L’arresto dell’agenda sociale e il prevalere delle promesse a vanvera sono i pericoli di un’ulteriore sconnessione tra politica e società

di STEFANO ROLANDO

Voglio dire due parole – anche se la notizia è di qualche giorno fa – sull’ironia ovvero sui cenni polemici nei confronti di Mario Draghi – il Mario Draghi del discorso in Senato del 20 luglio che ha aperto la crisi finita con le dimissioni da premier – tema che ha occupato per una settimana le prime pagine dei giornali. Ora la notizia è archiviata. Si parla solo degli stracci che volano tra i partiti su liste, alleanze, tradimenti, promesse, minacce.

Quei passaggi nel discorso di Draghi come hanno colpito me credo che abbiano emozionato anche una certa parte del Paese.

  • Prima ha detto: “Gli italiani hanno sostenuto questo miracolo civile e sono diventati i veri protagonisti delle politiche che di volta in volta mettevamo in campo”.
  • Poi ha detto: “Mai come in questi momenti sono stato orgoglioso di essere italiano”.
  • E ancora dopo ha aggiunto:L’unica strada, se vogliamo ancora restare insieme è ricostruire da capo questo patto, con coraggio, altruismo, credibilità. A chiederlo sono soprattutto gli italiani. La mobilitazione di questi giorni da parte di cittadini, associazioni, territori a favore della prosecuzione del Governo è senza precedenti e impossibile da ignorare.  Ha coinvolto il terzo settore, la scuola e l’università, il mondo dell’economia, delle professioni e dell’imprenditoria, lo sport”.
  • E alla fine ha concluso: “Sono qui, in quest’aula, oggi, a questo punto della discussione, solo perché gli italiani lo hanno chiesto. Questa risposta a queste domande non la dovete dare a me, ma la dovete dare a tutti gli italiani”.

È stato accusato di populismo. Come se invocare da quei banchi il popolo, nel cui nome è scritta la Costituzione, fosse stato un cedimento al vezzo introdotto dai reali populisti, per citare sempre quel popolo per lo più a vanvera.

La mia domanda è:  chi, se non un capo del governo nel momento più critico della tenuta di quel governo di emergenza che avverte l’attacco alla sua missione non del tutto compiuta, ha il diritto di considerare un agguato l’uno-due dei Cinque Stelle e poi delle destre e di vedere al tempo stesso una reazione francamente non scontata di migliaia di sindaci e di esponenti di responsabilità sociali, professionali, valoriali?

Chi se non un capo del governo nel guado di un’emergenza ha il diritto di chiamare a giudice di questa divaricazione – tra palazzo e popolo – il popolo stesso?

Si è finalmente aperta una citazione del popolo partendo non da una captatio ma da un moto popolare potente di autonomia di giudizio politico. E in questo c’è una catena storica che lega vicende ed episodi che sono il paradigma civico del Paese.

Si è riaperta la legittimità del tema dell’Italia dal basso. Tema condiviso da una gran parte di elettori che non vorrebbero essere chiamati “populisti”.

Insomma, alcuni hanno ritenuto opportuno segnalare che il richiamo al popolo da parte del capo di un governo entrato in crisi può mettere quella parola – cioè l’espressione “popolo” – in condizione di diventare un disvalore.

Cosa che se fosse vera ci costringerebbe a riscrivere un buon pezzo della storia d’Italia.

Gioberti diventerebbe populista perché scrisse sulla necessità di pensare il pensiero del popolo. Garibaldi diventerebbe populista perché a Teano si sentì con la delega di un più ampio popolo rispetto al Regno di Sardegna. Comunisti e socialisti sarebbero condannati in eterno perché si sono permessi di cantare “Avanti Popolo”. La DC sarebbe grillinizzata perché il suo quotidiano era “Il Popolo”. E ogni presidente di Tribunale verrebbe zittito ogni volta che pronuncia una sentenza “in nome del popolo italiano”.

Grazie a questo episodio possiamo invece mettere nell’agenda di oggi il tema della legittimità del fare politica con il pensiero e l’iniziativa dell’Italia dal basso. Che per la verità – così come lo stesso Draghi l’ha interpretata – è soprattutto quella del tessuto intermedio, della rete delle responsabilità che si riconducono allo spirito civile (in quanto si rivendica una società laica) e allo spirito civico (in quanto si rivendica una società partecipativa).

Rimuovere il quadro di separazione e di indifferenza tra politica e società (supera strutturalmente il 90% il sentimento di sfiducia nei partiti segnalato dalla demoscopia in tutti i modi e ha superato il 50% l’astensionismo elettorale, con un’onda crescente tra i giovani) non è questione di qualche “trovata” comunicativa a Ferragosto, buttata lì prima di andare a votare.

Il percorso che il cantiere dell’emergenza ha proposto (gestito dall’agenda Draghi e da alcuni tecnici di livello a presidio delle tematiche delle transizioni, quella economico-finanziaria compresa; ma con una ampia rappresentanza della politica costretta a un metodo e a un clima che è apparso come una possibile contaminazione rigenerante) non a caso conteneva anche una “agenda sociale”, lanciata attorno ad alcuni aspetti di ragionevole e compatibile rimozione di cause di quel conflitto.

Non saranno i programmi elettorali delle pensioni a mille euro a tutte le casalinghe o delle detassazioni da isole Cayman a mantenere il quadro responsabile di quell’agenda.

Quindi il tema si sposta – a serio rischio per l’ulteriore impoverimento democratico – all’indecifrabile contesto post-elettorale.

Con il bisogno inderogabile che quell’Italia dal basso trovi comunque canali di interpretazione assolutamente credibili e che la polarizzazione in atto dello scontro elettorale tenga aperta la via, anzi le vie grazie al ruolo dei nostri territori socialmente e civilmente differenziati, per andare oltre il pur importante breve termine. Conservando nell’Europa e nella complessa catena civica interna due sponde allo scorrimento di un fiume che oggi sembra combattere con la siccità ma all’improvviso potrebbe anche presentarsi come un pericolo alluvionale.