Parliamo del coraggio delle donne, delle ragazze, iraniane.

A metà degli anni ’70 feci – a più riprese – un’esperienza di lavoro in Persia, come allora chiamavamo l’Iran, per conto delle maggiori imprese industriali italiane, organizzando a Teheran e a Shiraz una rassegna del cinema industriale italiano. Frequentai istituzioni, intellettuali, giornalisti e mi resi conto del processo di trasformazione che aveva una certa componente di disponibilità culturale e civile nei confronti dell’Europa e dell’Occidente.

Era tuttavia la fase finale del regno dello Scià Reza Palhevi (cacciato poi dalla rivoluzione islamica del febbraio 1979 e morto al Cairo nel 1980). Ricordo un’esposizione tecnologica che curammo per il gruppo IRI in cui intervenne la moglie dello Scià Farah Diba, laureata a Parigi in Architettura (tuttora viva) che visitò l’esposizione discutendo con i nostri ingegnerei, quasi sapendone più di loro in materia di dissalatori.

Ero diventato amico del direttore del festival di Shiraz e vicedirettore generale della televisione persiana. Un raffinato intellettuale poliglotta che aveva anche casa a Parigi. Insomma, era una società permeata di mondo, che usava le materie prime per scambiare cultura e tecnologia con il mondo. Malgrado una certa corruzione persistente e malgrado un regime politico con chiari aspetti polizieschi, quanto a pluralismo e democrazia che non erano ancora propriamente virtù praticate.

L’ultima volta che ci andai, scrissi un articolo per l’Espresso, con cui verso la fine degli anni ’70 collaboravo. Che si intitolava Sotto la brace sciita. Cioè vedendo anche le periferie e le campagne, percepii fenomeni anti-urbani e vidi che la trascurata religione sciita si stava prendendo la sua rivincita dal basso.  Da lì a poco l’ayatollah Khomeini avrebbe infatti capeggiato la rivolta (chiamata tuttora “la rivoluzione islamica khomeinista”) dopo due anni di sommovimenti e imponendo una costituzione ispirata alla shari’a, cioè alla legge coranica.

In realtà lo Scià aveva accentuato il nazionalismo, la volontà di potenza regionale e il carattere autocratico. Mettendo molti soldi su armi e autocelebrazione della monarchia (che era poi il vezzo di tutte le autocrazie, tanto che anche i sovietici facevano più o meno la stessa cosa). Da qui repressione, incarceramenti, imposizione alle donne allora di togliersi il velo ma senza dare loro il voto. Eccetera.

Lo Scià aveva ottenuto dagli USA il diritto di essere – dopo la partenza degli inglesi – il nuovo poliziotto del Golfo Persico. E per difendere quel ruolo impiegava la polizia politica – la famigerata Savak – con arresti e liquidazioni fisiche, dissolvendo ogni opposizione.

Per questo la rivoluzione islamica, pur non apprezzata non fu nemmeno del tutto osteggiata in Occidente, dal momento che sulle prime tutte le opposizioni allo Scià (liberali, nazionaliste, marxiste, religiose) videro di buon occhio l’avvento dell’arcigno ayatollah Khomeini. Forze politiche che pensavano di poter controllare il clero e di riprendere il loro ruolo politico. Come fecero anche forze simili all’inizio con Mussolini in Italia. Ma le mediazioni durarono poco e un nuovo duro nazionalismo fondato sull’integralismo sciita prese il sopravvento. Creando condizioni di nuova autocrazia con la nazionalizzazione delle imprese, con le scuole islamizzate e  i rapporti con gli occidentali vietati.

Questo ciclo quarantennale ha fermato la crescita civile dell’Iran, ma non ha debellato del tutto l’acculturazione (spesso fatta all’estero da molti giovani) e un rapporto delle nuove generazioni con elementi culturali sia di tradizione che internazionali.  Quelli che nel sistema di una ben più potente rivoluzione – quella digitale – hanno dato filo da torcere a tanti regimi che credevano (e ancora credono) di poter chiudere i confini dentro le loro rete poliziesca.

Oggi dopo oltre quarant’anni lo scontro sociale, civile e generazionale in Iran si è riaperto.

si è riaperto soprattutto grazie alle donne, perché le donne sono state in tutti questi anni il bersaglio principale del controllo moralistico autoritario del regime. Come ha scritto di recente la sociologa iraniana Azar Tashakor : “Da più di quarant’anni ci sono severe regole sull’abbigliamento femminile. Un parametro con cui si controlla e si misura la vita delle donne. Ora vengono contestate perché si contesta proprio quel parametro: una donna velata come si deve è automaticamente una sostenitrice del governo, mentre se ha qualche ciocca di capelli in vista o il velo meno aderente è immorale e contro il governo”.

Pare impensabile che un paese di grande tradizione arrivi fino a un punto simile di demagogia poliziesca autoritaria, ma le cose stanno così. E la gioventù dell’Iran oggi, con le donne in testa, esplode.

Sentite cosa canta un gruppo di ragazze in una manifestazione di questi giorni contro il velo, contro la repressione, per la libertà civile e politica.

Insomma – per questo ne parliamo in questa rubrica intitolata “Il biglietto da visita” –  la gioventù iraniana, con in testa le donne, sta lanciando un messaggio al mondo che non si può ignorare.

La rappresentazione di una storia autoritaria e oscurantista che è giunta a consumazione mentre si sta svolgendo “un‘altra rappresentazione”, che è entrata in agenda perché confina con tanti problemi di rischio involutivo che il pianeta offre in questo 2022 segnato dalle crisi.

Ma in realtà non è una storia pacifica.

Iran Human Right – informa Radio Farda (che trasmette su Free Europa notizie sull’Iran) – dice che 154 persone sono state finora uccise dalla sicurezza islamica, in tante università del paese ci sono manifestazioni e immediate repressioni (la più cruenta si è svolta al Politecnico di Isfhan, luogo che ho conosciuto) e il 30 settembre, in una protesta con solidarietà di giovani donne di vari paesi, è stata anche arrestata l’italiana Alessia Piperno.

Le ragazze fanno cose in realtà molto pacifiche, tolgono il velo, si tagliano i capelli e intonano “Donna, vita e libertà”. Ma per quel regime oggi non si tratta affatto di “cose pacifiche” ma di una intollerabile sovversione. La nuova brace che si è formata dopo quarant’anni ed è esplosa con l’assassinio di Mahsa Amini, una ragazza rea di avere indossato malamente il velo (l’hijab), arrestata per “abbigliamento inappropriato” da un organismo che si chiama, pensate un po’, “polizia religiosa”, poi ridotta in fin di vita.

Manifestazioni per Mahsa Amini

Ha scritto in questi giorni la giornalista turca Ece Temelkuran (autrice di Come sfasciare un paese in sette mosse, edito in Italia da Bollati Boringhieri): “Alla base del fascismo, nel mondo islamico ma anche in quello cristiano, c’è la paura dell’elemento femminile”.

Alcune annotazioni mi sembrano opportune.

  • La prima. Vedere emergere un coraggio generazionale, di genere e di civiltà delle donne iraniane, anche giovanissime, che appare come un fondamento vero di cambiamenti possibili, anche se per il momento è sotto lo schiacciante peso della repressione e corre immensi rischi nel breve e medio periodo.
  • La seconda è di non vedere da noi una reazione politica democratica così netta, forte e rapportabile ad altre mobilitazioni che storie di libertà calpestata hanno fatto emergere nel passato.
  • La terza è di segnalare – memento anche per il nostro Paese in questo tempo – storie che si ispirano, anche con motivazioni e approcci diversi, alla distorsione rappresentata dal nazionalismo. Quello militare, quello autarchico, quello primatista, quello razzista, quello religioso. Alla fine per ricondurre la politica a gruppi ristretti di controllo. E per ridurre il potenziale scambio globale di conoscenza, di commercio, di integrazione e di pace che il mondo oggi consentirebbe, alla riedizione di inaccettabili forme repressive.
  • La quarta è di far memoria chela narrativa antioccidentale del regime iraniano dice le stesse cose di Putin: l’Occidente ci accerchia, ci tradisce, ci vuole distruggere. E per questo mandano a Putin i droni, i missili e anche i veivoli impiegati per bombardare le città e i civili in Ucraina.

Il pensiero finale va dunque alle donne iraniane che agitano con molto coraggio il loro vessillo bianco-roso-verde, colori che ben conosciamo e che raccontano un’idea dell’interesse e dell’identità  nazionale ben diversa da quella che spesso i nazionalisti raccontano.