di GIUSEPPE BEA

Una recente indagine statistica sull’imprenditoria immigrata, nell’area romana, aveva evidenziato una importante rilevanza numerica dell’imprenditoria giovanile bangladese, e il grado di partecipazione dei giovani italiani nel settore del lavoro autonomo. Si può osservare come, nella complessità del lavoro imprenditoriale straniero, i giovani immigrati ne siano maggiormente coinvolti, con un grado di partecipazione pari all’11,5% (3.943 unità nella fascia tra i 18-29 anni). Lo stesso non si può osservare per i giovani autoctoni, che hanno, al contrario, una minore incidenza sul totale delle attività imprenditoriali provinciali italiane, attestandosi al 5,4% (7.836 nella fascia tra i 18-29 anni). Questo dato fa riflettere, soprattutto alla luce di una elevata disoccupazione giovanile, che renderebbe il lavoro autonomo un ottimo sbocco lavorativo. Questa bassa propensione al lavoro autonomo, però, presente anche sul piano nazionale, dimostrerebbe il contrario. Le probabili motivazioni possono essere trovate: nelle criticità sistemiche, che colpiscono sia gli italiani che gli immigrati imprenditori (burocratiche, fiscali, creditizie), nelle peculiarità culturali ed, infine, nella componente motivazionale. Sono proprio quest’ultimi aspetti che effettivamente spiegano la minore propensione al lavoro autonomo dei giovani italiani. Le criticità sistemiche, infatti, sono elementi di disturbo, che, per loro natura, non fanno distinzioni tra differenti cittadinanze. Le difficoltà burocratiche, l’elevata pressione fiscale e lo sforzo nell’ottenere un finanziamento, infatti, sono realtà che devono essere affrontate da chiunque decida di aprire un’attività, con l’unica differenza che i giovani immigrati riescono, rispetto alla controparte autoctona a farvi fronte con maggior successo. Quali sono, quindi, gli aspetti che spingono i giovani immigrati ad avere quest’impulso addizionale capace di renderli più risoluti nel concretizzare i propri obiettivi imprenditoriali? Probabilmente, da un loro punto di vista culturale, l’aspetto più influente è la mancanza di pregiudizi nei confronti del lavoro manuale, che in Italia invece, negli ultimi anni, viene spesso demonizzato dalle giovani generazioni.

         Una siffatta diversa prospettiva è originata, con molta probabilità, dal fatto che nel nostro Paese al lavoro viene data un’importanza soprattutto sociale piuttosto che economica: Vi sono, infatti, lavori artigianali che vista la professionalità richiesta sono molto remunerativi, ma che allo stesso tempo non offrono, da un punto di vista sociale, uno status comunemente riconosciuto come appetibile. Ciò alimenta il processo della successione ecologica, che conduce alla parziale o totale sostituzione, in alcuni settori produttivi, delle imprese italiane con quelle straniere. Questa è, però, una risposta parziale, che può essere valida solo per alcuni aspetti: ad esempio per chi ha studiato e si vede costretto a cambiare i propri progetti professionali.

         La componente motivazionale, invece,   aiuta a superare la normale paura di non riuscire e, inevitabilmente, a trovare la risolutezza necessaria per affrontare le difficoltà sistemiche.

         L’impulso a perseverare nei propri obiettivi, viene, inoltre,   alimentato dal bisogno determinato dalla necessità di sopravvivenza che è rimasto un tema sconosciuto alle giovani generazioni italiane degli ultimi anni. I giovani immigrati, al contrario, spesso provengono da Paesi dove le condizioni socio-economiche sono estremamente critiche e dove il concetto di bisogno assume una valenza più forte.

         La crisi economica determinata dalla crisi energetica e ambientale, la fine del globalismo ed una rivalutazione delle produzioni locali ,genera una conseguente mancanza di lavoro stabile, ed ha riproposto, anche nel contesto italiano, il concetto di bisogno che, però, non sembrerebbe aver raggiunto, almeno per il momento, la stessa impellenza registrata dalle giovani generazioni straniere. E’, quindi, necessario, per dare nuova linfa vitale al sistema imprenditoriale italiano, aspettare che il quadro economico degeneri ulteriormente per condurre ad un adeguato coefficiente motivazionale? Ma soprattutto tutto ciò è giusto? Sarebbe, invece, utile procedere con delle riforme legislative che riducano le difficoltà sistemiche, prima di arrivare ad una condizione in cui il concetto di bisogno rientri totalmente nella vita delle famiglie italiane. L’Italia è un paese ricco d’idee innovative che aspettano solo di essere realizzate, ma ciò rimane possibile solo fin quando le giovani generazioni continuino a coltivare un futuro d’ambizione e non di rinunce.