di MARIO PACELLI

Quanti figli ha avuto nella sua vita Benito Mussolini? Può sembrare un pettegolezzo: è invece un particolare che serve a meglio mettere in luce la complessa personalità dell’ex Duce, e la sua “esuberanza” anche a questo proposito.

Oltre a quelli avuti dalla moglie Rachele, vi sono alter persone che potrebbero- o avrebbero potuto, in quanto defunte, chiedere (peraltro difficilmente riuscendoci) di chiamarsi Mussolini: quante siano state nessuno può dirlo con esattezza.

I figli di Rachele

1° settembre 191O: nasce a Milano Edda, figlia di Rachele Guidi e di Benito Mussolini. Rachele e Benito convivono dal 17 gennaio: Mussolini ha fatto il grande passo fidando sul nuovo incarico di direttore del settimanale “Lotta di classe”, organo della Federazione socialista di Forlì. Lo stipendio, cento lire al mese, è appena sufficiente per pagare l’affitto ed il minimo indispensabile per vivere. Il padre definirà Edda “la figlia della povertà”, una figlia alla quale appare subito molto legato. Lo rimarrà per tutta la vita anche quando il rapporto si farà molto difficile per divenire drammatico nell’ancora lontano 1944.

Nessuno fino ad oggi in base ai documenti disponibili è giunto a conclusioni sicure a proposito dei figli che Mussolini ebbe dopo Edda. La questione può sembrare di scarsa importanza sotto il profilo storico: ha rilevanza però se si vuole avere un quadro di riferimento complessivo della personalità del Duce e del  mondo  che ruotava intorno a lui per i motivi più diversi (denaro, potere, affetto, o l’una e l’altra cosa insieme).

Qualche incertezza esiste perfino a proposito dei figli che Mussolini ebbe da sua moglie Rachele (la sposò con il solo rito civile il 17 dicembre 1915 e con il rito religioso alcuni anni più tardi per i motivi di cui sarà detto più avanti).

Saverio Polito, che diverrà nel dopoguerra questore di Roma, dopo la fine del regime fascista accompagnò Edda a Lipari per scontarvi i due anni di confino al quale era stata condannata (agosto 1945). Nell’occasione, le chiese le generalità forse solo  per avere occasione di aggiungere “E mi dica la verità. Sappiamo benissimo chi è la sua vera madre! Noi della polizia abbiamo i dossier pieni di notizie”.

Non era una

affermazione campata in aria: negli anni passati era corsa infatti una voce, che certamente aveva trovato spazio nei documenti della attenta polizia politica fascista, secondo la quale Edda sarebbe stata figlia non di Rachele ma di Angela Balabanoff, una figura molto nota nel mondo socialista dei primi anni del secolo, che Mussolini certamente conobbe e con la quale, secondo alcuni, avrebbe avuto una relazione sentimentale. Si tratta peraltro solo di voci, prive  di  qualunque  riscontro, probabilmente raccolte da qualche informatore dell’O.V.R.A. per  giustificare  in qualche modo lo stipendio.

La “presunta” moglie Ida Dalser e Benito Albino

Cosa molto più seria è invece la relazione che Mussolini certamente ebbe con Ida Irene Dalser, nata a Supramonte, un piccolo paese vicino Trento il 25 agosto 1889, una vicenda che, a differenza di altre, strettamente private ebbe anche rilevanza sotto il profilo storico – politico (v. De Felice, Mussolini – Il rivoluzionario, pag. 276). La Dalser arrivata a Milano giovanissima, ebbe una grossa eredità alla morte di una signora (Taveggia) che aveva assistito a lungo presso. l’Ospedale Maggiore. Con il denaro andò a Parigi, si specializzò in massaggi, tornò nel 1913 a Milano ed aprì il “Salone Orientale d’Igiene e Bellezza Mademoiselle Ida”.

Nell’autunno 1914 iniziò la sua relazione con Benito Mussolini e 1’11 novembre 1915, quando Mussolini era già al fronte, nacque un bambino, iscritto all’anagrafe con il nome di Benito Albino e che lo stesso Mussolini riconobbe come suo figlio con dichiarazione resa davanti ad un notaio (11 gennaio 1916)

Il rapporto con la Dalser andò rapidamente deteriorandosi fino a quando cessò per volontà di Mussolini, che mentre era ricoverato presso l’ospedale militare di Treviglio per una ferita riportata in combattimento, aveva contratto matrimonio civile con Rachele.

A quel momento Mussolini era già sposato con la Dalser? Secondo alcune  tesi (v. per tutti Zanni) i due avevano contratto matrimonio religioso che aveva piena validità anche civile in quanto la sposa era a quel tempo cittadina austriaca ed in Austria il  rito religioso aveva anche effetti civili. A riprova di questa tesi, che non trova riscontro in nessun atto civile o religioso (v. per tutti Pieroni) viene indicato solo un certificato rilasciato dal Comune di Milano in data 21 ottobre 1916 in cui si attesta, ai fini della corresponsione di un piccolo sussidio settimanale che la famiglia del “richiamato” Benito Mussolini è costituita dalla moglie Ida Dalser e da un figlio. È stato  però rilevato lo scarso valore probatorio del documento, rilasciato probabilmente in base ad una dichiarazione dell’interessata per ottenere il sussidio, senza molte preoccupazioni da parte degli uffici della veridicità delle sue affermazioni, dati gli  scopi per i quali veniva richiesto.

La Dalser non si rassegnò alla fine del rapporto e continuò a fare pressione su Mussolini per una adeguata sistemazione economica: nel 1916 lo citò in giudizio per seduzione e per ottenere il mantenimento del figlio, ma solo 200 lire al mese per alimenti che furono versati con molto ritardo e non rispettando le scadenze previste. Le scenate, anche in pubblico, continuarono: con decreto  del Prefetto di Milano del 22 maggio 1917 la donna venne allontanata da Milano e inviata prima a Firenze e poi internata come “suddita nemica” a Piedimonte d’Alite (l’attuale Piedimonte Matese) in provincia di Caserta.

La reazione della donna fu violentissima:nel gennaio 1918 si recò al Commissariato di pubblica sicurezza del paese e fece verbalizzare una pesante accusa: Mussolini si era nel 1914 venduto alla Francia, ricevendo, dopo un incontro a Ginevra con l’ex presidente francese Joseph Caillaux, un milione di lire, a cui erano seguiti altri finanziamenti, tra i quali il suo, per la fondazione de “Il Popolo d’Italia”. Il rapporto con

i francesi sarebbe stato alla radice del suo passaggio allo scoppio della guerra nelle file degli “interventisti”.

L’accusa (v. sulla sua attendibilità  De Felice, pag. 276) era molto pesante: su di essa

si  fermò  lungamente  il  rapporto  dell’ispettore  generale   di  P.S.  Giovanni   Gasti,

questore ad interim di Milano datato 4 giugno 1919 su Mussolini e i fasci da combattimento: nel rapporto la Dalser viene definita “nevrastenica” e “un’isterica esaltata dal desiderio di vendetta contro Mussolini e le sue dichiarazioni  non meritano fede”.

Alla fine della guerra la Dalser viene liberata ma non può allontanarsi da Napoli. Tempesta di lettere le maggiori personalità politiche del tempo (tra cui Vittorio Emanuele Orlando) scrive perfino al re, continua le scenate a Mussolini e alla fine il

23 novembre 1919 torna a Sopramonte, suo paese natale, con il figlio  di cui il cognato Riccardo Paicher ottiene nel 1921 la custodia. Quattro anni più tardi  vengono fatte depositare centomila lire presso la Cassa di Risparmio di Trento da Arnaldo Mussolini, che ha avuto l’incarico dal fratello di occuparsi della faccenda: il denaro, investito in titoli di Stato al 5 per cento, servirà per il mantenimento del bambino, fino al raggiungimento della maggiore età. Il 25 giugno 1926  nuovo tutore di Benito Albino viene nominato Giulio Bernardi, podestà di Sopramonte, che in seguito lo adotterà.

Il 19 giugno, sei giorni prima della nomina del nuovo tutore del figlio, la sorte della Dalser si era awiata a conclusione: dopo un violento alterco con Pietro Fedele, Ministro della Pubblica Istruzione in visita a Trento, la donna, su parere dei due medici interpellati, convalidato dal pretore di Pergine il 16 agosto successivo, la donna fu dichiarata pazza e rinchiusa nell’ospedale psichiatrico di Pergine e successivamente trasferita a quello di San Clemente a Venezia. Il 31 gennaio 1927

fu interdetta per malattia mentale e dopo qualche anno trasferita nuovamente nel manicomio di Pergine da dove il 16 luglio 1935 riuscì a fuggire. Fu subito fermata ed inviata nuovamente al San Clemente di Venezia dove morì il 3 dicembre 1937. Era veramente pazza o fu dichiarata tale da medici compiacenti per togliere dalla circolazione una persona che con il suo comportamento gettava discredito sul Duce? La domanda è restata finora senza una risposta definitiva.

Sorte migliore non ebbe suo figlio Benito Albino. Nel 1926 fu mandato al collegio di Moncalieri, dove rimase per cinque anni con risultati deludenti. Fu iscritto allora al secondo anno dell’istituto tecnico inferiore ma, malgrado le ripetizioni, non riuscì a combinare molto, tanto che l’anno successivo fu iscritto all’istituto agrario. Era un ragazzo strano, violento, che si sentiva perseguitato dai compagni. Volle arruolarsi in Marina e fu accontentato: frequentò un corso di radiotelegrafista, senza risultati positivi. Intollerante alla disciplina, ebbe numerose punizioni. Nel 1934 fu imbarcato sul “Conte Rosso”, arrivò in Cina, ma fu rimpatriato per i suoi comportamenti. Il 30 giugno 1935 fu ricoverato all’ospedale militare di Taranto e poi nel manicomio di Mombello Milanese, dove morì il 26 agosto 1942.

Anche per lui la domanda circa la effettiva follia è restata finora senza una risposta esauriente. Unica certezza è che il 12 febbraio 1946 il procuratore della Repubblica  di Trento iniziò un procedimento penale in relazione alla vicenda di Ida Dalser e di suo figlio Albino: tra gli altri furono chiamati a rispondere dei reati di maltrattamenti e sequestro di persona l’ex prefetto di Trento Giuseppe Guadagnino, l’ex questore Alessandro Panini Finotti e il console della Milizia Tullio Tamburini. L’anno  successivo il giudice istruttore decise l’archiviazione del caso.

Quello di Benito Albino e di sua madre rimasero episodi nella vita privata di  Mussolini.

Il matrimonio con Rachele ed I quattro figli ufficiali: Vittorio, Bruno, Romano e Anna Maria

 Per avviare migliori rapporti con la Chiesa cattolica nel 1925 sposò con il

rito religioso Rachele ed ebbe da lei altri quattro figli: Vittorio, nato il 27 settembre 1916, Bruno il 22 aprile 1918, Romano il 27 settembre 1927 e Anna Maria il 24 novembre 1929. Se ebbe altri figli, certamente non si crearono situazioni conflittuali con le loro madri come nel caso della Dalser.

Altro problema è poi quanti e quali furono questi figli: a questo punto si entra nel

campo delle voci o delle asserzioni, talvolta manifestamente assurde.

È possibile che il padre di Elena Curti, nata a Milano il 19 ottobre 1922 da Angela Cucciati, a quel tempo coniugata con il fervente fascista Bruno Curti,  fosse veramente Mussolini, anche se a riprova di ciò esiste solo la testimonianza della madre, raccolta anche in un volume pubblicato recentemente dalla figlia (v. bibliografia) che racconta con accenti di verità tutta la vicenda.

Angela Cucciati conobbe Mussolini a Milano nella primavera 1921, quando si recò da lui per sollecitare la liberazione del marito, incarcerato per avere preso parte ad una rissa con alcuni camerati, uno dei quali aveva sparato. Iniziò una relazione che terminò nel marzo 1922, anche se, stando ai racconti della donna, Mussolini negli anni successivi la incontrò frequentemente in un albergo romano.

Solo quando Elena ebbe 18 anni la madre, che era ormai da molti anni separata dal marito, la informò sulla identità di suo padre. La ragazza fu ricevuta da Mussolini che le chiese notizie sui suoi studi, e la incontrò in seguito varie volte a Palazzo Venezia. Fascista convinta, Elena Curti strinse salde amicizie nelle organizzazioni universitarie fasciste a Roma, dove si era trasferita nel 1942 con la madre in un appartamento messogli a disposizione da Mussolini, prima in Via Panisperna e poi a Via Kircher. Collaborò dopo il 25 luglio 1943 ad una Associazione fascista per l’assistenza ai sinistrati di guerra: fu la prima tappa per l’inserimento della macchina governativa dell’R.S.I., prima al Ministero della guerra e poi al Ministero dell’Economia

Corporativa a Roma. Si trasferì successivamente a Padova e poi a Bergamo, sede del Ministero.

A Maderno incontrò nuovamente Mussolini, ottenne il suo consenso alla istituzione,

ideata da Giulio Gai (figlio dell’ex ministro dell’Economia corporativa) dei gruppi di “Onore e Combattimento”, che operarono in clandestinità anche nell’Italia del sud. Entrò a far parte delle S.A.F. (Squadre di azione femminile), svolse alcuni incarichi particolari non meglio precisati (si trattò presumibilmente di azioni clandestine e di contatti segreti con i partigiani) e lavorò come “occhio di Mussolini” presso la direzione del Partito fascista repubblicano.

Il 25 aprile 1945 seguì Mussolini nel viaggio che avrebbe dovuto portarli in salvo. L’autocolonna italo – tedesca fu bloccata: l’autoblindo su cui viaggiava Mussolini con, tra gli altri, la Curti, ebbe una gomma bucata da un chiodo a tre punte (di qui il titolo del libro della Curti) e fu costretta a fermarsi. I partigiani iniziarono a sparare: da una feritoia dell’autoblinda qualcuno agitò uno straccio bianco in segno di resa (le mutandine di Elena).

La Curti fu presa prigioniera ma ebbe salva la vita. Dopo alcuni mesi di detenzione, fu liberata insieme alla madre: presto emigrò in Spagna,  sposò un ufficiale dell’Aeronautica (Enrico Mirando), si diede al commercio dei mobili.

Nel 2007 era ancora viva (v. trasmissione televisiva Enigma con la sua testimonianza a proposito di una borsa che Mussolini avrebbe avuto fino alla fine con sé e poi misteriosamente scomparsa.

Asvero Gravelli ed Yvon de Begnac, due chiacchierate “paternità”

Oltre a Benito Albino Dalser e ad Elena Curti si è parlato, in termini molto vaghi ed imprecisi di altri figli che Mussolini avrebbe avuto da altre donne: i più noti sono  senza dubbio Asvero Gravelli ed Yvon de Begnac.

Gravelli, nato il 30 dicembre 1902 a Predappio, fu tra i fascisti della “prima ora”: nel 1919 fondò il fascio di combattimento di Brescia, fu segretario del “quadrunviro”

Michele Bianchi, partecipò alle guerre d’Africa e di Spagna, aderì al “manifesto della razza”, collaborò alla sceneggiatura del film “Giarabub”, scrisse alcuni libri d’ispirazione fascista. Dopo la guerra aderì al M.S.I. e al F.U.A.N. Morì a Roma il 20 novembre 1956.

Ad asserire che Gravelli era figlio non di Mario Massari, marito di Maria Massari, ma di quest’ultima e di Benito Mussolini è stata Patrizia De Blank (v. “Oggi”, 2, 9, 15 febbraio 2005). Gravelli ebbe da una contessa veneziana(Lloyd Dario) due figli, uno dei quali fu appunto la De Blank che nella rivendicazion·edelle sue origini dimentica solo che nel 1902 Mussolini era a Pieve Saliceto, in provincia di Reggio Emilia, come insegnante della locale scuola elementare, e non a Predappio, dove, secondo la ricostruzione della De Blank, era stato concepito suo padre.

Pure infondata alla prova dei fatti si è dimostrata la paternità di Mussolini a proposito di un brillante giornalista, Yvon de Begnac, nato a Portogruaro il 14 giugno 1913 da Teresa Biondi, moglie di un musicista triestino, Carlo de Begnac, morta a Roma nel 1983.

È probabile che la voce sulla sua vera paternità sia nata dal suo rapido successo professionale: giornalista a vent’anni e l’anno successivo autore del volume “Trent’anni di Mussolini” di cui ottenne, tramite Ciano, di consegnare personalmente una copia al duce. Il rapporto continuò negli anni successivi fino al 1942, quando  de Begnac fu accusato di illeciti nel fascio bresciano. Mussolini non intervenne, il giornalista, assolto dalle accuse, non aderì alla R.S.I., e nel dopoguerra riprese a fare il giornalista. Morì il 19 giugno 1983. Convinto che fosse il figlio segreto del duce lo fu, con ogni probabilità, solo lui.

Altri pretesi figli “segreti”

Nessuna prova concreta esiste sulla esistenza di altri “figli segreti” di Mussolini, ad iniziare da uno avuto nel 1908 da Gigia Nigris, giovane donna di Tolmezzo, dove il futuro duce fu maestro elementare nel 1907 – 1908: di Candido Nigris, se è esistito, non si è mai inteso parlare negli anni successivi.

Pure avvolto

nel mistero è il bambino che sarebbe nato nel 1929 da una relazione di Mussolini con Romilda Ruspi, sorella di una impiegata dell’amministrazione del principe di Torlonia, nella cui villa a Roma il duce si trasferì nel 1929: i particolari della vicenda sono raccontati in una lunghissima lettera inviata nel 1958 a Rachele Mussolini  da Ruggero Minardi, un italiano emigrato in Francia che aveva raccolto le confidenze del marito della Ruspi, costretto ad emigrare in Francia dalla polizia fascista.

Secondo il racconto la donna sarebbe stata tacitata con un appartamento a Largo Ponchielli a Roma, un garage con annesso distributore di benzina a Latina e un sussidio mensile pagato puntualmente.

Altre voci parlarono di un figlio avuto da Mussolini nel 1909 da una socialista trentina, Fernanda Oss Facchinelli, con la quale ebbe una relazione: il bambino sarebbe vissuto pochi mesi. In altri casi si è trattato solo di persone in cerca per motivi diversi (anche politici) di una qualche notorietà o di meschini pettegolezzi a proposito di alcune donne coniugate con figli (contestati): può accadere anche questo.

Le storie

Delle vicende di alcuni dei figli (veri o presunti) si è detto nelle pagine precedent: resta da parlare di quelli “ufficiali”.

Edda, la primogenita, dopo il matrimonio (combinato dal padre) con Galeazzo Ciano, mantenne uno stretto rapporto con Mussolini, di cui restò sempre la figlia prediletta. Ebbe tre figli (Fabrizio, Raimonda e Marzio) e molti amori, sia durante il matrimonio sia nella seconda parte della sua vita, dopo la fucilazione del marito nel 1944 a Verona, fatto che determinò una drammatica rottura col padre.

Un’eco drammatica di essa è nel memoriale che consegnò alla polizia nel 1945, durante il soggiorno forzato a Lipari di cui si è detto. Un giornalista un tempo fascista, Emilio Settimelli,  che odiava i Ciano ne venne in possesso e lo pubblicò con il titolo “Edda contro Benito” nel 1952. Edda dopo molte vicende riuscì a portare in Svizzera i diari del marito che furono poi pubblicati prima negli Stati Uniti e poi in Italia (nel 1963 quelli dal 1939 al

1943 e nel 1980 quelli relativi ai due anni precedenti). È morta a Roma il 9 aprile 1995.

Vittorio, il secondogenito, ancora ragazzo iniziò con il giornalismo. Partecipò come

pilota alla guerra in Spagna, a quella in Africa orientale e durante la seconda guerra mondiale alla campagna di Grecia. Si occupò di cinema prima come critico e poi anche come produttore, ma con scarsa fortuna, anche per i cattivi rapporti con Luigi Freddi, l’uomo di riferimento della cinematografia fascista. Sposato con  Orsola Buvoli, ebbe due figli, Guido e Adria. Seguì il padre nella R.S.I. curando la sua segreteria, riuscì dopo il 25 aprile 1945 a mettersi in salvo in Argentina, dove visse una vita tranquilla, cercando con scarso successo di affermarsi come produttore cinematografico. Dopo il colpo di Stato del 1995 che abbattè Peron, cominciò a pensare di tornare in Italia, cosa che fece in modo definitivo solo nel 1967. Continuò la collaborazione, già iniziata in Argentina al quotidiano  del M.S.I. “Il secolo d’Italia”, si separò definitivamente dalla moglie, divorziò da lei cinque anni dopo e sposò  la sua nuova compagna (Monica Buzzevoli). Morì a Roma il 12 giugno 1997.

Bruno, il terzo figlio, nato il 22 aprile 1918, appassionato di volo, entrò

nell’Aeronautica militare, partecipò nel 1937 al raid lstres – Damasco – Parigi, che ebbe vasta risonanza internazionale. Nello stesso anno migliorò il record mondiale di velocità sui mille chilometri che già deteneva (430, 622 km orari, con carico di 2.000 chilogrammi). Partecipò con il fratello Vittorio alle guerre d’Africa e di Spagna ed alla campagna di Grecia. Nel 1938 partecipò al volo Italia – Brasile con la squadriglia dei “Sorci verdi”: al ritorno fu promosso capitano. Aveva 19 anni: era, tra  qualche protesta degli ufficiali dell’Arma Aeronautica, il più giovane capitano del  mondo, come scrisse “Il Messaggero”.

Sposò Gina Ruberti, figlia di un alto funzionario  del  Ministero  dell’Educazione nazionale ed ebbe una figlia, Marina. Morì in un incidente dopo il decollo con un “P. 108” dall’aeroporto di Pisa il 7 agosto 1941. La moglie Gina morì in un incidente nautico nel lago di Como il 4 maggio 1946: secondo Pisanò (Fu uccisa la nuora di Mussolini, in “Gente”, 18 giugno 1958) si trattò di un attentato.

Il quarto figlio, Romano, nato il 27 settembre 1927, si dedicò presto alla musica. Conseguì il diploma di ragioniere, ma non lo utilizzò mai: divenne un pianista jazz, imparò ad Ischia da Ugo Calise a suonare la chitarra, incise alcuni dischi con Nunzio Rotondo, fece parte di un complesso con Carlo Loffredo e Pepita Pignatelli, affrontò il pubblico dei locali notturni e nel 1959 debuttò a “La bussola” di Forte dei Marmi. Il 3 marzo 1962 sposò Maria Scicolone, sorella di Sophia Loren, per iniziare subito dopo lunghe tournee all’estero (Canada, America  Latina, Australia). A metà  degli anni ’60 la situazione cambiò rapidamente: il matrimonio con la Scicolone entrò in crisi, Romano , con il libro “Apologia di mio padre” (1969) si schierò decisamente con i vecchi fascisti, un suo tentativo di improvvisarsi produttore cinematografico naufragò in un mare di debiti. Cominciò a dipingere con qualche successo, si separò dalla moglie dalla quale aveva avuto due figlie, Alessandra ed Elisabetta, e si unì ad una soubrette della compagnia di Erminio Macario, Carla Maria Puccini, da cui ebbe una figlia, Rachele. La storia durò fino al 1980: dopo il divorzio con la Scicolone Romano non l’aveva sposata. È morto il 3 febbraio 2006.

L’ultima figlia di Mussolini, Anna Maria, nata il 24 novembre 1929, ebbe la sorte peggiore: nel 1936 fu colpita dalla poliomielite e, malgrado i numerosi interventi chirurgici ai quali fu sottoposta, non riuscì mai a guarire completamente. Nel 1941, ancora adolescente, riuscì con l’aiuto del padre a districarsi da una sorta di imbroglio di un allievo ufficiale del “Genova Cavalleria”, che, inviato in Russia, era divenuto il

suo “figlioccio di guerra” e che si vantava di essere suo fidanzato per procurarsi favori. Il rapporto, solo epistolare, fu troncato per volontà della madre della ragazza, che scrisse una lettera al suo “figlioccio”, contemporaneamente diffidato dalla polizia, invitandolo a troncare la corrispondenza. Dopo 1′ 8 settembre 1943 seguì la famiglia a Gragnano, e poi fu al confino di Forio d’Ischia con la madre e il fratello Romano. A Cortina d’Ampezzo, alla fine del 1960 conobbe un presentatore di spettacoli  di varietà, Giuseppe Pucci, in arte Nando Pucci, e 1’11 giugno successivo lo sposò. Andarono a risiedere a Mortara, dove Pucci possedeva un appartamento, ed ebbero due figlie, Silvia ed Edda.

Si trasferirono successivamente a Roma e Anna Maria ebbe affidata dalla RAI il compito di intervistare, con il nome di Anna Maria Pucci e awalendosi di un piccolo registratore, personaggi famosi. La trasmissione (“Rotocalco musicale”) ebbe un discreto successo ma malgrado la precauzione di usare il nome del marito, Anna Maria restò presto disoccupata: la motivazione fu che un Mussolini non  poteva parlare alla radio!

I due coniugi aprirono allora a Roma un cabaret in Via Monserrato, “L’Oratorio”, che divenne rapidamente un luogo di ritrovo di nostalgici del regime fascista.

Nell’aprile 1968 la piccola Edda si ammalò di varicella e contagiò la madre che, già debilitata dalla poliomielite e dai numerosi interventi chirurgici subiti, non riuscì a superare la malattia. Morì a meno di quarant’anni il 16 giugno 1968.

Gli undici nipoti, nati dai cinque figli avuti dalla moglie Rachele, scelsero tutti strade diverse: solo alcuni, come Marzio e Fabrizio Ciano ed Alessandra Mussolini, tentarono di seguire la strada della politica, sempre fedeli alla ideologia del nonno, così come fecero anche coloro che pubblicarono libri di memorie, come Guido, figlio di Vittorio.

Bibliografia

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Giorgio Pisanò, Fu uccisa la nuora di Mussolini, in “Gente”, 18 giugno 1958. Emilio Settinelli, Edda contro Benito, Roma, 1952.

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