di DIEGO CASTAGNO

PROLOGO

Da qualche mese Gucci è sbarcata su Roblox, il socialgame—piattaforma che spopola tra gli under 18 e che disegna un mondo di realtà virtuali aumentate e di esperienze immersive che assomiglia molto al METAVERSO su cui ha scommesso Mark Zuckerberg. La “META-borsa” di Gucci costa all’incirca 4000 dollari, praticamente il doppio di quella “vera”. La differenza sta nel fatto che la borsa virtuale la si compra su Roblox e la usa l’avatar del proprietario mentre fa cose e vede gente negli ambienti virtuali della piattaforma.

Quella vera la si compra in negozio e la si usa quando si esce per davvero, in un ambiente reale. Quella virtuale è fatta di dati quella reale è fatta di pelle. Quale virtuale costa il doppio, non sappiamo se vale di più. Dipende, questione di punti di vista.

IL MONDO VECCHIO

Se volessi spiegare a mia figlia come era il mondo vecchio (quello nuovo potrebbe tranquillamente spiegarlo lei a me) forse dovrei provare a raccontarle di un mondo dove il virtuale non esisteva, l’immaginazione era un esercizio personale che solo a volte diventava collettivo e il privato non diventava quasi mai un fatto di interesse pubblico. Nel mondo da cui provengo la maggior parte delle cose nascevano e morivano, senza lasciare traccia, tranne i fatti di grande portata, come l’Italia che vince i mondiali del 1982 in Spagna o il muro di Berlino che cade sotto i colpi di martello della storia. Nel mondo di chi oggi ha 10 anni una foto sul proprio profilo social è una cosa seria. Le foto oggi sono dati scambiabili, tracciabili, e soprattutto, indelebili.

Trent’anni fa il telefono cellulare era considerato un bene di lusso oggi un oggetto preistorico. Oggi gli smartphone sono l’estensione dei nostri sensi, con i quali esploriamo un mondo virtuale che vale come quello reale, e con i quali interagiamo con un dito, da cui il termine “digitale”. Ci sono varie piattaforme in cui possiamo trovare quello che cerchiamo con facilità, biblioteche virtuali senza limitazioni spaziali e temporali, che esistono proprio perchè tutto è tracciabile e di fatto indelebile. Ci sono sistemi di calcolo la cui potenza era non immaginabile trenta anni fa e senza i quali non esisterebbe il mondo che oggi vediamo.

L’UOMO E LA MACCHINA

Il mondo vecchio era fatto di persone che producevano manufatti. Le persone di oggi producono bisogni, opinioni e idee e creano macchine proprio perché producano i manufatti che servono a soddisfare i bisogni, che a loro volta evolvono e assumono differenti dimensioni.

Se la macchina non sarà mai in grado di sostituire l’uomo è proprio perché la macchina non si ammala, non si stanca, non ha bisogno di cibo o di riposo. La macchina non va in ferie, non si compra una borsa nuova né va a mangiare fuori con gli amici, quindi non genera economia, né nel mondo virtuale né in quello reale. Ammesso che questa distinzione abbia ancora senso in futuro.

Da qui in avanti possiamo divertirci a immaginare come potrebbe essere il mondo di domani. Ad esempio possiamo chiederci che mestiere faranno i ragazzi che oggi vanno a scuola, sapendo bene che non lo sappiamo e sapendo che abbiamo quindi la libertà di provare a costruirne uno che sia decente per il maggior numero di persone possibile. Oppure possiamo chiederci dove vivremo, come saranno le nostre case e con quali mezzi ci muoveremo per andare da un posto all’altro del mondo.

IL METAVERSO, IL LAVORO E LA SCUOLA

Cosa c’entra il metaverso con il lavoro e la scuola? Beh, con la realtà aumentata posso lavorare da remoto o posso reinventare tutto un mondo di oggetti che da reali devono diventare virtuali per essere scambiati nel nuovo ecosistema che è oggi sia reale che virtuale. Tante borse non più in pelle ma smaterializzate, non-cose, come le chiama il filosofo coreano Byung Chul Han.

Tutto sommato forse è arrivato il momento in cui tornare a pensare che la scuola serva a formare persone e non lavoratori: potrebbe essere un idea utile anche alle imprese, che per anneghi ultimi anni abbiamo sentito e letto che servivano competenze per far crescere il sistema produttivo del paese, e che il sistema scolastico dovesse formare risorse umane con le competenze necessarie per essere subito inserite in processi produttivi, che nel frattempo cambiavano sotto la spinta dell’innovazione.

L’innovazione invece corre veloce e le competenze diventano obsolete molto in fretta senza l’opportuna manutenzione, quindi serve formarsi per tutta la vita, e serve sapere come fare. Imparare ad apprendere è forse più importante che imparare a fare il tornitore o il programmatore in angular. Questo non vuol dire che la scuola può permettersi di ignorare il mondo del lavoro, ma vuol dire che scuola e lavoro devono lavorare assieme, pensando che lo studio che si fa da ragazzi non vale per sempre, come era nel mondo che non c’è più e che il lavoro si impara lavorando.

PS Il lavoro non è più un posto ma un percorso: oggi si studia per tutta la vita e la formazione è il primo degli investimenti sia per le persone che per le aziende. Che lavoro faranno i ragazzi che oggi vanno a scuola lo scopriremo più avanti.