i fattori non sono mai al loro posto ma vengono sempre sovvertiti. Prevalgono piuttosto metafore e allegorie in una allegra, graffiante, irridente confusione di inventiva e di sana follia liberatoria. Il suo linguaggio, apparentemente incomprensibile e birichino, lo fa assomigliare ad un folletto che non si pone alcun limite ma cerca il divertimento e la liberazione attraverso il libero accumulo di materiali verbali e musicali. Però alla fine – sempre per restare nella metafora pitagorica – il prodotto non cambia e i conti tornano, e ben lo sanno i giovani che 40 anni dopo la sua morte, scoprendolo o riscoprendolo, hanno decretato a Rino Gaetano un successo duraturo, consegnandolo alla storia della canzone italiana ed anche del costume italiano.

Anche il cinema s’è accorto di lui, citando alcuni dei suoi successi o prendendo a prestito titoli come Ma il cielo è sempre più blu o Mio fratello è figlio unico. Insomma, Rino, dopo aver sfiorato il successo in vita, si è affermato postumo, come è avvenuto per altri artisti, forse perché quando era in vita i tempi non erano maturi per le sue proposte. Il che significa che lui era più avanti del proprio tempo, ed è anche per questo che è tornato, oggi, a destare molto interesse.