di MARIO PACELLI

Molti anni fa mi capitò di dover attendere una coincidenza aerea a Curitiba, una città popolosa del Brasile. Uscii dall’aeroporto e notai che lungo strade larghe, silenziose e pulite, ben diverse da quelle che avevo visto in altre località di quel paese, camminavano uomini, donne e bambini biondi e di alta statura.  Possibile che l’aereo fosse atterrato in un altro paese?  Il mio dubbio assurdo fu rapidamente dissipato da chi mi spiego che in quella località si erano rifugiati, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, molti nazisti in fuga che volevano far perdere le loro tracce. L’episodio mi è tornato in mente dopo la lettura del pregevole articolo di Giancarlo Governi in cui si ipotizzano avvenimenti successivi alla (a mio parere improbabile) liberazione di Aldo Moro da parte dei suoi rapitori.

Ritengo il fatto non probabile in quanto manca qualunque elemento che possa essere utilizzato per ritenere quella liberazione possibile. E’ vero che sono ancora molti i misteri che aleggiano a proposito di quanto accadde in quei cinquantacinque giorni. E’ vero che molte certezze che sembravano acquisite sono state successivamente offuscate dall’ ombra del dubbio. A mio avviso resta ancora da chiarire con certezza il motivo per il quale fu ucciso (non dico rapito) in quanto la sua sorte a mio parere era segnata già al momento dell’agguato in via Fani. Probabilmente durante la prigionia l’uomo politico democristiano acquisì la chiara consapevolezza di quel motivo, legato senza dubbio alla sua attività politica, tanto che è appunto ai suoi amici politici italiani, di cui nelle sue lettere dal carcere chiede di intervenire. L’assunto da cui sembra partire Moro in quelle richieste di aiuto è molto chiaro: ho fatto tutto quanto ho potuto, anche nel vostro interesse politico, e voi anche per questo siete creditori nei miei confronti tanto da non potermi abbandonare alla mia sorte.

Tutti i destinatari delle lettere lo compresero e tutti (salgo alcune rare eccezioni) sembrarono ansiosi di dimenticare il passato. Moro aveva precorso di alcuni decenni l’integrazione politica tra democristiani e comunisti con i quali, secondo fonti attendibili, ogni giorno concertava le decisioni più importanti attraverso Tullio Ancora, suo uomo di fiducia, che di prima mattina incontrava in un bar nei pressi di Corso Trieste Luciano Barca, plenipotenziario del P.C.I. mentre in Parlamento e attraverso gli organi di stampa i due partiti si accusavano l’un l’altro di tutte le colpe possibili. Era meglio che gli italiani non venissero a conoscenza di come stavano veramente le cose negli anni in cui Almirante, segretario del M.S.I., incontrava il sabato pomeriggio, in un Montecitorio deserto, in fondo ad un corridoio al quarto piano Enrico Berlinguer, segretario del P.C.I., per cercare di evitare scontri troppo duri nelle piazze. Era il periodo del dossieraggio elevato a sistema, dei vizi privati e delle pubbliche virtù, degli scandali noti e di quelli meno noti: se una voce autorevole come quella di un ex presidente del consiglio, leader indiscusso del partito (ancora) di maggioranza relativa, avesse, una volta libero, iniziato a raccontare le sue verità, magari in polemica con coloro che sembravano averlo abbandonato durante la lunga prigionia, gli italiani avrebbero perso ogni fiducia in chi li governava e il sistema sarebbe crollato, forse in modo più fragoroso di quanto accadde poco più di 10 anni dopo con “mani pulite”. Credo che Moro una volta (eventualmente) libero sarebbe scomparso di buona e cattiva voglia per magari riapparire anni più tardi in un posto analogo a Curitiba.