di FABRIZIA CUSANI

Dedicato a nonna Emma

Non sono una cuoca né sono una chef, mi piace cucinare a modo mio i piatti che ho visto preparare da nonna Emma. Aveva gli occhi blu cobalto che ridevano, aveva le labbra a cuoricino, aveva tanti capelli biondi morbidi e legati con una crocchia sempre in ordine che le guarniva il viso. Non l’ho mai vista in vestaglia. Ho imparato da lei che in casa si stava eleganti come quando si usciva per spese o per andare a prendere il the con le amiche da Rosso e Nero, sul lungomare. Non guidava la macchina, prendeva il “mezzo” pubblico, camminava svelta. Aveva una bella cucina che affacciava su un giardino, era molto ordinata e organizzata. Si metteva la “parannanza” per non sporcarsi. Faceva gli spaghetti sciuè sciuè o il sartù con la stessa allegria. Si muoveva veloce tra il tavolo di marmo, i fuochi e il lavandino mentre io ero seduta su una specie di sedia da bar, alta perché riuscissi a vederla. Non mi faceva toccare niente ma assaggiare tutto specialmente il pane imbevuto nella pentola del sugo mentre sobolliva.  Provavo a rubare le polpettine del ripieno del sartù e faceva finta di non vedermi, la sera della vigilia rincorreva le anguille che le scappavano di mano e rideva. A me facevano impressione e non le ho mai mangiate! A volte studiavo mentre lei preparava la cena e mi chiedeva di ripetere ad alta voce per farle compagnia. Succedeva di rado che mamma mi lasciasse dalla nonna, accadeva quando dovevamo andare a cena da lei  o la domenica quando c’era il pranzo di famiglia. Per mio padre cucinava con un amore speciale che io ho sentito forte e ho imparato a fare lo stesso per mio figlio. Tutto viene più buono se ci metti amore mi diceva. Ed era vero o almeno a me pareva fosse vero. Poi improvvisamente si sedeva vicino a me e tutto era pronto. Andiamoci a preparare, è ora di mangiare. Aveva l’orologio nel cervello, una valutazione dei tempi impressionante. E una grande calma. Si divertiva.

Anch’io mi diverto quando preparo leccornie per mio marito, quando sta per arrivare mio figlio Gabriele da Padova (non si accontenta degli spaghetti sciuè sciuè) o quando i nipotini Massimo e Matilde  irrompono in cucina con gli occhi sgranati e mi dicono nonna ho fame e con le piccole dita toccano quello che trovano sul tavolo! Ed io ho sempre una sorpresina nascosta come faceva il nonno quando mi prendeva per mano e mi portava in camera da letto per vedere se l’uccellino aveva lasciato una cosa buona per me!

In tutte le case che ho fatto nella mia vita di architetto ho sempre disegnato cucine grandi, con un tavolo al centro. Un cuore pulsante dove si cresce e si impara. Poi una giorno a Pechino sono stata invitata da un ricco signore a casa sua e facendomi fare il giro per ammirare il design italiano  ha aperto una grande porta e mi sono trovata davanti una enorme cucina. Senza tavolo, senz’anima, bella ma gelida. E lui candidamente mi ha sussurrato che loro non la usano mai. Il cibo lo comprano già cucinato ma una bella casa deve avere una bella cucina! Nonostante fosse davvero bella e tecnologicamente  avanzatissima con tutte le diavolerie possibili ben sistemate non mi è venuta alcuna voglia di cucinare! Forse nonna Emma si sarebbe messa la parannanza e avrebbe cucinato cibi eccelsi con il cinese esterrefatto e incredulo. Ma forse nonostante questo lui avrebbe continuato a comprare cibi cucinati.

La cucina è cultura e la cultura non si compra.