FIRENZE – Il Festival dell’Economia civile di Firenze, giunto alla sua quarta edizione propone un cambio di paradigma e presenta una visione diversa di economia, alternativa a quella che ha prodotto effetti collaterali di grande portata, che si scaricano tutti sui territori e sulle comunità, l’altro grande tema del festival.

L’apertura dei lavori è una “Lectio” tenuta da Niccolò Bellanca dedicata a Giacomo Becattini, professore di economia  a Firenze, che si occupò di distretti industriali e del ruolo dei sistemi economici locali e della piccola e media impresa nello sviluppo economico italiano. Becattini fonda “Lo sviluppo locale”, una rivista scientifica che si occupa di “sistemi locali, inalienabili piattaforme per lo sviluppo umano” e i luoghi in cui si le energie delle comunità diventano azione concreta. La Lectio di Bellanca è centrata sullo spirito ribelle dei luoghi, da cui parte tutto e nel quale tutto torna. Eventi climatici estremi compresi.

Crescita e sviluppo non sono la stessa cosa, naturalmente. La teoria dello sgocciolamento, l’idea per cui bastava favorire la crescita per far ripartire i consumi e dare a tutti benessere, non ha avuto gli effetti sperati. Oggi si pensa a come favorire l’accesso alle opportunità, le “capability” teorizzate da Amartya Sen che valgono all’economista indiano il Nobel per l’economia. Capability è la sintesi di capacità e di abilità, senza le quali le opportunità non vengono colte da chi ne ha realmente bisogno. La priorità è “come” ridurre le disuguaglianze, e per farlo non basta occuparsi di povertà. Per Stefano Zamagni, uno dei primi animatori del festival, le politiche che servono a contrastare la povertà raramente hanno effetto sulla riduzione delle disuguaglianze, che oggi sono uno dei motivi principali che indeboliscono la democrazia e la partecipazione. Servono misure e politiche di lungo periodo, di sistema e integrate.

Alla giustizia sociale e all’economia civile è dedicato un talk con Stefano Scarpetta, direttore per il lavoro, l’impiego e gli affari sociali del’OCSE, e Luciana Castellina. Scarpetta e Castellina dialogano su cose conosciute dagli addetti ai lavori, ma di cui sembra mancare la consapevolezza, ad esempio del livello di sostituzione tra uomo e macchina, che non solo crea disoccupazione ma determina un generale peggiorante della qualità del lavoro. O ancora della centralità della scuola e dei processi educativi e formativi nella società della conoscenza, in tempi in cui l’ascensore sociale si è rotto definitivamente e le opportunità restano fuori dalla portata di quanti ne avrebbero più bisogno. Il rischio, secondo la Castellina, è quello di “rompere la società”. La Giustizia sociale, un grande rimosso di questi anni, è ormai stabilmente al centro dei dibattito pubblico, come la scuola e il lavoro, dopo lo shock della pandemia. Forse un po meno nelle agende elettorali dei partiti. Un consiglio alla politica, molto presente a livello istituzionale a Firenze, lo da il Cardinal Zuppi “la politica dovrebbero fare una full immersion in questo Festival per acquisire delle nuove consapevolezze, capire che ci sono dei problemi e che le risposte sono possibili. Dato che la politica deve fare questo, ovvero trovare soluzioni, un luogo senza interessi secondari come questo farebbe bene alla politica”.

Volendo fare una sintesi di queste giornate fiorentine, si possono raccogliere le spinte che vengono da energie civiche e “civili emergenti”, che provano a ripensarsi in un contesto che parte dalle comunità ma che mantiene vivo uno sguardo lungo, altrove. Il tentativo di mettere assieme le esperienze di chi “fa” sui territori non è nuovo, ma è sempre utile, in particolare se si parte dalla valorizzazione di quello che c’è ora di molteplice e diverso per generare innovazione.

Il tema della sostenibilità e dell’economia civile non è più avanguardie nel dibattito “civile” e politico del paese. Ora serve capire come partecipare, appunto, una delle urgenze qui ed ora della nostra democrazia. Oppure, citando nuovamente Luciana Castellina, come costruire consapevolezza di quello che è cambiato per cercare di dare senso al cambiamento.

Una piccola digressione, a proposito di mode e di avanguardie di pensiero. Antonio Genovesi fu il primo professore di economia in Europa. Insegnò a Napoli, cattedra di Economia istituita nel 1754, e fece parte della straordinaria stagione dell’illuminismo napoletano. Tra le sue opere quello che viene considerato dagli studiosi il primo trattato di economia al mondo: “Le Lezioni di commercio o sia di economia civile”. Genovesi, cosi come GianBattista Vico e altri, è un Illuminista, ma rispetto alla scuola milanese da cui nasce la teoria dell’utilitarismo è convinto che la persona sia una realtà che vive di relazioni e di reciprocità, e che Il mercato deve basarsi sul bene comune e sulle virtù civili, non sull’utile.

Ha vinto per anni il pensiero utilitarista, ora forse il vento è cambiato.

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