di BRUNO SOMALVICO (Storico dei media, direttore editoriale di Democrazia Futura)

Accetto volentieri l’invito di Giampaolo Sodano ad analizzare lo scenario politico francese dopo le  due importanti consultazioni elettorali della primavera 2022 in un contesto internazionale così delicato come quello attuale che ha coinciso in questo primo semestre dell’anno con la presidenza francese dell’Unione europea, con questa precisazione: non vivo in Francia da quasi 35 anni dopo il mio lungo decennio di studi e formazione a Parigi e, pur seguendo regolarmente attraverso la stampa e i media quanto avvenuto negli anni centrali della mia vita in questo Paese che ha segnato profondamente la mia formazione ed educazione politica, non mi nascondo il rischio reale di assumere una visione deformata (al contempo “discronica” e “distopica”)  nell’analizzare fenomeni complessi che richiederebbero una capacità di lettura sul posto della situazione concreta della Francia odierna.

Negli anni Settanta e Ottanta – lo ricordo bene quando partecipai alla sfilata di decine di migliaia di parigini che si svolse sino al cimitero di Montparnasse per rendere omaggio a Jean Paul Sartre –  il potere morale degli intellettuali in Francia rendeva questa nazione così diversa dalle altre, potere di denuncia, di indignazione contro i soprusi in una nazione che si considerava la patria dei diritti dell’uomo e si apprestava a celebrare con grande fasto il bicentenario della rivoluzione francese.

Da Le Pen padre a Le Pen figlia. La prevedibile ascesa dall’estrema destra nazional populista in un Paese in rapida trasformazione dove crescono le fratture e le disuguaglianze sociali fra centro e periferie

Un paese che sin dagli anni Ottanta aveva conosciuto in pochi anni una crescita della xenofobia e di quello che il mio amico Pierre André Taguieff qualificava come nazional populismo spiegando così l’improvvisa crescita del Front National, un partitino di estrema destra, e l’affermazione del suo leader Jean Marie Le Pen sino ad allora rimasto ai margini della vita politica francese pur avendo acquisito una certa notorietà come deputato pujadista durante la guerra d’Algeria e in occasione delle elezioni presidenziali del 1965 quando diresse la campagna elettorale del candidato dell’estrema destra Jean-Louis Tixier-Vignancour e soprattutto dopo la sua prima candidatura diretta all’Eliseo nel 1974 ottenendo al primo turno lo 0,75 per cento dei suffragi, cui seguiranno quattro altre candidature, in cui si classificherà al quarto posto nel 1988, nel 1995, e nel 2007 arrivando a sfidare nel 2007 al secondo turno il candidato della destra repubblicana, il neo gollista Jacques Chirac, dopo aver clamorosamente superato al primo turno quindici giorni prima quello che avrebbe dovuto essere lo sfidante naturale, il socialista Lionel Jospin allora primo ministro nel governi di coabitazione con l’ex sindaco di Parigi.

L’ascesa elettorale del candidato del Front National Jean Marie Le Pen venne favorita alle elezioni legislative del 1986 dall’allora presidente socialista Francois Mitterrand che fece introdurre in quell’occasione un sistema elettorale proporzionale per non amplificare la sicura vittoria del  centro destra che avrebbe comunque portato alla prima coabitazione fra lo stesso Mitterrand e il leader della destra repubblicana neo gollista Jacques Chirac. In quell’occasione – e solo in quell’occasione ci tengo a ribadirlo – le liste del Front National con il 9,78 per cento dei suffragi conquistarono 35 seggi, ovvero un numero sufficiente di deputati per costituire un gruppo parlamentare, precedute solo di pochi voti da quelle dei comunisti di Georges Marchais in forte declino cinque anni dopo quello che un commentatore politico autorevole transalpino, Jacques Julliard, su Mondoperaio definì “Il capolavoro politico di Mitterrand”.

Ci sono voluti 36 anni a sua figlia Marine Le Pen, succeduta al padre alla guida del partito nel 2011, dopo essersi classificata al terzo posto nelle elezioni presidenziali del 2012, preceduta dal candidato socialista Francois Hollande e dal presidente uscente della destra repubblicana Nicolas Sarkozy ed essere riuscita in quelle del 2017 a sfidare al ballottaggio Emmanuel Macron, per consentire alla sua nuova formazione, Rassemblement National, da lei promossa dopo la rottura politica con il padre, di ricostituire in questi giorni un proprio gruppo parlamentare al Palais Bourbon dopo aver conquistato con le liste del suo Rassemblement National ben 89 seggi. Tutto ciò, naturalmente in condizioni ben diverse da allora, con l’odiato sistema maggioritario, un sistema che nella Quinta Repubblica aveva sempre premiato i gollisti e poi le forze politiche del centro e della destra moderata da un lato dello scacchiere politico e, infine, i socialisti (con i loro alleati radicali di sinistra) a partire da quella vittoria nel 1981 alle presidenziali di Mitterrand contro il presidente uscente Valéry Giscard d’Estaing. Vittoria che coincise con la prima grave emorragia di voti subita dai comunisti, che riuscirono a mandare con questo sistema elettorale propri rappresentanti in Parlamento solo nella banlieue parigina e nelle ultime tradizionali roccaforti rosse sparse a macchia di leopardo nell’Esagono.

Gli effetti positivi del sistema maggioritario a doppio turno sulla contendibilità e la governabilità della Francia dal 1958 ai giorni nostri. Il valore politico della desistenza e della “disciplina repubblicana” per rendere competitive le sfide nel maggior numero dei collegi

Per quasi cinquant’anni il sistema maggioritario, sino al 1986, aveva favorito la stabilità governativa al vincitore delle elezioni presidenziali che poi, ripristinato sin dalle elezioni legislative successive tenutesi solamente due anni dopo sulla scia della riconferma all’Eliseo di Mitterrand nel 1988, avrebbe sempre assicurato ai presidenti eletti – salvo in occasione di una seconda ben più lunga coabitazione – una maggioranza assoluta intorno, per l’appunto, alla cosiddetta “maggioranza presidenziale” con cui avrebbe vinto nelle settimane precedenti la corsa all’Eliseo. 

La Quinta Repubblica aveva dapprima conosciuto una maggioranza a destra formata da gollisti e da una miriade di forze politiche di centro e di destra, poi federate nel 1974 da Valery Giscard d’Estaing nell’Union pour la Démocratie Française (UDF). Più tardi, dopo i due settennati di Mitterrand, gollisti e giscardiani avrebbero dato vita ad un’unica formazione che ha via via assunto denominazioni diverse, da ultima Les Républicains. lasciando fuori solo i centristi eredi della democrazia cristiana francese nel dopoguerra oggi riuniti intorno al MoDem di François Bayrou. 

Solo nel 1981, con la prima elezione di Mitterrand, il parlamento assegna una maggioranza assoluta di sinistra intorno al partito socialista e ad alcuni suoi tradizionali alleati, che beneficia peraltro anche del sostegno degli eletti del Partito comunista francese nelle tradizionali liste di Union de la gauche che avevano già sfiorato la vittoria alle legislative del marzo 1978.

In questa stagione tutte le maggioranze presidenziali (fatta eccezione per quella mitterrandiana nel 1988 che costringe il suo primo ministro Michel Rocard a dar vita ad un governo socialista di minoranza costretto di volta in volta ad ottenere altri sostegni parlamentari) disponevano di maggioranze assolute in parlamento formate nella loro stragrande maggioranza da deputati espressione dei partiti politici tradizionali eredi della Quarta Repubblica e solo in un ristretto numero di casi da personalità cosiddette indipendenti, premiate per competenze di natura tecnica, militare o distintesi nella diplomazia, nello sport nel diritto o nella scienza. La scelta dei candidati alle legislative era frutto di negoziati fra la squadra del presidente in carica e, sul fronte opposto, il capo almeno in pectore dell’opposizione e i leader dei partiti che li avevano rispettivamente sostenuti nella corsa all’Eliseo

Insieme alle elezioni presidenziali il sistema elettorale maggioritario a doppio turno congegnato per le elezioni legislative vedeva al secondo turno all’interno dei due blocchi la cosiddetta “desistenza”, ovvero quella “disciplina repubblicana” che faceva confluire al secondo turno il sostegno dei candidati sconfitti sul candidato del proprio fronte arrivato in testa o comunque  in prima posizione nel proprio blocco, il che trasformava de facto come l’elezione presidenziale anche la stragrande maggioranza dei collegi in cui nessuno risultava eletto al primo turno, come in alcune tradizionali roccaforti della destra o delle sinistre, in un ballottaggio a due al secondo turno fra il miglior candidato delle destre da un lato e quello delle sinistre dall’altro, lasciando solo raramente spazio a competizioni triangolari con candidati dissidenti o restii alla desistenza repubblicana in quei collegi tradizionalmente assegnati alle destre o in quelle roccaforti rosse in cui un’eventuale terza forza di sinistra non avrebbe comunque impedito una vittoria di un candidato della sinistra.

Il sistema semipresidenziale francese assicurava pertanto, rispetto alla Quarta Repubblica dei partiti, una democrazia competitiva con inizialmente uno scontro ogni sette anni per l’elezione del capo dello Stato, divenuta a partire dal 1965 un’elezione diretta a suffragio universale, alla stregua delle elezioni legislative per la nomina in 577 collegi dei rappresentanti dalla camera bassa, l’Assemblea Nazionale all’interno della quale poteva essere approvata una mozione di sfiducia contro il governo espressione della maggioranza del presidente in carica.

Un sistema tendenzialmente bipolare che costringeva le formazioni politiche moderate a schierarsi in un campo, o di qua o di là, impedendo la formazione di quelle maggioranze che in Italia definiremmo trasformiste secondo le più svariate formule intorno a quella che Maurice Duverger chiamava la “palude”, ovvero il centro dello scacchiere politico, un centro e un centrismo inamovibile quanto instabile come appunto lo erano i governi della Quarta Repubblica e i nostri governi italiani della Prima Repubblica, privi di reale alternanza politica.

Le riforme dei meccanismi della Quinta Repubblica introdotte da Jacques Chirac per evitare la coabitazione e la monarchia repubblicana

Jacques Chirac, introducendo il divieto di un terzo mandato consecutivo per il presidente in carica e la riduzione della sua durata da sette a cinque anni, modifica per certi versi la natura di questa democrazia competitiva con il proposito da un lato di combattere l’immagine che vede nell’inquilino all’Eliseo una sorta di monarca repubblicano. Dall’altro Jacques Chirac vuole ulteriormente rafforzare la governabilità durante il mandato presidenziale ridotto a cinque anni,  reso effettivo a partire dal 2002, dei presidenti in carica, evitando il ripetersi del fenomeno della coabitazione  che lo ha visto protagonista in entrambi i casi: dopo l’esperienza da lui avuta in qualità di primo ministro fra il 2006 il 2008 con un presidente di segno politico opposto, Francois Mitterand, che lo sconfiggerà sonoramente in occasione della riconferma di quest’ultimo all’Eliseo per il suo secondo mandato e soprattutto dopo la seconda e molto più lunga coabitazione iniziata nel giugno 1997 quando, in veste questa volta di presidente della Repubblica in carica da soli due anni, Chirac si trova costretto per i cinque rimanenti anni del suo mandato all’Eliseo a convivere con un governo di sinistra diretto da quel Lionel Jospin che sembrava allora destinato ad essere il suo principale sfidante nella corsa per la sua riconferma nel 2002 all’Eliseo. Rielezione per un secondo mandato che sarà largamente facilitata dal clamoroso sorpasso di Jean Marie Le Pen sullo stesso Jospin al primo turno, che vedrà rieletto Chirac al secondo turno con oltre 25 milioni e mezzo di voti pari all’82,21 per cento dei suffragi espressi.

Sono quindi chiare le ragioni delle riforme della Quinta Repubblica volute e adottare da Chirac. Esse peraltro riducendo il mandato presidenziale, equiparandolo a quello delle singole legislature, ottengono forse dei risultati diversi da quelli sperati  rendendo complessivamente il sistema politico francese interessato alle sole elezioni presidenziali e concependo quelle legislative sostanzialmente come cassa di risonanza e di allargamento della maggioranza presidenziale.

Negli ultimi vent’anni le elezioni legislative si sono svolte sulla scia di quelle presidenziali e i quattro presidenti succedutisi, Jacques Chirac al secondo mandato nel 2002, Nicolas Sarkozy nel 2007, Francois Hollande nel 2012 ed Emmanuel Macron nel 2017 durante il suo primo mandato, non hanno mai sciolto anticipatamente l’Assemblea Nazionale e convocato nuove elezioni se non alla scadenza naturale della legislatura. L’identificazione della durata fra mandato del presidente della Repubblica e durata della legislatura ha avuto dei riflessi politici non trascurabili nel comportamento degli elettori francesi.

Le reazioni degli elettori: aumento dell’astensionismo e malumori espressi a metà mandato in occasione delle elezioni amministrative e di quelle europee

Il settennato rendeva ancora più lunga e spasmodica l’attesa degli elettori per la scadenza delle elezioni presidenziali, giudicate come un appuntamento decisivo per le sorti del paese e su cui dunque si concentravano principalmente le attenzioni dei cittadini, mobilitando meno gli elettori del campo sconfitto alle legislative che seguivano l’elezione del nuovo capo dello Stato. Con il settennato in ogni caso l’elettore al massimo cinque anni dopo avrebbe comunque potuto premiare il presidente o l’opposizione alle elezioni legislative successive.

Con la coincidenza della durata del mandato fra le due votazioni, da un lato diminuisce progressivamente la partecipazione degli elettori non solo alle legislative ma alle stesse elezioni presidenziali, dall’altro gli elettori sono costretti a ricercare altre occasioni oltre all’astensione per esprimere il proprio malcontento (o eventualmente plauso) nei confronti del governo nazionale e più in generale verso il potere in carica. Sebbene con finalità ed interlocutori politici diversi, le elezioni europee diventano il principale test per verificare la tenuta della maggioranza nel corso del mandato presidenziale. Ma nei singoli collegi le elezioni amministrative regionali e soprattutto quelle locali per il rinnovo dei comuni, dove pesano ancora i grandi elettori che eleggono il Senato francese e, più in generale, i notabili capaci di orientare e spostare gli orientamenti dei partiti tradizionali, costituiscono una prova altrettanto importante per sondare i rapporti di forza nel territorio in previsioni dei futuri scontri nei 577 collegi elettorali che eleggono i rappresentanti dell’Assemblea Nazionale.

Possiamo sostenere a buon ragione che la democrazia competitiva si è andata vieppiù riducendo nel corso dell’ultimo ventennio, anche per il combinato disposto della fine dell’equilibrio fra due blocchi di destra e sinistra con al loro interno almeno due famiglie politiche importanti, gollisti e liberal giscardiani a destra e socialisti e comunisti a sinistra, e la crisi stessa dei partiti dominanti all’interno dei due blocchi trasformati negli anni di Sarkozy e di Hollande in macchine da guerra fra i propri notabili e grandi elettori per la scelta del proprio candidato alle successive elezioni presidenziali, anziché un luogo di confronto e di elaborazione dei programmi e dei grandi orientamenti strategici necessari per assicurare un successo politico all’operato del proprio governo di riferimento. Il combinato disposto di questi due fenomeni ha fortemente ridotto la capacità di influenza politica dei partiti e l’interesse dei cittadini per la cosa pubblica favorendo la crescita dell’astensionismo da un lato e dall’altro la crescita dei fenomeni di cooptazione anziché di selezione delle classi dirigenti fra un sempre più ristretto e separato gruppo di esponenti delle élites uscite dalle grande écoles francesi e dall’ENA, la Scuola Nazionale della Pubblica Amministrazione, e come tali paracadutate nei territori dai presidenti soprattutto nei collegi giudicati sicuri. Un fenomeno che, a sua volta, come avvenuto recentemente, genera reazioni da parte delle élites locali che – desiderose di riprendersi una “rivincita su Parigi”- dirottano il loro consenso verso  altri candidati un tempo espressione del notabilato politico dei partiti tradizionali e oggi in libera uscita. Il che spiega le difficoltà riscontrate dal centro macroniano per ottenere nuovamente una maggioranza assoluta, ma anche il successo in una settantina di collegi della destra repubblicana che taluni davano per spacciata dopo il magro risultato al primo turno delle presidenziali, quello di alcuni socialisti dissidenti presentatisi al di fuori della coalizione delle sinistre e la vittoria dell’estrema destra in 90 collegi che alla fine del primo turno sembrava essere destinata ad assumere proporzioni meno rilevanti.  

Il primo quinquennio di Macron e l’aggravamento delle fratture sociali fra le tre France

Nel 2017 le elezioni presidenziali segnano un’ulteriore svolta nella Quinta Repubblica. Pur organizzando entrambi una sorta di primarie, sia la destra repubblicana che risente ancora dei regolamenti di conti fra i suoi leader dopo la sconfitta subita cinque anni prima nel 2012 dal loro presidente uscente Nicolas Sarkozy, sia lo stesso partito socialista, vincitore in quell’occasione ma poi fortemente indebolitosi lungo tutto il quinquennio all’Eliseo di Francois Hollande, si presentano come se fossero entrambi alla fine di un ciclo. L’affermazione in quell’anno di Marine Le Pen da un lato (che come il padre riesce a qualificarsi per il secondo turno) e la vittoria dell’ex vice segretario generale dell’Eliseo di Hollande Emmanuel Macron, divenuto poi ministro dell’economia, dell’industria e del digitale del governo socialista presieduto da Manuel Valls, evidenziano lo stato comatoso delle forze politiche dominanti nei decenni precedenti. La discesa in campo nel 2017 del giovane Macron (soprannominato Jupiter, una sorta di entità divina, di deus ex machina incaricato di modernizzare la vita politica superando le vecchie cristallizzazioni politiche) infligge una severa sconfitta alle forze politiche tradizionali, in primis alla sinistra socialista con numerosi quadri del partito che lo sostengono sin dal primo turno, ma colpisce contemporaneamente anche la destra repubblicana. Il primo governo voluto da Macron vuole essere al contempo un governo di destra e di sinistra cooptando nella propria sfera come dirigenti numerosi ex quadri del partito socialista e contemporaneamente dando posti chiave ad esponenti della destra repubblicana, a cominciare da quello di primo ministro assegnato al sindaco di Le Havre Gérard Philippe.

Davanti al Louvre nel suo discorso di investitura subito dopo la vittoria, Macron impressiona l’opinione pubblica con la sua ambizione smisurata al limite dell’impudenza, un certo anticonformismo che sfoggia esibendo al suo fianco la moglie, la sua ex insegnante che potrebbe essere per età sua madre con cui aveva intrecciato una relazione quando lui aveva 15 anni e lei 40. La Quinta Repubblica francese, dopo personalità del calibro di Charles de Gaulle e Francois Mitterrand, torna ad avere un grande presidente che si ritiene allora in grado di porre fine al suo declino e allo strapotere e alla crescita di influenza da parte di una Germania che – sotto la guida di Angela Merkel – appare sempre di più al centro della scena politica e come paese guida dell’Unione europea.

Le elezioni legislative in quella prima occasione si riveleranno per la République en marche, la formazione politica che si costituisce alla guida della maggioranza presidenziale a fianco dei centristi di Francois Bayrou, una passeggiata, ovvero una… marcia trionfale. Ma la formazione, come tanti altri schieramenti elettorali nati a sostegno di un leader, farà fatica a radicarsi nel territorio.

Continuità nella politica estera filoeuropea e svolta neo liberale in economia.  

L’eccessivo potere assegnato al presidente in nome della governabilità sembra rendere pleonastica la sua maggioranza assoluta in parlamento: come negli anni della presidenza di Charles de Gaulle all’Eliseo, Giove appare al di là del bene e del male, ovvero al di là del rispetto della democrazia formale e dei meccanismi decisionali e degli equilibri con gli altri poteri e i principi di rappresentanza espressi dagli elettori votando i propri deputati. Anziché luogo di confronto e di mediazione politica il Parlamento diventa una cassa di risonanza del governo. In queste condizioni il centro macroniano volens nolens tende ad apparire come una palude senza arte né parte, un partito “tutti frutti” direbbero a Parigi, ovvero “pigliatutti” secondo la definizione coniata da Gianfranco Pasquino, a destra e a sinistra e di destra e di sinistra, dunque privo di consistenza.

La maggioranza politica intorno a Macron si trova priva di pesi e contrappesi con gli altri partiti in stato di pre agonia e cittadini in strada a manifestare del tutto privi di ascolto e di rappresentanza nelle istituzioni sempre più dominate dalle élites tecnocratiche: Il centro, come ammoniva Maurice Duverger, diventa per l’appunto una palude molto scivolosa, mentre la grande trasformazione digitale e la dittatura delle piattaforme e del cosiddetto capitalismo della sorveglianza che investe l’intero globo fanno apparire la lotta politica come sr fosse una sorta di “Monopoli”, ovvero di gioco dell’oca tecnocratico sino all’investitura: Tecnopoli 2.0.  Riducendo la sfera pubblica, l’agorà a quello che avevamo qualificato in un’altra occasione come presentismo, un eterno presente di chiacchere e di retroscena altrettanto privi di consistenza incapaci di costruire una democrazia futura.

Ma la lunga sommossa delle piazze nella stagione dei Gilets Jaunes ha certamente frenato l’avanzata di questa palude in parlamento, costringendo Macron a rinunciare a vari disegni di legge pur disponendo della maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale.

Le tre France: Parigi e i grandi centri urbani tecnologici, les banlieues e la Francia profonda

Per molto versi il quinquennio macroniano ha visto recuperare terreno alle imprese francesi  accrescendone l’affermazione. Parigi è diventata anch’essa un laboratorio di trasformazione.  Non è più la città divisa fra i beaux quartiers dei ricchi e quelli del resto della popolazione che nel tempo abbandonava una città troppo cara, respinta in una banlieue sempre più caratterizzata dalla presenza di nuove ondate di immigrati ma anche di ex ceti medi in via di pauperizzazione.

La capitale, soprattutto negli anni sotto la guida di un sindaco dichiaratamente  omosessuale e poi di una sindaca figlia di immigrati (Bertrand Delanoë e Anne Hidalgo, socialisti entrambi e portatori di nuove istanze ecologiste), è diventata il laboratorio di un nuovo ceto medio alto presente in tutti i quartieri e persino in aree tradizionalmente operaie anche al di là del raccordo anulare parigino, ad esempio a Saint-Denis (un fenomeno simile in Italia lo abbiamo conosciuto forse solo a Milano e in qualche ristretta area aree che ha beneficiato molto dell’Expo).

Modernizzazione tecnologica e transizione verde con ascesa di un nuovo ceto medio alto hanno caratterizzato la crescita di un certo numero di altre aree urbane francesi che, come nella Capitale, attraverso l’alta velocità ferroviaria e la fitta rete aeroportuale consentono anche a chi abita in certe aree urbane, in quella che veniva chiamata un tempo la Province, di vivere per l’appunto al ritmo della globalizzazione tecnologica dei mercati e delle imprese.

Il problema è che, avvicinandosi anche fisicamente grazie ai trasporti a Parigi, questi vecchi e nuovi centri urbani in via di modernizzazione anziché costituire il punto di partenza di un processo di superamento delle differenze fra Parigi e la Provincia francese, hanno ulteriormente allargato il fossato con il resto della Francia, non solo e non tanto con la banlieue che a sua volta per certi versi diventa anch’essa un laboratorio sociale, come ha ben capito Jean-Luc Mélenchon volendo dare ai suoi abitanti rappresentanza attraverso un’inedita e per certi versi ambigua, ma per altri innovativa, esperienza politica come La France Insoumise, intorno alla quale ha costruito una versione originale di una nuova aggregazione, per ora solo elettorale, delle sinistre (da quelle più tradizionali radical-socialiste e comuniste alle nuove istanze ecologiste e regionaliste).

Si è allargato altresì il fossato con l’altra Francia, quella Francia profonda e rurale che, con una marcia in meno, subisce sempre di più gli effetti della trasformazione digitale, della guerra e della crisi energetica ed è costretta a lunghi, lenti e sempre più onerosi spostamenti, una Francia che non ce la fa più, essendo ormai priva di rappresentanza politica nei palazzi del potere.

Da qui nascono il fenomeno dei Gilets Jaunes e le recenti battaglie contro il rincaro dei carburanti o per la salvaguardia di alcuni regimi speciali nel sistema pensionistico all’origine del welfare francese deciso nell’immediato secondo dopoguerra a tutela di determinate categorie come i ferrovieri, gli insegnanti o altri piccoli funzionari della pubblica amministrazione.

Volendo prendere in prestito analisi di quarant’anni fa elaborate da Claudio Martelli a Rimini, tentando di applicarle alla società francese, potremmo dire che il primo quinquennio macroniano ha contributo alla crescita di Parigi e di alcuni poli di eccellenza favorendo nuovi ceti urbani medio alti, esaltandone e incentivandone i meriti, lasciando smarriti per strada i ceti più deboli che vivono nelle aree rurali, nelle zone deindustrializzate del nord della Francia e nei piccoli centri lontani dalle reti ferroviarie ad alta velocità e interconnesse con gli aeroporti internazionali, i cui bisogni di infrastrutture, collegamenti e finanziamenti sono rimasti sguarniti o giudicati come non prioritari da un governo che si dichiarava liberale e che in tema fiscale ha abolito l’imposta sulle grandi fortune. Un governo con scelte economiche proprie della destra liberale, ma politicamente corretto sul piano della tutela dei diritti delle minoranze di genere, della convivenza multietnica e in politica estera.   

Macron nel suo secondo quinquennio continuerà a raccogliere consenso se riuscirà ad estendere la grandeur della Francia applicandola alle istituzioni dell’Unione europea, verso le quali potrebbe profondere il massimo impegno in previsione di un suo ruolo apicale a Bruxelles o a Francoforte, e se tornerà a fare di Parigi una grande capitale politica e diplomatica. Ma per lasciare un buon ricordo ai suoi successori l’inquilino dell’Eliseo dovrà realizzare anche nell’Esagono un’alleanza fra i meriti e i bisogni, ovvero superare o comunque ridurre la grave frattura fra Parigi e le grandi aree urbane innovative, una banlieue che spinge anch’essa per fare di essa un laboratorio, non solo di convivenza multietnica ma anche di opportunità di crescita per i nuovi come per i vecchi francesi, e una  Francia profonda sempre più emarginata e scarsamente tutelata anche perché politicamente non più rappresentata da ceti politici tradizionali un tempo decisivi nella selezione dei leader candidati alla guida della Francia.

La transizione ecologica e la trasformazione digitale di Parigi e di alcuni centri urbani al ritmo della globalizzazione deve andare non solo di pari passo con una banlieue ex culla rossa operaia che per essere davvero laboratorio della convivenza fra vecchi e nuovi francesi richiede un nuovo welfare, ovvero politiche del reddito e politiche di inclusione innovative, evitando il perpetuarsi delle fratture e degli episodi di incomprensione se non addirittura di odio che hanno portato fra l’altro alla fuga verso Israele di molti ebrei francesi. Deve investire prioritariamente oggi – in nome del principio di discriminazione positiva tanto sbandierato – anche su quella Francia che ha una marcia in meno, rimettendola sul binario della pari opportunità, ovvero attraverso misure ad hoc reali, non solo contro i vecchi privilegi, ma adottando azioni altrettanto innovative di quelle assicurate ai cittadini della capitale e a quegli altri ceti urbani con una marcia in più.

L’iniziale novità rappresentata da Macron e l’intuizione di far uscire la Francia dalla guerra civile permanente fra due blocchi l’uno contro l’altro armati, assecondando le richieste di aggiornamento e adattamento alle nuove leggi della globalizzazione sotto la spinta delle élite e all’interno di una nuova sovranità politica europea da condividere non solo con la Germania per recuperare lo iato tecnologico con gli Stati Uniti e rimanere competitivi in un mercato dove crescente appare il dominio cinese, sono stati punti di forza del suo quinquennio e lo hanno nuovamente premiato rinnovando il suo mandato alla presidenza della Repubblica. Ma non sono bastati di fronte a questa frattura sociale fra le tre France ad assicuragli la maggioranza assoluta.

L’illusione iniziale del ritorno alla grandeur politica dopo de Gaulle e Mitterrand non basta per vincere e soprattutto per convincere gli elettori che delusi cercano altri lidi lasciando enormi spazi politici a destra come a sinistra. Le legislative hanno dunque confermato lo scarso radicamento de La République en marche e, come già detto, il permanere dell’influenza dei baroni politici tradizionali presenti nel territorio che si sono rivelati decisivi, sia quando hanno confermato esponenti della destra moderata e della vecchia culturale radical socialista, sia quando hanno favorito lo sdoganamento dei candidati del Rassemblement National sostenendo in particolare quelli in testa al primo turno, sia (in pochi casi per la verità) sostenendo esponenti della Nouvelle Union Populaire Écologiste et Sociale (NUPES), coalizione di sinistra che tallonava al primo turno i macroniani con già 4 candidati  eletti a maggioranza assoluta e ben 195 propri candidati in testa nelle rispettive circoscrizioni, a fronte di solo altri 127 candidati eletti  al secondo turno.

Macron rischia di essere sommerso dalla palude da lui stessa creata al centro della politica francese, prosciugando progressivamente la sinistra riformista socialista e la destra moderata, se si rivelerà ancora incapace di colpire i privilegi delle caste e capace per l’appunto solo di prosciugare le culture politiche tradizionali, senza costruire un’alternativa politica e strategica credibile di fronte ai rischi di deriva tecnocratica e dittatura politica delle élite amministrative, e contemporaneamente di contrastare – sul piano internazionale – l’assoluta dittatura economica delle piattaforme e di quello che è stato definito come il nuovo capitalismo della sorveglianza.

La sua stessa maggioranza politica oggi condivisa non solo con i centristi del MoDem di Francois Bayrou ma anche con Horizons, la nuova formazione del suo ex premier Edouard Philippe, potrebbe lentamente evaporare man mano che si avvicina alla scadenza delle prossime presidenziali alle quali Macron non potrà ripresentarsi per un terzo mandato. Il rischio di implosione in prospettiva di questo centro macroniano è reale, soprattutto se i governi di questo secondo quinquennio con Macron all’Eliseo non affronteranno di petto la nuova frattura sociale che colpisce i piccoli centri e la Francia rurale che hanno trovato invece espressione del loro malcontento nel voto non solo di protesta andato ai candidati del Rassemblement National. Una situazione che, vedendola in prospettiva delle future consultazioni previste nel 2027, spinge prudentemente il gruppo dirigente della destra moderata dei Républicains a respingere le offerte di partecipazione ad un governo di coalizione con i macroniani e di mantenersi all’opposizione per impedire che il malcontento crescente sia sfruttato politicamente solo dell’estrema destra.

La rivincita della politica e della centralità di un Parlamento umiliato dal dominio assoluto della palude macroniana

Per ricomporre sul piano politico la frattura prodottasi nei suoi primi cinque anni di governo, la tentazione di Macron è quella di ricorrere  alla ricetta gollista di dar vita come nel dopoguerra ad un governo di unità nazionale che, seguendo l’esempio italiano di Mario Draghi, sia in grado di rimettere a posto i conti realizzando finalmente la riforma delle pensioni, rafforzare il prestigio internazionale della Francia, ma soprattutto ridurre le distanze fra le tre France ponendo le basi come nel dopoguerra per un nuovo welfare adattato alla società digitale.

Alleare anche in Francia meriti e bisogni è un’impresa molto difficile. Soprattutto con quello che rimane delle destre francesi che non spiccano per spirito innovativo ma al contrario difendono una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria della sovranità nazionale.

Rimane a Macron la possibilità di aprire un dialogo serio con le forze riformiste radicali, socialiste e verdi e con quelle rappresentate nella Francia multietnica che La France Insoumise si propone di rappresentare.

Non basta nominare come primo ministro un’ex esponente dell’area moderata del partito socialista Élisabeth Borne. In alcuni collegi i candidati macroniani di origine socialista sono stati sconfitti da sfidanti socialisti, sia presentatisi come candidati dissidenti attraverso proprie liste autonome, sia prescelti come candidati ufficiali socialisti all’interno della coalizione delle sinistre.

La NUPES, pur non esprimendo un progetto politico omogeneo e coerente e non essendo in parte immune da una certa qual dose di populismo e di sovranismo anti-europeo, è certamente una delle novità del secondo turno di queste elezioni legislative che hanno visto ricompattarsi le sinistre in un’alleanza intorno a Jean Luc Mélenchon dopo la dispersione al primo turno delle presidenziali che gli aveva impedito di sfidare Macron al secondo turno[1].

Vedremo se i quattro gruppi parlamentari costituitisi intorno a La France Insoumise, ai verdi, al partito comunista francese e al partito socialista, sapranno consultarsi e coordinarsi proponendo un’opposizione costruttiva e credibile.

Conclusioni

La crescita della disaffezione civica e politica e dell’astensionismo di fronte allo strapotere delle élite e della tecnocrazia è il segno dell’incapacità dei partiti tradizionali di riuscire a incarnare la nuova Francia o, meglio, un progetto unitario che tenda a tenere insieme le tre France attuali, salvaguardandone le peculiarità ed esaltandone i pregi e le potenzialità. E tutto questo in un mercato globale, come quello in via di formazione, che non accetta soluzioni come le decrescita felice, ma chiede innanzitutto maggior forza e ricompattamento, ovvero maggiore coesione al proprio interno, un nuovo equilibrio fra tecnocrazia e democrazia in Francia, la patria della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e della separazione dei poteri, che tenga conto del monito espresso dal voto che invita al contempo a rilanciare la partecipazione attiva dei cittadini alla cosa pubblica, invertendo la pericolosa tendenza all’astensionismo, e a garantire una ritrovata centralità del parlamento, restituendo ai rappresentanti dei partiti eletti direttamente dagli elettori il loro ruolo di elaborazione politica e programmatica e non solo di  ratifica di quanto deliberato dal governo.

Solo tenendo conto di questi elementi decisivi quanto determinanti per amministrare una società così complessa e in rapida trasformazione come la Francia di questo inizio del terzo millennio le ambiziose sfide annunciate da Emmanuel Macron potranno essere in parte realizzate lasciando un segno nella storia di un grande paese come la Francia. Altrimenti l’Ira di Giove è destinata a scatenarsi di nuovo in proporzioni inimmaginabili e la Francia sarà costretta a ricominciare da capo a ricercare un suo nuovo Vercingetorige, un condottiero capace di traghettarla, due millenni dopo, nella nuova era che ci aspetta nei prossimi decenni.


[1] Si lega il mio commento per Democrazia futura sul secondo turno delle legislative francesi:  Bruno Somalvico, “Il ritorno della p