di GIAMPAOLO SODANO

“Esterno notte” di Marco Bellocchio ha un sottotitolo scritto a chiare lettere nelle prime inquadrature del film: “Anime perse”, il titolo preso a prestito da un film di Dino Risi stampato su un manifesto. Il regista assume la cronaca degli eventi di quel marzo del 1978 come una cornice entro cui narrare la vicenda umana del presidente della DC Aldo Moro e del suo amico Francesco Cossiga. Come in tutta la sua filmografia Bellocchio indaga i suoi personaggi: in questo film li rappresenta come anime perse che si aggirano nei meandri della politica, privi di emozioni, prigionieri del loro ruolo, incapaci di dominare gli eventi. Per imitare la prigionia di Moro, Cossiga si rinchiude in uno stanzino buio. Fuori i cittadini sembrano in preda alla follia, nelle aule dell’università o per le strade dove i giovani danno l’assalto ai negozi o chiedono di essere arrestati per parricidio.

In altra sede e in un altro momento sarà interessante una riflessione sui molteplici aspetti dell’opera di questo geniale regista.

Giancarlo Governi ci ha invitato a rileggere questa tragica vicenda alla luce della ipotesi di Moro liberato dai terroristi e di nuovo impegnato nell’arena politica del nostro Paese. Anche un semplice scambio di idee sul caso Moro richiede, dopo quaranta anni, di rileggere i fatti come li conosciamo dopo quattro processi giudiziari e quattro commissioni parlamentari d’inchiesta sul terrorismo.  


I PROCESSI


MORO-UNO E MORO-BIS – Il 24 gennaio 1983 i giudici della 1/a Corte d’Assise (presidente Severino Santiapichi) emettono la sentenza del processo per la strage di via Fani e il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Il processo unifica i procedimenti Moro-uno e Moro-bis. La sentenza condanna all’ergastolo 32 persone. Il 14 marzo 1985 la Corte d’ Assise d’appello conferma 22 condanne all’ergastolo. Il 14 novembre 1985 la Cassazione conferma quasi integralmente la sentenza.

MORO-TER – Il 12 ottobre 1988: si conclude con 153 condanne (26 ergastoli e 1.800 anni complessivi di detenzione) e 20 assoluzioni il processo denominato «Moro-ter», riguardante le azioni delle Br a Roma tra il 1977 e il 1982.  Il 6 marzo 1992 la terza Corte d’ Assise d’ appello conferma la condanna all’ergastolo per 20 imputati del processo ‘Moro-ter’. Il 10 maggio 1993 una sentenza della prima sezione penale della Corte di Cassazione (presidente Arnaldo Valente) conferma le condanne emesse in appello per gli imputati del Moro-ter.

MORO-QUATER – Il 1° dicembre 1994 il processo «Moro-quater», che si occupa di alcuni risvolti del caso non risolti dai processi precedenti e di alcuni episodi stralciati dal Moro-ter.

MORO-QUINQUIES – Il 16 luglio 1996 i giudici della seconda Corte d’Assise emettono la sentenza del processo Moro-quinquies e condannano all’ergastolo Germano Maccari per concorso nel sequestro e nell’ omicidio di Aldo Moro e nell’eccidio della scorta e Raimondo Etro a 24 anni e sei mesi.

LE COMMISSIONI PARLAMENTARI

La Commissioni di inchiesta sul terrorismo che si sono succedute dal 1979 fino al 2018: la prima “Commissione Moro” (1979-1983); la “Commissione Stragi” (1988-2001); la seconda “Commissione Moro” (2014-2018). In realtà nel 1987 ha operato un’altra Commissione di inchiesta monocamerale, che però ebbe una breve durata a causa della fine anticipata della IX legislatura.

L’attività di queste Commissioni presenta un oggetto comune, il sequestro e l’omicidio Moro, ma si svolge in contesti molto diversi. All’inizio degli anni ‘80 la Commissione d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, una commissione bicamerale costituita con legge n. 597 del 23 novembre 1979, fu uno dei più rilevanti eventi politico-parlamentari anche perché il terrorismo di sinistra in Italia era tutt’altro che sconfitto e la valutazione stessa della vicenda Moro era una questione politicamente scottante. Gli interlocutori governativi della Commissione, in primo luogo Andreotti e Cossiga, erano stati i responsabili della gestione del sequestro Moro.

Assai diverso è il contesto, in continua evoluzione, in cui ha operato la “Commissione Stragi” sotto la presidenza Pellegrino che lavorò per tredici anni, dal 1988 al 2001, affrontando molteplici aspetti del terrorismo con una specifica attenzione alla dimensione internazionale. Quando la Commissione iniziò ad operare quasi contestualmente ci fu il secondo ritrovamento delle “carte di Moro” in Via Monte Nevoso e la questione Gladio, che Andreotti, allora Presidente del Consiglio, rivelò davanti alla Commissione parlamentare Stragi, il 18 ottobre 1990. Ma la commissione fallì il suo vero obiettivo che era quello di ricostruire, nel nuovo quadro politico che si era determinato con “mani pulite”, una sorta di storia condivisa del terrorismo italiano. Un progetto fondato sull’idea che, una volta crollato il Muro di Berlino e superate le contrapposizioni ideologiche, si potesse giungere a una condivisione del nostro passato. Da questo fallimento prende le mosse la “Commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni.

Dopo più di quarant’anni anni, tutto quello che si è saputo del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, è stato scritto nella relazione finale dalla Commissione, istituita con legge 30 maggio 2014 n.82. La relazione spiega come e perché Moro non è stato ucciso sul pianale della Renault 4 rossa parcheggiata nel garage di Via Montalcini 8. In base alle nuove perizie espletate dal Ris dei Carabinieri, quell’auto non avrebbe potuto neppure avere il cofano aperto, tanto ristretto era il box dove, secondo la versione dei brigatisti, sarebbe stato ucciso Moro.

Il documento spiega che il presidente della Dc avrebbe potuto rimanere in vita se la segnalazione di un possibile attentato, giunta da fonti palestinesi del colonnello Giovannone, fosse stata ritenuta attendibile. Ma soprattutto la Commissione ha accertato, grazie alla declassificazione degli atti dei servizi segreti seguita alla cosiddetta “direttiva Renzi”, che la “narrativa” ufficiale sul sequestro e la morte di Moro, contenuta nel cosiddetto memoriale Morucci-Faranda, altro non era che una “versione ufficiale e di Stato” del caso Moro. Una verità di comodo messa a punto da magistrati, esponenti delle forze dell’ordine e naturalmente dai brigatisti. Valerio Morucci divenne addirittura consulente del Sisde, come si chiamava il servizio segreto interno.

Tuttavia la verità sul delitto Moro, fino in fondo, non è stata ancora scritta.

Non si sa in quante e quali prigioni è stato tenuto Aldo Moro, non si sa dove è stato ucciso, non si sa chi lo ha ucciso, non si sa se nel rapimento siano intervenuti altre persone oltre i brigatisti. E una domanda è ancora senza risposta: come sia possibile sparare con delle mitragliette dentro una macchina, uccidere due persone e non ferire la terza.

L’unica cosa certa è che la morte di Moro conveniva a quanti avevano manifestato il loro dissenso per le forniture di armi ai palestinesi e alla dirigenza sovietica che non vedeva di buon’occhio l’ingresso del PCI nell’area di governo. Ma al di là di ogni ragionevole dubbio c’è stato, fin dall’inizio e nel corso di tutti i 55 giorni del sequestro, il diretto intervento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso Steve Pieczenik, un agente dei servizi americani che fu incaricato di “aiutare il governo italiano e in particolare il ministro Cossiga”.

Arrivato in Italia cinque giorni dopo il rapimento, con un preciso mandato del Segretario di Stato Cyrus Vance, l’agente aveva carta bianca e non doveva, diversamente dal solito, fare alcun rapporto alle autorità americane. Nell’intervista data a Giovanni Minoli, pubblicata integralmente in coda a questo articolo, afferma che il ministro degli interni era consapevole della necessità di avere un “sistema operativo” che lo guidasse come quello che hanno i piloti degli aerei. E il sistema fu quello di convincere Cossiga della urgenza di fronteggiare “la crisi dello Stato” e di “stabilizzare l’Italia”, il che voleva dire (sono le parole di Pieczenik) impedire che i comunisti andassero al governo e da qui la necessità di “sacrificare Moro”. E quando i terroristi sembrano tergiversare nell’eseguire la sentenza di morte ecco che l’agente americano si inventa una fake news, il corpo di Moro è in fondo al lago della Duchessa, sottolineando nell’intervista che Cossiga era d’accordo con lui. Così come erano tutti d’accordo nel giudicare le lettere del prigioniero frutto della subalternità ai suoi carcerieri. Democristiani e comunisti si unirono, come Moro aveva previsto in una sua lettera, a difesa di una presunta e falsa “ragion di Stato”, per l’occasione ribattezzata “linea della fermezza” che fu l’equivalente della sentenza di condanna per Aldo Moro. Unica voce dissonante quella di Bettino Craxi e dei socialisti.

Giancarlo Governi, come nel film di Marco Bellocchio, immagina che il presidente Moro poteva essere lasciato libero dalle Brigate Rosse. Una ipotesi poco realistica se si ascoltano con attenzione le dichiarazioni di Pieczenik. Se fosse uscito vivo dalla sua prigione Moro sarebbe morto lo stesso, in un “incidente” o sarebbe stato fatto scomparire come immagina Mario Pacelli.

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