di LORETO DEL CIMMUTO

La c.d. bozza Calderoli sull’autonomia differenziata ha suscitato, come era prevedibile, diverse reazioni e ostilità soprattutto da parte dei governatori del centrosinistra e delle regioni del mezzogiorno. La proposta di riforma si propone, in attuazione della riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra nel 2001 (nella stagione dell’innamoramento federalista e nell’illusione di assorbire le spinte centrifughe provenienti dai territori del nord), di dare attuazione alle previsioni di cui all’art.116 della Costituzione laddove è previsto che “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia  possono essere conferite ad altre Regioni, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui al successivo art.119”. Si tratta di un elenco di oltre venti materie tra quelle a legislazione concorrente Stato-Regioni e quelle elencate al secondo comma del medesimo articolo 117, lett. l) organizzazione della giustizia di pace, n) norme generali dell’istruzione e s) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Il rischio di un’articolazione delle competenze istituzionali frammentata che finirebbe per disorientare e minare l’efficienza stessa delle istituzioni nonché l’esigibilità dei diritti è evidente.

Sul piano politico questa proposta di riforma rappresenta un tentativo, per quella parte della Lega Nord più legata alle sue origini, di recuperare un consenso in quei territori largamente erosi dal voto a F.d.I. su temi che ne hanno rappresentato la ragione costituiva, volta a dare voce e rappresentanza alle istanze di un tessuto economico e produttivo insofferente delle politiche centraliste di “Roma ladrona” e particolarmente sensibile alle pressioni della competizione tra territori imposta dalla globalizzazione.

L’apparente contraddizione tra una vocazione naturalmente centralista e dirigista di F.d.I. e quella appunto di federalismo estremo rappresentata dalla Lega potrebbe trovare nella riforma presidenzialista il suo logico terreno di scambio e compromesso politico istituzionale, creando così una miscela micidiale di populismo, sovranismo, ed egoismo territoriale .

Tuttavia è utile ricordare che istanze di differenziazione e di attribuzione di ulteriori funzioni e competenze a livello decentrato sono state avanzate anche dall’Emilia Romagna, sebbene in una chiave affatto diversa da quelle proposte ad esempio da Lombardia e Veneto, (che hanno effettuato persino referendum consultivi delle loro popolazioni – quello Veneto fu approvato con il 98% dei sì con circa il 50% del corpo elettorale – ) più sensibile ed attenta alle ragioni della coesione sociale e dell’unità giuridica della Repubblica.

Questo per dire che il tema del federalismo, quando declinato in chiave solidale, non è necessariamente appannaggio della destra e delle forze liberiste , ma può rappresentare un’opportunità ed una sfida anche per le Regioni del mezzogiorno, se esso contribuisce a far emergere chiare attribuzioni di responsabilità nella titolarità delle politiche e delle funzioni pubbliche, di maggiore responsabilità delle stesse classi dirigenti, nonché di trasparenza nel reperimento, nella allocazione e nella gestione delle risorse finanziarie e fiscali necessarie alla copertura di quelle funzioni.

Non è il caso evidentemente della bozza di riforma proposta da Calderoli il cui principale difetto è quello di collocarsi fuori da un contesto che richiederebbe, soprattutto dopo l’esperienza drammatica della pandemia, di ripensare con un ‘operazione di manutenzione straordinaria la stessa riforma costituzionale del 2001– anche alla luce del collasso dei sistemi sanitari regionali che la pandemia stessa ha messo in luce – e di rivedere la natura e la distribuzione delle funzioni legislative tra Regioni e Stato centrale, ricollocando al centro o irrobustendo quelle materie che sono più strettamente connesse con l’esercizio dei diritti sociali o naturalmente più efficientemente esercitabili a livello centrale – anche alla luce dell’implementazione degli impegni  assunti con il PNRR (si pensi alle grandi reti di trasporto e di navigazione o alla produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia oggi attribuite alla legislazione concorrente Stato-Regioni). Materie come i servizi sociali sono oggi completamente appannaggio della legislazione esclusiva delle  Regioni  pur costituendo parte fondamentale di ogni politica di welfare e della definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali da garantire uniformemente su tutto il territorio nazionale, come recita la stessa Costituzione.

Sui LEP emerge infatti la criticità più evidente della bozza c.d. Calderoli. Sebbene si rinvii ad essi come condizione preliminare al trasferimento delle competenze legislative, si tratta di un approccio parziale e soprattutto legato ad una attribuzione delle corrispondenti risorse finanziarie agganciate al criterio della spesa storica, cosa che perpetuerebbe una inaccettabile sperequazione territoriale ed una cristallizzazione degli attuali trasferimenti di risorse. Partire dai fabbisogni e dalla definizione dei costi standard (pur con tutte le difficoltà del caso) è invece la necessaria premessa di ogni riassetto delle competenze legislative e di trasferimento di risorse con conseguente attribuzione dei necessari spazi di autonomia finanziaria ed impositiva quale necessario corollario di ogni processo federalista. Costi e fabbisogno standard ai quali vanno evidentemente accompagnati, cosa che omette completamente la bozza Calderoli, sia la definizione del fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale, sia la definizione di quelle risorse aggiuntive finalizzate a rimuovere gli squilibri economici e sociali e a “promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona…. “( art.119 Cost.).

Insomma la bozza di attuazione dei principi di autonomia differenziata nasce piuttosto male e priva di quel tasso minimo di convergenza politica e istituzionale necessario ad incoraggiarne il cammino, almeno nell’orizzonte piuttosto breve che si è data.
A questo va aggiunto il ruolo del tutto marginale e ridotto ad espressione di meri pareri attribuito al Parlamento, cosa assolutamente insostenibile tanto più se, come sarebbe necessario, ogni  differenziazione delle competenze legislative  debba essere inserita in  un riordino complessivo dell’assetto ordinamentale della Repubblica e della  stessa  finanza pubblica. Il nodo “parallelo” del federalismo fiscale, che deve essere naturalmente associato ad ogni riassetto delle competenze in chiave federalista, necessiterebbe infatti anch’esso di un’operazione profonda di ripensamento e di revisione.