di GIANFRANCO SALOMONE

Domenica prossima, 25 settembre, saremo chiamati alle urne per eleggere il nuovo parlamento. Sarà una scadenza determinante  per la vita nazionale, sociale, economica e politica dei prossimi anni.  Appuntamento decisivo per chi, nonostante tutto, continua a credere nella possibilità che il nostro Paese consolidi i suoi standard di vita e  la sua caratura internazionale.

    Già, nonostante tutto!   Perché,  l’Italia è forse il paese più strano e imprevedibile del mondo, capace di rischiare l’autoaffondamento quando, avendo  finalmente  un pò di vento in poppa, ha deciso di sbarazzarsi del timoniere che l’ha portata fuori dalla  grande burrasca.

    Quel nocchiero risponde al nome di Mario Draghi, che forse non sarà un grandetimoniere alla Mao Tsetung, ma per le nostre dimensioni   ha dimostrato di avere stoffa da vendere.

    Per natura irriverente, mi viene in mente una metafora calcistica che si attaglia alla situazione politica italiana. La campagna elettorale che si avvia a conclusione  ricorda il calcio mercato estivo. Chi ha un buon calciatore se lo tiene stretto o lo cede a caro prezzo. Con un fuoriclasse  si sbanca il mercato. Ma, c’è pure qualche club che gioca all’assurdo, ha in mano il cartellino di un big mondiale e  lo lascia andare a parametro zero,  per sostituirlo con una promessa della serie dilettantistica.

    Quello che è avvenuto ad agosto, con la crisi di governo decisa da Conte, Salvini e Berlusconi, ha nulla da invidiare al club dell’azzardo. Tre personaggi politicamente squalificati,   tristi eroi della crisi italiana,  alla ricerca del tempo perduto. L’avvocato orfano inconsolabile della presidenza del consiglio, il capitano  nel disperato inseguimento a Giorgia Meloni, il  cavaliere con le sue pillole quotidiane in attesa di finire al museo delle cere. Da  mettersi le mani nei capelli (ed io non posso farlo).

     Uno di loro, Conte, sarà in ogni caso all’opposizione, magari con il buon pacchetto di voti che  porterà a casa. Gli altri due, Salvini e Berlusconi, derubricati dagli elettori,  finiranno come gregari nella squadra del centro. E,  qui,  quando si dovranno affrontare le situazioni vere e concrete che sono sul tappeto,   nascerà un duplice problema per l’on. Meloni,  dovuto alla gelosia di ruolo e alle pretese immaginifiche  dei suoi  antagonisti  alleati.

    In campagna elettorale, la leader di Fratelli d’Italia si sta dimostrando la più realistica sui temi economici, ma scarroccia su quelli   internazionali. La sua collocazione a  fianco e in appoggio a personaggi come l’ungherese Orban la porterà a collidere con le scelte di fondo dell’Unione Europea, con una caduta del ruolo italiano appena  divenuto centrale con  Draghi.  Salvini,  sputtanato in eterno dalla  sua maglietta con l’immagine di Putin,  l’aiuterà in discesa, mettendogli bastoni tra le ruote in materia fiscale e sulla questione delle autonomie regionali. Berlusconi, in ogni caso, non toccherà palla, ma vorrà apparire il deus ex machina  che non è più, il  conducente di un  carro senza timone.

     La Meloni, presto,  si troverà   dinanzi a un bivio, sbarazzarsi della compagnia per non andare a sbattere, o cambiare strategia.  Nell’un caso e nell’altro, sarà la conclusione di un’esperienza politica, aprendo uno scenario attualmente incredibile, con il rimpallo della situazione  al Quirinale, che dovrà valutare tra  un ritorno più o meno immediato alle urne  in alternativa  ad un altro e nuovo governo di unità nazionale. 

    L’esperienza italiana e la sua breve tradizione democratica (non ancora 75 anni) fa apparire dubbia e difficile, forse addirittura  pericolosa,  la prima ipotesi, che è invece prassi naturale per  paesi come il Regno Unito che vantano uno status consolidato da secoli di sovranità popolare.

    Se lo scenario descritto, frutto  della mia fantasia personale (e, forse, non solo), si verificasse  da qui a qualche mese,  con l’intoppo contro questioni cruciali come la nuova legge di bilancio e la realizzazione  del piano di ripresa con i fondi europei (PNRR), ecco che la seconda ipotesi finirebbe per cadere sulla scrivania del Presidente della Repubblica.  Si tratterebbe, allora, di scegliere a chi affidare il compito di riprendere la navigazione. 

      Nell’antica Roma (siamo al V sec.  a. C.) in un caso di estrema necessità (la guerra  e la sconfitta paventata contro gli Equi) fu risolto  richiamando  dalla  campagna, dove  badava ai raccolti, un certo Cincinnato, Lucio Quinzio Cincinnato, che condusse la Patria fuori dagli affanni.   

    Nell’Italia  si farebbe presto a cercare.  Si scorge solo un Cincinnato e non perché venga sottolineato da    New York, dove,  ieri l’altro,  è stato assegnato il World Statesman  Awward, attribuendolo a Mario Draghi, quale  statista più importante dell’anno  a livello internazionale.  Draghi, di per sé, non aveva e non ha bisogno di quegli encomi, ma tanto basta per mettere la sordina agli strepiti elettorali di questi giorni. Qualora necessario, la scelta del Quirinale sarebbe facile e la partita  chiusa.    

   Uscito con il “no” pronunciato in sala stampa, il personaggio sarebbe  “forzato” a rientrare dalla porta principale  di Palazzo Chigi.

   Del resto,  ha ampiamente  dimostrato di avere il polso di un antico romano.