di GIUSEPPE SCALETTA

Dal 29 settembre al 2 ottobre, a Modena, si è tenuta la settima edizione dello Smart Life Festival il cui tema è l’Umanesimo 5.0, ovvero “una delle più significative trasformazioni che caratterizzano il presente: la costruzione di quella che studiosi e analisti definiscono “Società 5.0” o super smart society”.

 Il 1° ottobre, presso le sale del Collegio San Carlo, l’Ing. Paolo Felicani e l’Ing. Johanna Ronco hanno tenuto un intervento dal titolo “Industria 5.0 e Umanesimo 5.0 – Il punto di vista dell’ingegnere”. Per chi si fosse perso le puntate precedenti dall’industria 1.0 a quella futura, perché di questo stiamo parlando. Ecco come sono andate più o meno le cose.

1705: Thomas Newcomen sviluppa la prima macchina capace di trasformare l’energia chimica, data da una combustione, in energia meccanica. È l’alba della prima rivoluzione industriale. A questo grande balzo (non ci interessa se in avanti o in dietro) ne seguiranno almeno altri quattro.

Intorno al 1870 il progressivo sviluppo della corrente elettrica porta all’illuminazione pubblica e alla produzione di massa (industria 2.0) e circa un secolo dopo il digitale e la computer science in generale portano l’uomo nello spazio. Nella stessa direzione ma di verso opposto, la grande invenzione del Web porterà la proverbiale “montagna” ad andare da Maometto, consegnando tutto il cosmo dentro il palmo di chiunque abbia un dispositivo collegato ad Internet (industria 3.0).

La quarta rivoluzione è quella dei sistemi fisico-cibernetici in cui Intelligenza Artificiale, robotica, ingegneria genetica, computer quantistici e altre tecnologie portano l’industria 4.0 ad una sempre maggiore automazione, ovvero, ad una progressiva riduzione della presenza umana all’interno dei sistemi di gestione e produzione.

Quindi in estrema sintesi: tutte le rivoluzioni industriali sono esiti produttivi, o meglio economico-sociali, di innovazioni tecniche e tecnologiche. La quinta rivoluzione industriale però va a scardinare proprio questa consuetudine Non è, infatti, una scoperta scientifica o un’innovazione tecnologica in particolare a fare da molla al cambiamento ma più generali necessità sociali e di sostenibilità ambientale. L’industria 5.0, che l’Unione Europea intende come completamento e ampliamento della versione precedente, al momento è un’idea regolativa, un obiettivo. E in questo obiettivo sta l’umanesimo 5.0: riportare al centro l’uomo, riumanizzare oltre che automatizzare in un momento in cui l’automazione ha raggiunto livelli tanto alti.

L’automazione è sempre stata una finalità del mondo del lavoro se la si intende come l’insieme di quei processi e di quegli strumenti atti a diminuire “il sudore della fronte”. Ma nell’industria 4.0 ha mostrato il suo “dark side”, la dark factory. Qual è il modo migliore per far “sudare” l’uomo e la donna il meno possibile? La dark factory risponde: togliendoli dal processo industriale. Le “fabbriche buie” sono così chiamate perché sono disabitate dall’essere umano. Alle macchine non sono necessari impianti di illuminazione o riscaldamento per cui l’intero processo produttivo avviene in un buio scandito solo dal perfettamente cadenzato ritmo del lavoro automatizzato. Riprendendo le parole dell’Ing. Johanna Ronco “la fabbrica 4.0 estrema è un luogo ‘sacro’, cioè ‘inaccessibile’ per l’essere umano”.

Parrebbe quasi che Dio si fosse ripreso la maledizione con cui aveva punito Adamo per il suo peccato. La terra è tornata a darci frutti senza il nostro lavoro, ma allora perché non siamo tutti felici e beati come nel primo Eden? Perché piangiamo e ci lamentiamo se ci “liberano” da questa “punizione originaria”?

La domanda è filosofica per eccellenza, e ce l’ha insegnata Socrate: Che cos’è il lavoro? Una benedizione o una maledizione? Un mezzo attraverso cui nobilitarsi e autorealizzarsi o una punizione che ci impedisce di mettere le mani dove vogliamo?

Porci questa domanda è fondamentale per capire se l’automazione vada arginata o incoraggiata. In fondo, quasi tutti gli umanisti e proto-umanisti sono stati benestanti che potevano permettersi di non lavorare e di impiegare tutto il loro tempo a leggere e a indagare l’uomo. D’altro canto, si potrebbe obiettare che anche quello intellettuale è un lavoro, essendo esso un impiego di energie volto ad uno scopo. Come si vede, il tutto dipende dalla definizione che diamo al lavoro, e mi spingo anche oltre, dal modo in cui vogliamo ridefinire il lavoro.

Cambiando ancora punto di vista e assumendo quello di “addetto alla filosofia”, ammetto che mi interessano molto di più le domande che le risposte. Ma ciò di cui sono certo è che interrogarsi sul che cosa l’uomo faccia con le sue risorse, equivale a interrogarsi su chi l’uomo sia. A suffragio di questa mia convinzione, mi aiuto con le parole di Stanislaw Lem, grandissimo filosofo e scrittore di fantascienza del nostro secolo, in “Ritorno all’universo”: «Dopo di che noi, che avevamo bramato la tranquillità come nessun’altra cosa al mondo, una volta realizzato il nostro sogno in maniera perfetta, lo avevamo subito disprezzato”. Platone lo aveva detto più di 2000 anni fa: «Infelice, avrai quel che desideravi».